venerdì, Ottobre 30, 2026
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Il mondo alla Mad Max

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Mad Max diventa la metafora di una convivenza minacciata dalla violenza: sicurezza, educazione e partecipazione democratica si intrecciano al dovere delle istituzioni di rappresentare tutti, mentre ai cittadini europei spetta custodire libertà e legalità.

Mad Max, sicurezza e responsabilità dei cittadini europei

Quando la barbarie bussa alle porte dell’Europa, è tempo che i cittadini si risveglino e tornino protagonisti del proprio destino.

C’era una volta Mad Max, il mondo cinematografico di un futuro post-apocalittico nel quale la civiltà aveva ceduto il passo alla violenza, il diritto alla sopraffazione e la convivenza alla legge del più forte. Inseguimenti forsennati, bande armate, città allo sbando e uomini pronti a tutto pur di sopravvivere. Uno scenario spettacolare, capace di riempire le sale cinematografiche e alimentare l’immaginazione degli spettatori. All’epoca, per fortuna, bastava acquistare un biglietto per assistervi. Oggi, invece, qualche scena sembra essersi trasferita, senza chiedere il permesso, nella quotidianità.

Quando la fantasia non supera più la realtà

La realtà, talvolta, non ha bisogno di sceneggiatori. Guerre, conflitti asimmetrici, nuove tecnologie impiegate per distruggere, saccheggi urbani, violenza fisica e verbale, intolleranza e prepotenza compongono un quadro che assomiglia sempre più a una pellicola distopica. Con una differenza sostanziale: qui non ci sono effetti speciali e le vittime non possono abbandonare la sala.

A rendere più inquietante il panorama è la progressiva erosione di quei principi che dovrebbero garantire la convivenza civile. Il permissivismo quando diventa rinuncia educativa, l’impunità quando si trasforma in abitudine, la lentezza della giustizia e l’incertezza della pena finiscono per alimentare la convinzione che tutto sia consentito e che ogni limite possa essere impunemente oltrepassato. Intanto, il cittadino comune, spesso alle prese con bilanci familiari sempre più difficili da far quadrare, si trova a dover sopportare anche un clima di insicurezza crescente. Non bastavano il costo della vita, le preoccupazioni per il lavoro e le incertezze del domani: ci mancava pure dover guardare con apprensione una vetrina, una piazza o una strada che dovrebbe appartenere a tutti.

Non è accettabile che una manifestazione, nata per rivendicare una causa, diventi il pretesto per devastare negozi, aggredire le forze dell’ordine e terrorizzare i residenti. Il diritto di protestare è sacrosanto; quello di distruggere i beni altrui e mettere a repentaglio l’incolumità pubblica non lo è affatto. Il dissenso non conferisce una licenza di devastazione e la protesta non diventa più nobile soltanto perché qualcuno decide di accompagnarla con un sampietrino.

Ancora più deplorevole è l’atteggiamento di quei settori politici che, per convenienza elettorale o calcolo di parte, ammiccano ambiguamente al disordine, minimizzano le violenze o confondono deliberatamente le responsabilità. La democrazia non si difende con il silenzio complice, né si rafforza strizzando l’occhio a chi ne calpesta le regole.

La fermezza non è barbarie

A proposito dei recenti scontri di Milano, Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, ha pronunciato parole destinate a far discutere. La sua proposta è stata particolarmente esplicita: per chi spacca vetrine e aggredisce, una risposta immediata e severa delle forze dell’ordine, arrivando a evocare una «manganellata fra capo e collo» come lezione pedagogica. «Oggi occorre la repressione. Punto», ha affermato nel suo consueto appuntamento settimanale.

Si può giudicare eccessivo il linguaggio, discutere la durezza della proposta e dissentire dal metodo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il problema che quelle parole, pur nella loro ruvidità, portano nuovamente all’attenzione: lo Stato non può abdicare alla propria funzione di garante della sicurezza e della legalità.

