martedì, Settembre 8, 2026
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Bilancio della sanità veneta nei 15 anni di Luca Zaia

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(Articolo di Renzo Mazzaro sulla sanità veneta da VicenzaPiù Viva n. 301, sul web per gli abbonati).

Dietro i 15 anni di slogan pronto soccorso più cari d’Italia, cittadini costretti a indebitarsi per curarsi e un sistema pubblico svuotato a vantaggio dei privati.

I quindici anni di governo del Veneto di Luca Zaia se ne stanno andando senza un bilancio serio. Intendiamo un bilancio tecnico sulle cose fatte, misurate sulla distanza dalle promesse. Sui cieli del Veneto campeggia solo il 75% del consenso con cui il presidente è stato eletto nel 2020. Una percentuale scritta a caratteri cubitali, mai raggiunta da nessuno e sfoderata ultimamente in tutti i discorsi dall’interessato, preoccupato di vendere
cara la pelle con la promessa-minaccia di una sua lista da barattare con un posto nell’empireo della politica. Altro non si vede.
A colmare la lacuna arriva una analisi sulla sanità del Veneto negli ultimi 15 anni da parte di due tecnici. Uno è Franco Toniolo, già direttore generale della sanità ai tempi di Giancarlo Galan presidente e Flavio Tosi assessore alla sanità, l’altro è Ubaldo Scardellato, anche lui ex dirigente in diverse Usl. L’analisi è contenuta in un libro che si tiene alla larga da valutazioni politiche. Misura le cose usando il duro linguaggio degli atti ufficiali e delle normative con cui la Regione ha impartito le linee di governo della sanità veneta con il piano socio sanitario 2012-16 e con il successivo 2019-23.
Per cominciare i due fanno giustizia della nomea con la quale di volta in volta il Veneto viene collocato in cima alla graduatoria delle regioni italiane per la capacità di governo della sanità. La situazione è molto ondivaga, ma la verità è che il Veneto dal 2019 perde posizioni. Il monitoraggio dei Lea (livelli essenziali di assistenza) vedeva nel 2020 in testa la Provincia di Bolzano, seguita dalla Provincia di Trento e al terzo posto la Regione Emilia Romagna. Nel 2021 la graduatoria era Emilia Romagna, Toscana e Provincia di Trento. Nel 2022 il Veneto era al quinto posto. Nel 2023 tornava secondo, dietro l’Emilia Romagna.
Stando ad una ricerca Unipol-Ambrosetti il Veneto è secondo in Italia per l’offerta sanitaria, quarto per la salute della popolazione e per la spesa over 65, nono per gli asili nido, diciottesimo per le politiche del lavoro.
Insomma, un saliscendi. Ma queste graduatorie orchestrate con criteri non omogenei «stridono con la percezione e la reale esperienza dei cittadini», scrivono i due autori, «soprattutto quanto a liste d’attesa e spese per visite specialistiche». Percezione che non risulta campata in aria: i veneti sono costretti a integrare la spesa sanitaria pubblica con soldi che escono direttamente dalle loro tasche. Nell’out of pocket (dirlo in inglese sembra perfino bello) occupiamo le posizioni più alte in Italia.

