La pena di morte torna al centro del confronto sulla dignità umana dopo il caso Christa Pike. L’editoriale su La Gazzetta interroga il confine tra giustizia e supplizio, richiamando Beccaria e il valore della vita anche di fronte ai delitti più gravi.
Per il contesto: le condizioni di Christa Pike dopo le due iniezioni letali in Tennessee.
Pena di morte, il confine tra giustizia e supplizio
Due iniezioni letali non bastano a uccidere Christa Pike. E se la giustizia ha bisogno di un secondo tentativo, forse è arrivato il momento di interrogarsi sulla giustizia stessa.
«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio».
Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764.
Duro da uccidere (Hard to Kill), film del 1990 con Steven Seagal, è tornato d’attualità per una vicenda nella quale, purtroppo, non c’è nulla di cinematografico.
Nel Tennessee, Christa Pike, condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, diciannovenne, commesso nel 1995, è sopravvissuta a due somministrazioni del farmaco letale previsto dal protocollo di esecuzione. Trasportata in ospedale, è rimasta in condizioni critiche. Il governatore Bill Lee ha disposto una revisione indipendente dell’accaduto e sospeso le altre esecuzioni previste nello Stato per il resto del 2026. Lo riferisce l’Associated Press.
A quanto pare, il regolamento contemplava una seconda dose nel caso in cui la prima non avesse prodotto l’effetto previsto. Ma che cosa fare se anche il secondo tentativo fallisce? Qui il manuale sembra ammutolire. La burocrazia, così meticolosa quando deve stabilire come morire, pare meno previdente quando qualcuno si ostina a restare vivo.
Ecco il paradosso: uno Stato che si proclama garante della legalità, ma che, nel momento in cui amministra la morte, rischia di trasformare la procedura giudiziaria in un supplizio. Due iniezioni, una vita ancora appesa a un filo e una domanda che non può essere liquidata come un inconveniente tecnico: quanta sofferenza può essere inflitta in nome della giustizia prima che sia la giustizia stessa a perdere la propria ragion d’essere?
Se Pike sopravviverà, si porrà inevitabilmente la questione del suo destino giudiziario. La grazia, o la commutazione della pena, meriterebbe almeno di essere presa seriamente in considerazione. Non perché il delitto debba essere dimenticato, né perché la vittima e i suoi familiari abbiano meno diritto alla giustizia, ma perché la risposta dello Stato non può ridursi a una gara contro il battito cardiaco di un essere umano.
Potremmo allora invocare, con una punta di amara ironia, il ne bis in idem: non si punisce due volte una persona per il medesimo fatto. Naturalmente, sul piano giuridico, il principio non significa che un’esecuzione fallita equivalga automaticamente all’espiazione della condanna. Ma sul piano umano la provocazione resta: davvero la soluzione consiste nel riprovare, come se si trattasse di correggere un errore di stampa?
E se il protocollo prevede due tentativi, ma non chiarisce che cosa accada dopo, il problema non è soltanto il vuoto normativo. È il vuoto di una concezione della giustizia che si illude di rendere civile la morte semplicemente rivestendola di procedure, camici e formule amministrative.
Non c’è bisogno di assolvere un assassino per riconoscere che lo Stato non dovrebbe trasformarsi nel suo imitatore. La condanna di un delitto e la legittimazione di un’altra morte sono questioni distinte. Confonderle significa attribuire alla giustizia un potere che non diventa più umano soltanto perché esercitato in nome della legge.
Lo ricordava Papa Francesco: «La pena di morte è inammissibile, perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona». E aggiungeva che essa rappresenta un fallimento dello Stato di diritto, costretto a uccidere in nome della giustizia.
Forse è proprio questo il punto: una società civile si misura anche dalla capacità di non imitare ciò che condanna. Altrimenti, per distinguere il boia dall’assassino, basterebbe soltanto una divisa e un’autorizzazione.
Glossa finale — La giustizia dovrebbe chiudere i conti con il delitto, non aprire un conto alla rovescia sulla vita umana. Se per dimostrare che uccidere è sbagliato lo Stato deve uccidere, il messaggio si perde nella traduzione. E se non riesce al primo tentativo, la civiltà non dovrebbe concedergliene un altro: dovrebbe chiedergli perché lo ritenga necessario. Perché la legge può anche assolvere la coscienza di chi la applica, ma non sempre quella di chi la scrive. Parafrasando Parini: «Umano sei, non giusto».
Giuseppe Arnò