La fermezza, tuttavia, non deve confondersi con l’arbitrio. Le forze dell’ordine vanno messe nelle condizioni di operare con efficacia e autorevolezza, nel rispetto della legge e della proporzionalità. Chi commette violenze deve essere identificato, perseguito e giudicato; chi manifesta pacificamente deve poterlo fare senza essere confuso con i violenti. La certezza della pena, non la vendetta, è il fondamento di uno Stato di diritto.

Del resto, reprimere le conseguenze senza interrogarsi sulle cause sarebbe una soluzione incompleta. De Luca ha richiamato anche la responsabilità educativa degli adulti, citando Jean Jaurès: «Noi insegniamo ai giovani non quello che sappiamo, ma quello che siamo». Un pensiero che merita attenzione. I ragazzi hanno bisogno di esempi, di riferimenti credibili, di famiglie, scuole e istituzioni capaci di trasmettere rispetto, responsabilità e senso del limite. Non di prediche solenni accompagnate, nella vita quotidiana, da comportamenti diametralmente opposti.

Europa, sveglia: il futuro non si delega

E qui arriviamo al punto. Quanto accade in Italia non rappresenta un fenomeno isolato, ma si inserisce in un quadro europeo attraversato da tensioni sociali, insicurezza, radicalizzazioni e crescente sfiducia nelle istituzioni. L’Europa, culla di civiltà, cultura e democrazia, non può permettersi di diventare una spettatrice rassegnata del proprio declino. Il nostro continente ha conosciuto guerre, dittature, persecuzioni e devastazioni. Proprio da quelle tragedie ha saputo costruire istituzioni, diritti e, attraverso l’Unione europea, un progetto di convivenza che, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta una conquista da difendere.

Ma le conquiste non sono eterne se i cittadini smettono di custodirle.

Una società competitiva, materialista, individualista e sempre più ripiegata sull’interesse personale rischia di lasciare campo libero a chi urla più forte, intimidisce meglio o considera la prepotenza una forma di potere. E quando il cittadino si abitua a subire, quando rinuncia a partecipare, quando pensa che la sicurezza, la libertà e la qualità della vita siano faccende che riguardano sempre qualcun altro, la democrazia perde progressivamente sostanza.

È dunque tempo di risvegliare le coscienze. Non per invocare improbabili salvatori della patria, né per consegnare le chiavi della convivenza a qualche aspirante sceriffo, ma per riprendere in mano le redini del nostro destino.

Il buon cittadino europeo deve tornare a essere protagonista: partecipare alla vita pubblica, pretendere istituzioni efficienti, esigere giustizia, rispettare le regole e farle rispettare. Deve smettere di considerare la politica uno spettacolo al quale assistere dal divano, salvo poi lamentarsi del finale. E deve ricordare che la libertà non consiste nel poter fare tutto ciò che si vuole, ma nel poter vivere senza che qualcuno imponga con la forza la propria volontà agli altri.

Non chiediamo un ritorno al passato, né auspichiamo un futuro militarizzato. Chiediamo una società nella quale la legge valga per tutti, il merito non sia una parola dimenticata, l’educazione non venga scambiata per debolezza e la solidarietà non diventi un alibi per tollerare l’intollerabile.

Perché nessuna causa, per quanto giusta possa essere, autorizza il ricorso al terrore e alla sopraffazione. E nessuna comunità può dirsi libera se i suoi cittadini vivono nella paura.

Quanto a Mad Max, lasciamolo volentieri alla cineteca, insieme agli inseguimenti, alle bande di predoni e agli scenari apocalittici. Non abbiamo bisogno di interpretare il ruolo di sopravvissuti in un film: ci basterebbe tornare a essere cittadini in una società civile. E, se possibile, senza doverci guardare le spalle ogni volta che usciamo di casa.

Anche perché, per quanto avvincente possa essere il cinema, nella vita reale preferiamo decisamente un lieto fine. E magari un po’ di normalità, che non è un effetto speciale.

Giuseppe Arnò & C.

Foto Bing.com mix Ultimate photo Blender

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