domenica, Ottobre 25, 2026
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L’agorà del sabato sera

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La psicologia del tifo attraversa il confronto sul voto in Brasile: appartenenza e ostilità possono prevalere sulla valutazione dei risultati. Il giudizio degli elettori richiama il dovere di rappresentare tutti e la responsabilità di chi governa.

Psicologia del tifo e responsabilità democratica

Birra e bruschette sul tavolo, immagine della riflessione sulla psicologia del tifo

Psicologia del tifo: quando l’avversario conta più del risultato

Come ogni sabato, ci ritroviamo in piazza. Questa sera siamo in sei: Nicodemo, Yannis, Carlos, Zé Maria, Spyros e il sottoscritto. L’argomento prende spunto dall’osservazione di una lettrice del nostro giornale online, dispiaciuta perché la redazione non ha dichiarato le proprie preferenze per nessuno dei due candidati alla presidenza della Repubblica, Bolsonaro e Lula. E avanza persino l’ipotesi che il nostro essere ospiti in Brasile, anziché nativi, possa averci indotti a una certa prudenza.

A rompere il ghiaccio non poteva essere che Spyros. Il suo nome, di origine greca, evoca suggestioni d’ispirazione; e, fedele alla tradizione, il nostro amico dà avvio a una discussione nella quale ciascuno porta il proprio contributo. Alla fine, la conclusione è condivisa all’unanimità.

In decenni di consultazioni elettorali abbiamo visto avvicendarsi presidenti, assistere a riconferme e ascoltare promesse di ogni genere. Eppure, a giudicare dai risultati, molte cose sembrano ostinatamente restare al loro posto. Forse il problema non risiede soltanto in chi occupa la poltrona, ma anche nel sistema che la circonda: nelle regole, nella cultura del potere e in quei meccanismi che sopravvivono tranquillamente al cambio degli inquilini.

Del resto, migliorare davvero un’organizzazione richiede ben più della sostituzione di qualche dirigente. Occorre modificare stabilmente la cultura della responsabilità, il modo di esercitare l’autorità e la capacità di prendere decisioni. Senza un cambiamento profondo di mentalità e di metodo, il rinnovamento rischia di restare una bella parola da campagna elettorale.

E allora, che cosa ci promette il voto di domani? Non siamo profeti, ma neppure siamo obbligati a fingere un entusiasmo che non proviamo. Perché dovremmo schierarci a ogni costo? Per chi, soprattutto per che cosa?

La politica, evidentemente, può essere vissuta come un derby calcistico: si sostiene la propria squadra e si detesta quella avversaria, indipendentemente dal valore dei giocatori e, talvolta, perfino dal risultato. L’importante è che vinca il nostro colore. Ma un Paese non è uno stadio, e i cittadini non sono ultras chiamati a difendere una maglia.

Non è facile governare, d’accordo. Ma non è neppure semplice fare l’elettore, soprattutto quando si è costretti ad ascoltare ogni giorno spiegazioni sul perché nessuno sia mai responsabile di nulla. Il problema è che, mentre i protagonisti si alternano sul palcoscenico, il copione sembra cambiare assai meno.

Non scegliere un candidato non significa necessariamente disinteressarsi della politica. Può significare, al contrario, rifiutare di concedere una fiducia incondizionata a chi non offre garanzie credibili di cambiamento. La democrazia non esige tifoserie: richiede cittadini consapevoli, capaci di giudicare, criticare e pretendere risultati.

Resta, naturalmente, una domanda scomoda: quanto può cambiare un sistema se le sue regole fondamentali e i centri effettivi del potere rimangono sostanzialmente intatti? Gli eletti possono cambiare, mentre apparati, interessi consolidati e meccanismi decisionali continuano a esercitare la loro influenza. Ecco perché il semplice avvicendamento ai vertici non basta a garantire una svolta.

Tra una puntualizzazione e l’altra, complice la clemenza della serata, ci concediamo una buona gelatina, la birra alla spina ben fredda che in Brasile accompagna volentieri le conversazioni, insieme a una sfiziosa bruschetta al pomodoro e peperoncino piccante. Perché anche le discussioni più impegnative meritano una pausa di buon gusto.

La serata si conclude con una notizia rassicurante: le manifestazioni giovanili della giornata, secondo le informazioni che ci raggiungono, si sarebbero svolte senza danni, nel rispetto delle nuove disposizioni. Si riferisce inoltre che il presunto ispiratore delle iniziative sarebbe stato individuato. La piazza milanese, in assenza del Movimento 17 ottobre, sembrerebbe essersi sgonfiata, anche se non si possono escludere iniziative improvvise e non organizzate.

La prudenza, quando si commentano fatti ancora in evoluzione, è sempre una buona consigliera.

E così, fra una riflessione e un sorso di birra, ci lasciamo con una convinzione che non pretende di essere una verità assoluta: il cittadino non è chiamato ad amare un candidato, ma a valutare ciò che è capace di fare. Perché il futuro di un Paese è una cosa troppo seria per affidarlo al tifo da stadio. E, se proprio dobbiamo brindare, facciamolo alla speranza di un cambiamento concreto, non all’ennesima vittoria di una maglia sull’altra.

Giuseppe Arnò

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Foto by Bing.com

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