La libertà religiosa e il rispetto delle leggi comuni sono al centro di Est modus in rebus su La Gazzetta. Dal caso di Padova al confronto europeo, la riflessione distingue l’accoglienza delle persone dalla costruzione di ordinamenti paralleli.
Libertà religiosa, accoglienza e regole comuni
Il rapporto fra ospitalità e convivenza richiama anche la riflessione sulla xenía calabrese e sul rispetto delle regole.
Quando il buonismo europeo rischia di confondere l’accoglienza con la cessione di sovranità
di Giuseppe Arnò
C’è un antico proverbio latino che, ogni tanto, varrebbe la pena rispolverare: est modus in rebus. In tutte le cose ci vuole una misura. Anche nella tolleranza, persino nell’accoglienza e, data venia, perfino nel buonismo.
Perché quando la tolleranza arriva al punto di non distinguere più tra integrazione e costruzione di ordinamenti paralleli, qualche domanda diventa lecita. E non necessariamente perché a porla sia un nostalgico delle Crociate.
La notizia arrivata oggi dal Veneto è, sotto questo profilo, quantomeno singolare. A Padova è stata segnalata l’esistenza di una Camera Arbitrale Islamica Italiana, che si presenta pubblicamente come organismo destinato a risolvere controversie secondo principi della Sharia e definisce il proprio organo arbitrale come “Tribunale Sciaraitico”. Sulla sua effettiva natura e sulla compatibilità della sua attività con l’ordinamento italiano è stato presentato un esposto alla Procura.
E qui conviene mettere da parte per un momento la polemica politica e aprire il codice della Costituzione.
L’articolo 101 è piuttosto chiaro: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. L’articolo 102 aggiunge che la funzione giurisdizionale è esercitata dai magistrati ordinari e che non possono essere istituiti giudici straordinari o speciali.
Dunque, una cosa è un gruppo di persone che, volontariamente e nell’ambito consentito dalla legge, ricorre a un arbitrato privato per cercare una composizione di una controversia; altra cosa sarebbe l’esistenza di una giurisdizione parallela, capace di sostituire la legge della Repubblica con norme religiose proprie.
La differenza non è un dettaglio da azzeccagarbugli: è precisamente la differenza tra una libertà religiosa pienamente tutelabile e la pretesa di costruire, dentro uno Stato, un secondo sistema normativo.
E qui il nostro proverbio latino torna prepotentemente d’attualità.
Perché accogliere chi arriva da un’altra cultura significa rispettarne la persona, la fede, le tradizioni e la libertà di culto. Non significa, però, consegnargli un pezzo dell’ordinamento nazionale affinché possa amministrarlo secondo regole differenti.
La Costituzione italiana, del resto, non è un menu à la carte dal quale ciascuno può scegliere le norme che preferisce.
E non è soltanto l’Italia a offrire materia di riflessione.
In Germania, all’Università di Münster, il piano di risparmio dell’ateneo prevede la soppressione di quattro delle 22 cattedre della Facoltà teologica cattolica entro il 2031. Contemporaneamente, la nuova Facoltà di Teologia islamica, istituita quest’anno, è stata esclusa dai tagli e si prepara a partire con otto professori.
Naturalmente, sarebbe scorretto trasformare una decisione di bilancio universitario in una prova di una strategia politico-religiosa. Le due cose non sono automaticamente collegate. Ma è altrettanto legittimo osservare che, agli occhi del cittadino comune, certe coincidenze producono almeno qualche sopracciglio sollevato.
E il sopracciglio, in democrazia, è ancora perfettamente legale.
Persino in Gran Bretagna, dove da tempo esistono gli Sharia councils, il Governo britannico ha dovuto esaminare il problema della loro compatibilità con il diritto nazionale. La revisione indipendente del 2018 chiarì un punto fondamentale: questi organismi non sono tribunali e non possiedono giurisdizione civile; laddove le loro indicazioni contrastino con la legge britannica, prevale la legge britannica.
Insomma, anche nella patria del keep calm qualcuno ha ritenuto opportuno stabilire dove finisce la libertà religiosa e dove comincia la sovranità dello Stato.
Non è dunque questione di essere contro l’Islam, contro i musulmani o contro chiunque abbia una fede diversa dalla nostra. Sarebbe una semplificazione tanto ingiusta quanto inutile.
La questione è un’altra: uno Stato democratico può essere pluralista senza diventare plurigiuridico.
E dovrebbe forse ricordarselo soprattutto l’Europa, che negli ultimi decenni ha sviluppato una forma di pudore quasi patologico nel difendere se stessa. Talvolta sembra che dichiarare con fermezza i propri principi venga considerato più sconveniente che chiedere scusa per averli.
Così, mentre noi ci affanniamo a dimostrare quanto siamo aperti, tolleranti, inclusivi e rispettosi di ogni diversità, sarebbe forse opportuno ricordare che una società può accogliere molte culture senza rinunciare alla propria struttura giuridica.
Altrimenti si corre il rischio di scambiare l’integrazione con la progressiva frammentazione della società in comunità separate, ciascuna con i propri riferimenti, le proprie regole e, magari domani, le proprie pretese.
E questo non sarebbe multiculturalismo: sarebbe semplicemente un modo assai elegante di smontare pezzo per pezzo l’idea stessa di cittadinanza comune.
Perché rispettare l’ospite è una virtù. Permettergli di stabilire le regole della casa è un’altra faccenda.
La famosa frase attribuita a Denise Bombardier — secondo cui “solo coloro che vi rispettano vi amano; gli altri vogliono soltanto abusare di voi” — può forse essere discussa nella sua formulazione, ma contiene una provocazione che merita di essere meditata: l’ospitalità, per essere davvero tale, non può trasformarsi nella rinuncia del padrone di casa alle proprie regole.
Non abbiamo bisogno di guerre di religione. Abbiamo bisogno di leggi uguali per tutti, libertà religiosa per tutti e rispetto reciproco.
E soprattutto di un’Europa capace di distinguere la tolleranza dalla resa, l’integrazione dall’entrismo e il dialogo dalla rinuncia preventiva a dire ciò in cui crede.
Altrimenti, continuando a togliere un mattone qua, una certezza là e una regola altrove, potremmo ritrovarci un bel giorno a scoprire che la casa è ancora nostra soltanto perché conserviamo le chiavi.
E sarebbe davvero un peccato dover chiedere il permesso per entrare.
Con il dovuto rispetto, naturalmente. E magari anche in punta di piedi: non si sa mai che qualcuno, nel frattempo, abbia cambiato il regolamento condominiale.
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