martedì, Ottobre 13, 2026
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Il sindaco, Colombo e il dovere di rappresentare tutti

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Rappresentare tutti significa riconoscere anche le comunità che non condividono le idee di chi governa. Le polemiche sul Columbus Day a New York riaprono il confronto tra memoria e responsabilità pubblica, al centro della riflessione della Gazzetta.

Rappresentare tutti: Colombo, New York e la responsabilità di un sindaco

Illustrazione con nastro giallo e scritta Il dovere di rappresentare tutti

A New York il dissenso storico non dovrebbe diventare una distanza istituzionale: amministrare significa servire l’intera comunità, non soltanto la parte che ci somiglia.

Pare che gli americani abbiano sviluppato una particolare inclinazione per le novità, anche quando queste presentano qualche costo imprevisto. John Updike ci invita a riflettere su questo tratto della loro società. E New York, metropoli abituata a sorprendere il mondo, offre oggi un nuovo spunto di discussione: il rapporto fra le convinzioni personali di un amministratore e i doveri che accompagnano la sua carica.

Il protagonista è Zohran Mamdani, nuovo inquilino di City Hall, che non ha mai nascosto le proprie riserve sulla figura di Cristoforo Colombo, considerato da lui soprattutto come simbolo della colonizzazione e delle sofferenze inflitte alle popolazioni indigene. Una lettura storica che appartiene a un dibattito legittimo, per quanto tutt’altro che pacificato. Il problema, tuttavia, non è stabilire se Colombo meriti un monumento, una revisione critica o una pagina più severa nei libri di storia. È capire se il dissenso nei confronti di un personaggio storico debba necessariamente tradursi in una presa di distanza da una comunità che, attorno a quel personaggio, ha costruito una parte significativa della propria memoria collettiva.

Nel giugno 2020, quando era ancora un deputato dell’Assemblea dello Stato di New York, Mamdani pubblicò sui social una fotografia nella quale rivolgeva il dito medio alla statua di Colombo ad Astoria, nel Queens, accompagnandola con due parole inequivocabili: «Take it down», ovvero «Tiratela giù». Un gesto che, al di là delle intenzioni, difficilmente si presta a essere interpretato come un esempio di diplomazia istituzionale.

Oggi la polemica si è riaccesa con la sua assenza dalla tradizionale parata del Columbus Day sulla Fifth Avenue, manifestazione che celebra il patrimonio culturale e il contributo degli italoamericani alla società statunitense. Una scelta che ha suscitato malumori nella comunità italiana, già contrariata dall’esclusione di Little Italy da una mappa cittadina dedicata ai quartieri degli immigrati. Non sono mancate le critiche, mentre il sindaco ha diffuso un messaggio per l’Italian American Heritage Month, riconoscendo il contributo degli immigrati italiani alla crescita di New York. Un gesto apprezzabile, ma che non ha dissipato le perplessità di tutti.

Il presidente Donald Trump ha a sua volta manifestato il proprio sostegno alla celebrazione di Colombo e al valore simbolico che essa conserva per molti italoamericani. Il confronto, dunque, non riguarda soltanto una statua o una sfilata: tocca il modo in cui una città riconosce le proprie diverse componenti e concilia interpretazioni storiche talvolta inconciliabili.

Ed è proprio qui che si misura la differenza fra un’opinione personale e una responsabilità pubblica.

Un cittadino, naturalmente, è libero di contestare Colombo, di giudicarlo severamente e persino di chiedere che i suoi monumenti vengano rimossi. La libertà di espressione non deve dipendere dal consenso altrui. Ma chi assume la guida di una grande città eredita anche un compito ulteriore: rappresentare cittadini che non condividono necessariamente le sue idee, le sue priorità o la sua visione della storia.

Un sindaco non è chiamato a partecipare a ogni manifestazione, né a sottoscrivere ogni simbolo che essa celebra. Può dissentire, spiegare le proprie ragioni e persino declinare un invito. Ma dovrebbe saper distinguere fra l’omaggio a un navigatore controverso e il riconoscimento dovuto a generazioni di italiani che hanno lavorato, costruito famiglie, affrontato discriminazioni e contribuito alla prosperità della città.

La parata, insomma, non è un esame di ammissione al club degli ammiratori di Colombo. È anche una celebrazione di una comunità e della sua storia. Confondere i due piani rischia di trasformare una divergenza culturale in una distanza istituzionale. E un amministratore accorto dovrebbe sapere che si può discutere persino animatamente del passato senza mortificare chi, nel presente, chiede soltanto di vedere riconosciuta la propria identità.

Il buon governo, del resto, non si misura dalla capacità di compiacere i propri sostenitori, ma da quella di occuparsi anche di chi non ci ha votato. La faziosità può procurare applausi nella propria tribuna; l’imparzialità, invece, richiede la pazienza meno spettacolare di ascoltare tutti. È un esercizio che non garantisce sempre consenso immediato, ma distingue la responsabilità amministrativa dalla semplice testimonianza ideologica.

Perché una città non appartiene al sindaco, così come la sua storia non appartiene a una sola interpretazione. Appartiene a chi la abita, a chi l’ha costruita e a chi continua, ogni giorno, a renderla viva. Governarla significa tenere insieme queste differenze, non scegliere quali meritino di essere ascoltate.

E poi, panta rei: tutto scorre, le stagioni politiche passano, gli amministratori cambiano e gli elettori, talvolta, cambiano umore con una rapidità che farebbe invidia al clima di Manhattan. Resta però la memoria delle parole e dei gesti, che non sempre segue il calendario delle elezioni.

A questo proposito, torna alla mente una riflessione attribuita a Publio Cornelio Tacito: gli uomini sono più pronti a ricambiare un torto che un favore, perché la gratitudine pesa, mentre la vendetta procura piacere. Una massima che invita alla prudenza, soprattutto a chi dispone di una carica pubblica e dovrebbe conoscere il valore della misura.

L’italianità non ha bisogno che tutti venerino Colombo, né che ogni sindaco sfili con il tricolore. Chiede soltanto che il proprio contributo non venga confuso con le colpe, vere o presunte, di un personaggio vissuto cinque secoli fa.

In fondo, per amministrare una città non occorre amare tutti allo stesso modo: basta rispettarli tutti con la stessa serietà. E, per un sindaco, questa è forse la scoperta più importante da fare. Non serve attraversare l’Atlantico per arrivarci.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva remix

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