(Articolo di Virginia Reniero e Aristide Malnati sul loro viaggio in Cambogia da L’AltraVicenza n.3- aprile 2025, allegata a Vicenza PiùViva n. 297, sul web per gli abbonati).
Un viaggio alla scoperta dell’antica città di Angkor, in Cambogia, tra palazzi e templi con presunti riferimenti agli alieni.
La notte è ancora profonda e tutt’attorno si sente uno stridore di suoni cupi emessi da animali notturni di ogni specie.
Percorriamo con emozione crescente i viali che dall’ampio parcheggio esterno, dove iniziano a convergere i turisti più mattinieri, immettono nelle cornici più esterne del tempio. È il tempio indù-buddhista dell’Angkor Wat, il più imponente del complesso di Angkor, nel cuore della Cambogia: un susseguirsi, Angkor, di resti di templi, santuari, palazzi, edifici civili e religiosi, che coprono oltre 400 km quadrati e che, tra il IX e il XV secolo, furono sede del potente regno khmer, dominatore per lungo periodo di tutte le popolazioni della penisola indocinese e artefice di bellezze architettoniche rimaste, le più importanti, ancora ben conservate fino ad oggi.
Lo spettacolo dell’alba con il sole che sorge tra le guglie a pennacchio e i frontoni che le uniscono a formare spazi rettangolari collegati tra loro da portali, non ci deve cogliere impreparati: trascinati da Gabriele, il nostro cameraman abituato a centinaia di battaglie per guadagnare sempre la migliore posizione di ripresa, ci sistemiamo difronte a un laghetto artificiale, lo specchio d’acqua già in antico sacro per le abluzioni dei fedeli prima delle preghiere e delle processioni. Il disco solare si fa avanti con una certa velocità (com’è tipico ai tropici) e fende una bruma lattiginosa che avvolgeva prima dell’alba il fasto archeologico di Angkor. Uno spettacolo nello spettacolo; uno spettacolo che, una volta concluso, ci dà il giusto entusiasmo per entrare e percorrere corridoi, porte verso i segreti millenari di Angkor Wat. Veniamo a conoscenza degli aspetti più curiosi di quelle antiche popolazioni con l’aiuto di una guida, un esperto laureato in civiltà dell’estremo oriente, soprattutto delle tecniche di costruzione degli architetti khmer. Apprendiamo da lui (ma è evidente anche solo guardando le architetture più monumentali) che si trattava di tecniche per quel tempo avanzatissime, che hanno permesso di realizzare un complesso templare fatto di cornici concentriche e, al loro interno, settori ampi collegati da corridoi con portali (i “gopura”) per il passaggio dei fedeli. Corridoi che raccontano antiche storie, antichi miti: ci parlano del Monte Meru, l’Olimpo della religione induista, con le divinità più famose che vi abitano e che dirigono le sorti del mondo e quindi anche quelle degli uomini.
Il Monte Meru è ricordato dalla guglia più alta, una sorta di cono con la punta in alto a simboleggiare l’aspra conformazione della montagna sacra. Potenti narrazioni di miti ancestrali, che parlano di contese tra divinità dalle forme umane o animali potentemente deformate; miti che rimandano anche a lotte primigenie, a teomachie, tra divinità e, quindi, tra regnanti per il controllo di un territorio fertile, come la valle del Mekong non lontana da Angkor, sede inoltre di floridi commerci. Ogni sovrano ha voluto lasciare la propria impronta
ad Angkor Wat, soprattutto Yayavarman VII, un signore leggendario che nacque nel 1122 e morì nel 1218 quasi centenario, il più potente di tutti, fautore di un periodo di pace e di prosperità, ma anche di sfarzo e lusso a corte. Una vita, quella nella sua corte, fatta di momenti lieti, di ricchi banchetti, di feste con danze e musica fino al limite della licenziosità: a eccessi al limite del vizio fanno pensare le ballerine discinte, per non dire completamente senza veli, che sono istoriate lungo le pareti di uno dei cortili principali. Un intreccio di corpi sinuosi di giovani fanciulle in fiore che ammiccano coi loro accattivanti sorrisi, colte in un plastico movimento di danza. Danze ritmate che ci accolgono nella parte più interna: anche qui splendide fanciulle poco vestite, questa volta in carne e ossa, ci invitano a seguirle in arditi movimenti del corpo al suono di melodie per noi arcane. Come arcana è la litania di monaci buddhisti, che ci augurano armonia e serenità e che, alla fine della loro nenia, ci impartiscono una benedizione volta a evocare la protezione delle forze spirituali dell’universo. Un’unione di profumi (d’incenso, soprattutto) e di colori, di musiche antiche e di sfarzose architetture che ci accompagna nel tragitto verso la zona non distante di Angkor Thom.
