La separazione tra Chiesa e Stato torna al centro del dibattito sulla scuola e sull’integrazione. L’editoriale riflette sul confine tra libertà di parola religiosa e responsabilità delle istituzioni, richiamando il principio della libera Chiesa in libero Stato.
Libera Chiesa in libero Stato: il confine tra fede, scuola e politica
Per il contesto istituzionale, leggi anche la sezione Politica e società di VeronaOnline.
Tra pulpito e Parlamento c’è di mezzo una porta. E, possibilmente, sarebbe buona educazione bussare.
«Libera Chiesa in libero Stato». Una frase che avrebbe meritato di essere incisa non soltanto nei libri di storia, ma anche, ogni tanto, sulla porta d’ingresso delle istituzioni.
La formula, resa celebre da Camillo Benso di Cavour nel marzo del 1861, riassumeva una concezione precisa: libertà della Chiesa e libertà dello Stato, ciascuno nella propria sfera di autonomia. Cavour la inseriva nella soluzione della delicatissima questione romana e sosteneva la piena libertà della Chiesa nell’esercizio della sua missione spirituale, senza confondere il potere religioso con quello temporale.
Un principio semplice, almeno sulla carta. Come spesso accade alle cose semplici, complicatissimo da applicare.
Perché la Chiesa ha pieno diritto di parlare alla società, di esprimere giudizi morali, di indicare valori, di richiamare i fedeli, e non soltanto loro, alla solidarietà, alla carità, alla dignità della persona. E lo Stato, dal canto suo, non dovrebbe mai pensare di poter dettare alla coscienza dei cittadini ciò che devono credere.
Il problema nasce quando i rispettivi confini diventano talmente elastici da sembrare un elastico per mutande.
In questi giorni il dibattito sulla scuola ha riportato in primo piano proprio questa antica questione. Il governo sta lavorando a misure che riguardano, tra l’altro, il numero degli studenti stranieri nelle classi, l’apprendimento dell’italiano e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici. Il ministro Giuseppe Valditara ha insistito in particolare sulla conoscenza della lingua italiana come condizione fondamentale per l’integrazione e il successo scolastico.
Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi, aprendo il Consiglio permanente della CEI, ha richiamato il valore di una scuola inclusiva, sostenendo che la questione educativa «tocca il cuore della nostra convivenza».
Parole legittime, naturalmente. E anche condivisibili nella loro parte generale: una scuola deve educare, integrare, insegnare e non trasformarsi in una fabbrica di esclusioni.
Ma proprio qui sta il punto.
Una cosa è intervenire nel dibattito pubblico; altra cosa è pretendere che la propria visione diventi automaticamente criterio di governo. La prima è libertà di parola. La seconda appartiene alla politica, al Parlamento, al Governo e, quando necessario, alla magistratura. Ognuno con le proprie competenze e con i propri inevitabili mal di testa.
Non è necessario essere anticlericali per pensarlo. E non è necessario essere clericali per riconoscerlo.
La Chiesa può ricordare allo Stato che dietro ogni norma ci sono persone. Lo Stato può ricordare alla Chiesa che dietro ogni norma ci sono anche competenze istituzionali.
È il famoso principio della separazione dei poteri, che non dovrebbe diventare meno importante soltanto perché uno dei poteri porta la porpora e l’altro la cravatta.
D’altra parte, siamo un Paese nel quale si discute di separazione delle carriere dei magistrati, di separazioni coniugali, di separazione dei rifiuti e, con crescente entusiasmo, persino di separazione delle tillandsie. Possibile che nessuno trovi il tempo per ricordare anche la separazione, rispettosa, civile e reciproca, tra Stato e Chiesa?
Non si tratta di mettere il silenziatore alla religione. Al contrario.
Una Chiesa libera è una Chiesa che non ha bisogno del potere politico per affermare la propria autorevolezza. E uno Stato libero è uno Stato che non ha bisogno della benedizione ecclesiastica per approvare una legge.
Il Vangelo, del resto, non ha bisogno di emendamenti parlamentari. E il Codice civile, per quanto possa essere austero, non richiede un’omelia domenicale.
C’è poi una questione di metodo.
Quando la politica entra nel terreno della fede, rischia di trasformare la religione in uno strumento di consenso. Quando la religione entra troppo direttamente nel terreno della politica, rischia invece di trasformare la predicazione in una forma di militanza. Alla fine nessuno ci guadagna: né la politica, né la Chiesa, né soprattutto i cittadini.
Per questo sarebbe utile riscoprire una vecchia regola di bon ton istituzionale: si può parlare di tutto, ma non necessariamente decidere su tutto.
La Chiesa predichi il Vangelo. Lo Stato faccia le leggi. La scuola insegni. La famiglia educhi. La magistratura giudichi. E i cittadini, possibilmente, pensino con la propria testa.
Sembra quasi rivoluzionario.
Eppure era già scritto, in sostanza, nel lontano 1861.
«Libera Chiesa in libero Stato».
Non «libera Chiesa nello Stato quando le conviene», né «libero Stato purché ascolti la Chiesa».
Semplicemente: liberi entrambi, ciascuno nel proprio campo.
E quando capita di incontrarsi sulla linea di confine, un po’ di buona educazione non guasta: un saluto, una stretta di mano e, soprattutto, niente invasioni di campo.
Anche perché, nel calcio come nella vita istituzionale, quando tutti corrono dietro allo stesso pallone, alla fine nessuno ricorda più chi doveva giocare in porta.
E, parafrasando Rocco Arcuri, resta soltanto una modesta preghiera: «Lasciateci lavorare».
Giuseppe Arnò
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