lunedì, Ottobre 5, 2026
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Povera Piacenza, giù le mani dal prosciutto!

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Le tradizioni gastronomiche e il rispetto delle esigenze alimentari individuali si confrontano nel dibattito sulle mense di Piacenza. L’editoriale di La Gazzetta invita a distinguere le ipotesi dai fatti e chiede chiarezza sulle ragioni delle scelte.

Tradizioni gastronomiche e inclusione nelle mense scolastiche

Il legame tra tradizioni gastronomiche, identità e accoglienza è affrontato anche nella riflessione sull’ospitalità calabrese.


Se l’inclusione finisce per cancellare le nostre tradizioni gastronomiche, forse abbiamo confuso il rispetto con la rinuncia. E a tavola, come nella vita, il buon senso dovrebbe essere il primo ingrediente.

di Giuseppe Arnò

Prosciutto affettato con fichi e formaggio, simboli delle tradizioni gastronomiche italiane

Ci sono città che affidano la propria fama ai monumenti, altre ai personaggi illustri, altre ancora alle bellezze del paesaggio. Piacenza, ridente città emiliana, può vantare anche un patrimonio che meriterebbe la tutela dell’Unesco: la buona tavola. O, per essere più precisi, la nobile arte salumiera.

Coppa piacentina, pancetta piacentina e salame piacentino non sono semplici prodotti da mettere nel carrello della spesa. Sono il risultato di una storia fatta di lavoro, sapienza artigianale e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Insomma, non tre salumi qualsiasi, ma altrettanti ambasciatori di un territorio che, quando si tratta di mangiare, sa il fatto suo.

Eppure, anche le certezze più saporite possono finire nel tritacarne della burocrazia. O, peggio, in quello delle interpretazioni ideologiche.

A Piacenza, secondo quanto riportato dalla stampa, dal 20 ottobre coppa, lonza e prosciutto cotto sarebbero destinati a scomparire dai menù delle mense scolastiche, nell’ambito della nuova programmazione autunno-inverno. Alimenti presenti nei menù dello scorso anno e che, a quanto pare, non troverebbero più posto in quello nuovo.

Perché? Le ragioni della scelta andrebbero chiarite dall’amministrazione e dagli organismi competenti. Nel frattempo, non sono mancate le polemiche e i sospetti: c’è chi ipotizza che la decisione possa essere legata alla sensibilità religiosa di una parte degli alunni.

Attenzione, però: un sospetto non è una prova, e sarebbe ingiusto trasformare un’ipotesi in una certezza. Proprio per questo, sarebbe opportuno che chi ha preso la decisione spiegasse pubblicamente le ragioni della scelta. La trasparenza, dopotutto, non dovrebbe essere un ingrediente facoltativo della pubblica amministrazione.

A sollevare il caso è stata Sara Soresi, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale. Anche la Lega ha chiesto chiarimenti pubblici all’amministrazione e all’Ausl, contestando l’eliminazione generalizzata delle diverse preparazioni a base di maiale. Nel dibattito politico è stato richiamato anche il precedente di Lodi, segno che, quando si tocca il piatto, la questione smette rapidamente di essere soltanto culinaria.

Ma lasciamo per un momento la politica ai suoi inevitabili appetiti e torniamo alla sostanza.

L’inclusione è una cosa seria. Proprio per questo non dovrebbe diventare sinonimo di rinuncia preventiva alle proprie tradizioni.

In una società pluralista, il rispetto delle convinzioni religiose e delle esigenze alimentari di ciascuno è doveroso. Chi non mangia carne di maiale per motivi religiosi deve poter disporre di un’alternativa adeguata, senza essere costretto a consumare alimenti contrari alle proprie convinzioni. Lo stesso vale per allergie, intolleranze e altre necessità documentate.

Ma da questo principio non discende automaticamente che tutti debbano mangiare la stessa cosa, né che un alimento debba scomparire dal menù di tutti perché qualcuno non può o non vuole consumarlo.

Se esistono esigenze individuali, si predispon­gano menù alternativi. È una soluzione ragionevole, già ampiamente conosciuta nella ristorazione collettiva: dalle mense scolastiche ai viaggi aerei, ciascuno può ricevere un pasto compatibile con le proprie necessità, senza pretendere che tutti gli altri rinuncino alle proprie preferenze.

Naturalmente, se la scelta piacentina dipendesse da ragioni nutrizionali, organizzative o sanitarie, spetterebbe agli enti responsabili illustrarle con altrettanta chiarezza. Il problema, infatti, non è eliminare un alimento in quanto tale, ma capire perché lo si faccia e se esistano soluzioni più equilibrate.

Perché, diciamolo con un sorriso, l’Italia non è soltanto il Paese della pizza, della pasta e del caffè. È anche quello dei salumi, dei formaggi, dei ragù preparati con pazienza e delle ricette custodite gelosamente nelle famiglie. Un patrimonio che non ha bisogno di essere imposto a nessuno, ma neppure di essere messo in castigo per dimostrare quanto siamo accoglienti.

La nostra cucina è una delle forme più riconoscibili della nostra identità. Non pretende di essere l’unica al mondo, ma ha tutto il diritto di continuare a essere se stessa. E il modo migliore per rispettare le tradizioni degli altri non consiste nel cancellare le proprie, bensì nel farle convivere.

Del resto, la cultura dell’accoglienza dovrebbe funzionare come una buona tavola italiana: c’è posto per tutti, purché nessuno pretenda di decidere da solo il menù degli altri.

E allora, povera Piacenza! Sarebbe davvero un peccato se, in nome di un’inclusione mal interpretata, si finisse per sacrificare sull’altare delle buone intenzioni proprio ciò che si dovrebbe imparare a conoscere e rispettare: la storia, i sapori e le tradizioni di un territorio.

Aspettiamo dunque i chiarimenti dovuti, senza processi alle intenzioni e senza guerre di religione a colpi di forchetta. Ma con un principio ben fermo: rispetto per tutti, rinunce imposte a nessuno.

Perché essere ospitali è una virtù. Essere rispettosi è un dovere. Confondere la gentilezza con la cancellazione della propria identità, invece, è un errore.

E qui torna utile un vecchio detto napoletano, che non ha bisogno di ulteriori condimenti: buono sì, ma fesso no! Anche perché, quando si parla di prosciutto, sarebbe davvero un peccato lasciare che a rimetterci sia sempre il maiale.

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Foto by Bing.com

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