Zaia inaugura la Casa Rossa
Zaia inaugura la Casa Rossa

Unica preoccupazione
contenere le spese
La prima osservazione che si impone
nell’esame del piano sociosanitario 2012-
16 è la sterzata che la Regione imprime
rispetto all’organizzazione precedente,
cominciando a staccare l’intervento per la
sanità da quello per i servizi sociosanitari. Con pesanti ricadute sul territorio, come
vedremo. Ma il fatto più importante è la
riforma delle Usl, trasformate nel 2016
in Aziende e portate da 21 a 9. Una per
provincia era stata l’impostazione: poteva
essere anche un criterio, peccato che
le province venete siano 7, le due Aziende
in sovrannumero (Veneto Orientale e
Bassano) obbediscono a esigenze d’altro
genere, evidentemente clientelari.
L’operazione provoca un allungamento
a dismisura della catena di comando.
Scompaiono strutture ospedaliere bipolari,
come Dolo-Mirano, Castelfranco-
Montebelluna, Cittadella-Camposampiero,
che facevano da filtro agli
ospedali superiori. Questo nella convinzione
che l’ospedale del capoluogo possa
far fronte a tutte le funzioni. E in vigenza
di un piano che prevedeva dimensioni tra
200.000 e 300.000 abitanti per ogni Usl
si arriva a dimensioni di 900.000 abitanti
per Azienda sanitaria.
A governare il sistema viene inventata
l’Azienda Zero, che accentra tutte le funzioni
(personale, acquisti, formazione,
spesa, perfino l’attività istruttoria sulla
programmazione…) svuotando di potere
i 9 direttori generali, ma anche lo stesso
Consiglio regionale. «Niente del genere
esiste in Italia», commenta un altro
grande ex dell’amministrazione sanitaria
regionale, Pietro Gonella, citato nell’appendice
del libro. «Una struttura mastodontica,
trofeo personale del direttore generale
Domenico Mantoan, figlia di un
decennio di guida militaresca della sanità
veneta, annientatrice di qualsiasi spazio
di dialogo e confronto».
Nell’esaminare quello che il piano prevedeva
e quello che è stato fatto, Toniolo
e Scardellato registrano che non si trova
traccia della riduzione dei posti letto annunciata.
Si volevano governare le liste d’attesa con
aperture serali e festive delle strutture
pubbliche, offrendo prestazioni sanitarie
in orari alternativi. I numeri dicono che è
stato un fallimento: per le visite specialistiche
risultano 136.203 accessi su oltre 4
milioni di prestazioni effettuate.
La copertura assicurativa rimane un grosso
problema: polizze e compagnie inadeguate
costringono le Aziende sanitarie ad
autoassicurarsi e spingono i medici a praticare
una medicina difensiva (mi salvo
dalla mancanza di copertura assicurativa
evitando di correre rischi, a danno del
paziente).
La valutazione conclusiva è tranchant:
tutta l’attenzione dell’amministrazione
regionale è concentrata sul contenimento
della spesa, che viene conseguito con tagli
lineari. Chiamando i pazienti a contribuire
alla spesa, soprattutto farmaceutica e specialistica, che dovrebbe essere invece
coperta dalla sanità pubblica, nel 2012 il
Veneto registra il più alto indice in Italia
di compartecipazione alla spesa (out of
pocket) con 64,5 euro per abitante. Cifra
che diventerà molto più alta, una tassa
sulla salute, alla faccia dell’abbassamento
delle tasse tanto sventolato.
L’altra leva per risparmiare è la forte riduzione
del tournover del personale sanitario,
tutti aspetti che andranno incontro
ad un inasprimento negli anni successivi.
Il pronto soccorso
più caro d’Italia
Il piano socio sanitario 2019-23 registra
una innegabile apertura alla sanità privata:
i posti letto accordati sono cresciuti del
7,62% nel quindicennio di Luca Zaia. Il
presidente sostiene pubblicamente che
i privati incidono solo per il 6% della
spesa, ma bisognerà dirgli che si sbaglia.
Il conto economico lo smentisce: i soldi
pagati dalla Regione alla sanità privata
sono il 16,6% del bilancio del settore; i
ricoveri nelle strutture private accreditate
sono il 16,4% del totale ma raggiungono
il 69% nella riabilitazione; le prestazioni
specialistiche offerte dai privati sono il
13,7% del totale.
L’organizzazione della struttura pubblica
ospedaliera presenta anomalie: per esempio
i posti letto occupati nell’area medica
sono complessivamente il 93% ma sono
solo il 61% nell’area materno infantile,
che risulta di conseguenza sovrastimata.
La vera emergenza è il pronto soccorso: il
Veneto registra i tempi di attesa più lunghi
d’Italia per i casi meno gravi, i codici
bianchi, che sono il 55% delle intere prestazioni
del servizio di pronto soccorso.
Da notare che il codice bianco prevede
il pagamento del ticket, out of pocket,
dalla tasca del paziente. Il 55% di codici
bianchi a pagamento pone il Veneto in
cima alla graduatoria nera delle regioni
italiane: a grande distanza arriva la Val
D’Aosta col 23%, poi l’Emilia Romagna
col 12% e la Lombardia con l’8%.
E, quando le tasche sono vuote, non resta
che ricorrere ai prestiti bancari. Secondo
un’indagine di Facile.it la richiesta di
prestiti personali per spese mediche nel
Veneto è al 5,11% del totale degli accessi
bancari, contro il 4,70% della media
nazionale.
Nel quindicennio di governo Zaia c’è in
particolare l’abbandono dei servizi sociosanitari,
scaricati sui Comuni già alle
prese con bilanci che piangono, attraverso
deleghe difformi tra le varie Aziende
sanitarie che creano grandi differenze tra
Comuni capoluogo e Comuni minori.
Il 17% degli ospiti delle Rsa (case di riposo)
pesano sulle famiglie per 120 milioni
di euro, che, guarda caso, è la stessa
cifra che Palazzo Balbi ha tolto dalle tasse
regionali (tasse di scopo) sui redditi medio-
alti.
Risultano mancare 1.300 medici per un
costo complessivo di 130 milioni e 5.000
tra infermieri e tecnici per un costo pari
a 280 milioni di euro. Sarebbero 410 milioni
da registrare in rosso e invece consentono
al manovratore l’agognato pareggio
di bilancio.
Ne consegue che il sistema si regge
sull’abnegazione degli operatori, finché
dura, e sulle famiglie che pagano. La spesa
privata out of pocket per sfuggire alle
liste d’attesa è in costante aumento: nel
2021 ha toccato i 756 euro pro capite
nel Veneto, circa 100 euro in più della
media nazionale. Per prestazioni in parte
rientranti nei Lea, livelli essenziali di assistenza:
in tal caso si tratta di un diritto
negato. Qui il Veneto registra una delle
peggiori performance nazionali, collocandosi
al terzo posto dopo Lombardia
e Lazio.
Un’indagine della Fondazione Corazzin
a fine 2023 segnalava che 7 veneti su
10 ritenevano peggiorato il servizio sanitario
rispetto ai due anni precedenti.
Situazione che trovava conferma perfino
in un’intervista di Luca Zaia al Corriere
del Veneto (22 febbraio 2022): «Faremo
una rivoluzione territoriale nella sanità, ci
vogliono più posti letto, bisogna investire
nei professionisti, nelle assunzioni e negli
stipendi».
Non sono seguiti fatti concreti e il tempo
è scaduto.
Sanità e sociale in Veneto
Storia critica 2008-24, con fondamentali riferimenti normativi nazionali
Franco Toniolo e Ubaldo Scardellato
(Ronzani Editore)

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