Precisamente ci rechiamo nel simbolo più misterioso, quasi esoterico, forse di tutto il complesso di Angkor: il Bayon, probabilmente un santuario, famoso per i suoi circa duecento volti, tutti dall’espressione enigmatica, che fa subito pensare a mondi alieni, alla presenza di visitatori astrali a cui le popolazioni khmer avrebbero tributato un omaggio visivo. Sono visi a forma di parallelepipedo, scolpiti su tutte quattro le facce con una somiglianza sorprendente: “Sembrano quasi guardiani, a protezione di tutta la comunità – ci dice la guida esperta -. È per questo che il personaggio rappresentato è il sovrano, probabilmente lo stesso Yayavarman VII, il più potente tra tutti, che ha reso il Bayon ancora più magnifico e che si è fatto rappresentare con questi volti sereni, a suggerire la positività con cui lo vedeva il suo popolo. Altro che alieni, sono rappresentazioni visive della serenità che il monarca trasmetteva ai sudditi”, il giovane cambogiano si dice sicuro di questa interpretazione che “è quella dei più insigni studiosi di civiltà dell’estremo oriente”, asserisce senza ammettere repliche. E il mistero aumenta quando raggiungiamo nella giungla ormai fitta il complesso templare di Ta Prohm, sempre ovviamente all’interno dello sterminato perimetro urbano dall’antica Angkor, la quale – è sempre opportuno ricordarlo – fu un agglomerato che nel 1200-1300 superava di sette volte Londra e Parigi, sia per numero di abitanti sia per estensione. Qui ci attende la meraviglia di una natura che nei secoli tutto ha divorato, ma che a Ta Prohm si è armonicamente fusa con le grandiose costruzioni passate, subito dopo che esse furono abbandonate. Sono soprattutto “ficus” strangolatori a farla da padrone: con il loro alto fusto e rami tentacolari (dallo scarso fogliame) si sono avvinghiati a muri e resti di palazzi e santuari; senza però disgregarli. Gli edifici hanno retto e anzi oggi trovano sostegno nei grossi alberi, quasi un bastone per la vecchiaia. Passiamo da un corridoio all’altro, facendo lo slalom tra rami sporgenti e saltando da un lastrone a quello successivo, a volte accumulati sul terreno all’interno di cortili.
Anche qui antiche vicende istoriate su pareti e frontoni con bassorilievi di splendida fattura: con l’aiuto della guida, sempre più preziosa, apprendiamo di tresche, di tentativi di colpi di stato, di cospirazioni sacerdotali, ma anche di feste, di danze e festival canori, di serrati commerci, persino di guarigioni miracolose, per cui si ringraziavano gli dèi. Uno spaccato
di vita comune di altri tempi e di altri mondi, raccontato con enfasi quasi letteraria, una quotidianità vivace e colorata, che quando la apprendiamo stride con gli ambienti lugubri dei palazzi che attraversiamo tra cunicoli e stanze segrete.
Un fascino un po’ inquietante che sicuramente ha spinto gli autori (e la stessa Angelina Jolie) ad ambientare proprio qui, a Ta Prohm, le scene più cult di Tomb Raider, dove la Jolie, splendida Lara Croft, combatte nemici implacabili correndo tra tunnel e botole letali. Una location adatta con il suo carico di tetro mistero millenario, incupito ulteriormente dall’ombra e dai tentacoli dei “ficus” presenti ovunque. E il carico di mistero raggiunge l’apoteosi grazie a una piccola figura di animale effigiata sulla colonna di un tempietto laterale, un’effigie che passerebbe inosservata se non fosse per l’animale raffigurato. A una prima analisi quel che sembra è inquietante: saremmo in presenza di un primitivo stegosauro, un dinosauro erbivoro con una robusta cresta sul dorso.
Ma che ci faceva qui, ad Angkor, neanche mille anni fa? È spontaneo chiederselo, visto che i grossi sauri si sarebbero estinti 65 milioni di anni fa, quando l’homo sapiens non era
nemmeno un lontano progetto. Gli esperti corrono ai ripari e assicurano che l’immagine raffigurata sarebbe solo quella di un facocero (animale molto diffuso in Cambogia) con simboli magici sul dorso.
L’interpretazione non convince tutti, però, perché una simile raffigurazione non è testimoniata da nessun’altra parte tra i monumenti della civiltà khmer. Con il dubbio non fugato – anche se non vogliamo negare la scienza, noi così profani di quelle remote culture – ci portiamo su un punto “strategico” (ci assicura il nostro accompagnatore) sopra un’altura per gustare il tramonto che sta per fare capolino. Uno spettacolo avvolgente,
così come l’alba del mattino e come in generale tutti i crepuscoli ai tropici. Ma la nostra Cambogia non è solo archeologica, non finisce lì. Il giorno seguente, sempre a orari antelucani, vogliamo esplorare la vasta regione del Lago Tonle Sap, non distante da Siem Reap, la cittadina che è base per chi poi visita lo smisurato sito di Angkor. Poche decine di chilometri, percorsi in un contesto “green”, dato dal verde pastello delle risaie a perdita d’occhio proprio durante il periodo della maturazione delle piantine di riso: una qualità eccellente quella cambogiana, esportata in tutto il mondo, soprattutto in Francia (la Cambogia rimase colonia transalpina fino a poco prima della guerra in Vietnam). All’imbarcadero di Kampong Phluk saliamo su una rapida e agile imbarcazione che si districa tra naviri più lenti e, attraversato il villaggio con mercatini sulle sponde e con case palafitticole per contrastare il fiume che esonda durante la stagione delle piogge, raggiungiamo la vasta distesa del bacino idrico. Un enorme specchio d’acqua di cui non si vede la riva opposta e che è solcato da semplici pescatori in quanto ricchissimo di fauna ittica, sostentamento dei villaggi della regione. Tutta la giornata è dedita a navigare e a conoscere, comunicando a gesti ed espressioni facciali, gli abitanti lungo il Tonle Sap, molti sono i bambini dal sorriso spontaneo.
Una giornata, di cui ammiriamo il tramonto che si insinua tra la fitta griglia di mangrovie, che orlano larghi tratti della riva lacustre e che noi attraversiamo a navigazione lenta con il barcaiolo che abilmente sposta quei rami che pericolosamente sporgevano verso la barca. Il tutto nella pace infinita del Tonle Sap, incuranti del frinire di cicale e di altri insetti tropicali.
