La sicurezza dei cittadini richiede prevenzione, responsabilità e leggi efficaci, senza confondere garanzie e impunità. Il rapporto tra libertà e tutela delle attività economiche attraversa anche le preoccupazioni dei commercianti veronesi per i disordini.
Sicurezza dei cittadini: libertà, diritti e responsabilità
Dalla vetrina infranta alla fiducia incrinata: la libertà non può diventare il privilegio di chi la calpesta. Servono leggi efficaci, responsabilità condivise e interventi tempestivi, senza confusioni tra garantismo e impunità.
C’è sempre una goccia che fa traboccare il vaso. E, questa volta, il vaso non soltanto trabocca: rischia di andare in frantumi, insieme alla pazienza di cittadini che vorrebbero semplicemente vivere, lavorare e circolare senza sentirsi ostaggi di bande di sconsiderati.
A Bologna, dopo gli scontri, alcuni commercianti hanno deciso di non riparare neppure le vetrine già infrante, in attesa dei prossimi disordini. Una scelta amara, che racconta meglio di tante statistiche il grado di esasperazione raggiunto: quando riparare un danno diventa un investimento a perdere, significa che qualcosa, nella convivenza civile, si è seriamente guastato.
Intanto, gruppi di facinorosi, talvolta giovanissimi, trasformano le piazze in campi di battaglia, aggrediscono le forze dell’ordine, devastano negozi, saccheggiano supermercati e vetrine di lusso. E, come se non bastasse, immortalano le proprie imprese sui social, trasformando la violenza in uno spettacolo da esibire e, magari, in un trofeo da esibizionisti. Alla fine, se ne vanno loro; a restare sono i cocci, la paura e il conto da pagare. Naturalmente, a carico di chi non c’entrava nulla.
Non manca, talvolta, il genitore indignato perché il figlio minorenne è stato arrestato o sottoposto a misure cautelari. Comprensibile che una madre o un padre si preoccupino della sorte dei propri ragazzi; meno comprensibile pretendere che l’età diventi uno scudo assoluto dalle conseguenze delle proprie azioni. La minore età impone garanzie e percorsi educativi adeguati, non una patente di impunità. Perché educare significa anche insegnare che ogni diritto porta con sé una responsabilità.
Il garantismo è una conquista di civiltà, non un lasciapassare per la violenza.
Il nuovo decreto sicurezza 2026, approvato dal Consiglio dei ministri, interviene su diversi fronti, dalla condotta dei minori alle manifestazioni, fino agli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine. È un passo che andrà valutato nei suoi contenuti e nei suoi risultati. Ma sarebbe ingenuo credere che basti una norma, per quanto severa, a risolvere un problema che affonda le radici ben più in profondità.
La questione riguarda anche la famiglia, la scuola, i servizi sociali e le amministrazioni locali. Quando il disagio viene ignorato, l’autorità delegittimata e il vandalismo scambiato per esuberanza giovanile, il terreno diventa fertile per chi confonde la libertà con il diritto di fare ciò che gli pare. Prevenire è indispensabile; intervenire, quando la prevenzione fallisce, è altrettanto necessario.
E qui finisce la stagione delle buone intenzioni, delle dichiarazioni indignate a giorni alterni e delle solite schermaglie politiche. Basta invocare il rigore quando si è all’opposizione e denunciare la repressione quando si governa. La sicurezza dei cittadini non dovrebbe avere una tessera di partito, né cambiare colore a seconda di chi occupa Palazzo Chigi.
Non auspichiamo pieni poteri, né divise al posto delle istituzioni democratiche. Auspichiamo istituzioni che esercitino con fermezza i poteri legittimamente conferiti loro dalla legge. C’è una differenza enorme tra uno Stato autoritario e uno Stato autorevole: il primo pretende obbedienza senza limiti; il secondo garantisce diritti, esige doveri e non abbandona i cittadini alla prepotenza dei più violenti.
Anche le forze dell’ordine devono poter operare con strumenti adeguati, regole chiare e protezioni giuridiche coerenti con la delicatezza del loro compito. Non si può pretendere che agenti e militari facciano da bersaglio alle sassate, salvo poi processarli sommariamente, almeno nel tribunale mediatico, se un intervento legittimo produce conseguenze sgradite. Naturalmente, ogni abuso va accertato e sanzionato; ma la responsabilità individuale non può trasformarsi in un pretesto per paralizzare chi è chiamato a proteggere gli altri.
La risposta, dunque, non è la violenza dello Stato, ma la fermezza della legge. Identificare i responsabili, interrompere tempestivamente le condotte pericolose, applicare sanzioni proporzionate ed effettive, risarcire i danni e intervenire sui segnali precoci di radicalizzazione e devianza. Per i minori, giustizia ed educazione devono procedere insieme. Per gli adulti, nessuna indulgenza di comodo. E per chi organizza, fomenta o sfrutta i disordini, accertamenti seri e responsabilità commisurate ai fatti, senza processi alle intenzioni ma neppure indulgenze preventive.
Il male va contrastato sul nascere, prima che diventi abitudine, emulazione o sistema. Non significa punire senza prove, sacrificare la presunzione d’innocenza o rinunciare al controllo dei giudici. Significa evitare che la lentezza, l’inerzia e le contrapposizioni ideologiche rendano inefficace una giustizia che dovrebbe essere tempestiva, credibile e uguale per tutti.
Già negli anni Novanta, lungo qualche strada calabrese, si leggevano sui muri vecchie scritte elettorali: «Molto si è fatto e molto si dovrà fare». Il tempo ha scolorito la vernice, ma non sempre le cattive abitudini della politica. Noi aggiorneremmo la formula in modo meno trionfalistico e forse più sincero: «Poco si è fatto, molto si deve ancora fare».
Un’esortazione ai destinatari legittimi: meglio tardi che mai. Purché il tardi non finisca per assomigliare, pericolosamente, a un mai.
Isaac Bashevis Singer osservava che, nella vita, le cose che desideriamo hanno la curiosa specialità di arrivare troppo tardi. Facciamo in modo che, almeno per la sicurezza e la serenità dei cittadini, non sia questa la regola.
Perché la libertà non è il privilegio di chi urla più forte, lancia il sasso o spacca la vetrina. È il diritto di tutti a vivere senza paura, nel rispetto reciproco e sotto la protezione di leggi giuste, applicate con coraggio.
E se vogliamo brindare a una società davvero civile, scegliamo pure un buon vino biologico: genuino, senza sofisticazioni e con un finale limpido. Alla libertà, dunque. Ma a quella di tutti, non soltanto di chi pretende di esercitarla sulla pelle degli altri.
Giuseppe Arnò
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