(Adnkronos) – Il giorno dopo la sentenza di primo grado sul caso Regeni che ha condannato a 10 anni tre 007 egiziani, in attesa di leggere le motivazioni, ci si interroga su quale sarà il futuro del procedimento. Ieri i giudici della Prima Corte di Assise di Roma hanno condannato per l’accusa di sequestro del ricercatore friulano, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif assolvendo invece il generale Tariq Sabir. Una decisione che ha fatto cadere però le accuse di omicidio e lesioni. Ora per le difese degli imputati, assenti, c’è un primo nodo da sciogliere per un eventuale approdo in aula del processo di Appello, ovvero la necessità della procura speciale, introdotta dalla riforma Cartabia, pena l’inammissibilità dell’impugnazione.
E di nuovo qualora la questione venisse sollevata si potrebbe arrivare a sollecitare un nuovo intervento della Consulta, che già nel 2023 era stata decisiva per sbloccare il procedimento. Le difese infatti potrebbero chiedere alla Corte di Appello di sollevare la questione di legittimità costituzionale sull’articolo di legge che non consente di presentare appello senza una specifica procura nel caso in cui si sia dichiarata l’assenza dell’imputato perché uno Stato non collabora. I difensori d’ufficio inoltre potrebbero impugnare con il ricorso in Appello l’ordinanza sulla dichiarazione di assenza degli imputati.
Un punto questo che aveva già provocato il primo stop del procedimento, poi sbloccato grazie all’intervento proprio della Consulta, con una questione di costituzionalità sollevata dalla procura di Roma. La Corte Costituzionale aveva riconosciuto l’illegittimità della norma sottolineando che la paralisi sine die del processo per i delitti di tortura commessi da agenti pubblici “non è accettabile, per diritto costituzionale interno, europeo e internazionale”.
C’è poi un altro punto che riguarda le accuse cadute, omicidio, lesioni e alcune aggravanti, che potrebbero far scattare tempi meno lunghi per la prescrizione: con il reato di sequestro riconosciuto dalla Corte si applica dopo 12 anni. La procura di Roma dal canto suo attenderà di leggere le motivazioni per decidere sul ricorso.
Un’altra partita riguarderà poi le provvisionali decise ieri dalla Corte di Assise di Roma e in particolare quella da 150mila euro in favore della presidenza del Consiglio dei ministri, costituita parte civile nel processo, che potrebbe attivarsi tramite l’Avvocatura dello Stato per ottenerla dall’Egitto. Occorrerà invece attendere che la sentenza passi in giudicato per affrontare il tema dell’estradizione, ovvero per chiedere l’esecuzione della sentenza.
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