sabato, Settembre 26, 2026
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Un po’ d’ordine, per carità!

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Le regole comuni tornano al centro del dibattito sulla convivenza civile, sulla scuola e sull’integrazione: un invito a giudicare le misure per i loro effetti, con meno slogan e più buon senso. Approfondisci l’analisi originale e gli altri temi di politica e società.

Regole comuni, responsabilità e convivenza civile

Il disordine sarà pure creativo, ma quando diventa sistema rischiamo di scambiarlo per civiltà. E qualche regola, ogni tanto, non ha mai fatto male a nessuno

Giuseppe Arnò

Si sostiene che il disordine sia madre della creatività, dell’immaginazione, dell’invenzione. Sarà. Probabilmente molte grandi idee sono nate in stanze dove i libri erano per terra, le carte sul tavolo e le calze spaiate sulla sedia.

Ma c’è un particolare non trascurabile: il disordine, quando esce dalla stanza dell’artista e invade la società, smette abbastanza rapidamente di essere creativo e comincia a diventare semplicemente caos.

L’ordine, invece, gode oggi di una reputazione piuttosto curiosa. È rigido, artificioso, antiquato. In certi ambienti, persino sospetto. Pronunciare la parola “regola” sembra ormai sufficiente per far comparire qualcuno con un trattato di sociologia sotto il braccio, pronto a spiegarci che, in fondo, tutto è relativo.

Anche il semaforo, se potesse parlare, avrebbe probabilmente bisogno di un consulente.

Eppure l’ordine è alla base di ogni convivenza civile. Senza ordine non c’è traffico, ma ingorgo; non c’è libertà, ma arbitrio; non c’è pluralismo, ma una specie di grande condominio nel quale tutti parlano contemporaneamente e nessuno ascolta nessuno.

Gli antichi, che qualche volta avevano il buon gusto di dire cose semplici, lo avevano riassunto così: “Ubi ordo, ibi pax et decor. Ubi pax et decor, ibi laetitia”. Dove c’è ordine, ci sono pace e decoro; dove ci sono pace e decoro, c’è letizia.

Non sarà una formula magica, ma almeno non promette la felicità eterna. Si accontenta di cominciare dal corridoio di casa.

La virtù, naturalmente, sta nel mezzo. Non abbiamo bisogno di trasformare il Paese in una caserma, ma neppure di convincerci che ogni regola sia un attentato alla libertà. Un pizzico d’ordine è come il sale in una pietanza: non deve diventare il piatto, ma senza di esso il piatto può risultare decisamente insipido.

E allora, perché non cominciare da una cosa per volta?

Il recente provvedimento sulla scuola offre qualche esempio concreto. Il Consiglio dei ministri ha approvato misure che riguardano, tra l’altro, la composizione delle classi, la conoscenza della lingua italiana, il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto e l’insegnamento opzionale del latino nella scuola secondaria di primo grado.

Su queste disposizioni si può naturalmente discutere. Anzi, si deve discutere. Ma sarebbe curioso se ogni tentativo di mettere un minimo di ordine venisse immediatamente trasformato nell’ennesima guerra ideologica.

Perché una scuola deve innanzitutto essere una scuola.

Chi la frequenta deve poter essere riconosciuto; chi vive e studia in Italia deve avere la possibilità concreta di conoscere la lingua italiana; la formazione non dovrebbe produrre comunità separate che condividono soltanto il cancello d’ingresso.

E persino il latino, dopo essere stato dato per morto e sepolto almeno una dozzina di volte, sembra intenzionato a tornare a far visita ai nostri ragazzi.

Non sarà la restaurazione dell’Impero romano. Al massimo, qualche declinazione.

Il punto, però, è più generale.

Integrare non significa mettere tutti nello stesso stampino. Significa trovare regole comuni entro le quali possano convivere persone diverse per origine, cultura, religione e tradizioni.

Una società aperta non è una società senza porte. È una società che sa quali porte tenere aperte e quali regole chiedere a chi le attraversa.

Da qualche tempo, invece, sembriamo affetti da una curiosa malattia nazionale: abbiamo paura delle regole, ma ci lamentiamo continuamente quando nessuno le rispetta.

È un po’ come pretendere che il traffico funzioni abolendo i semafori.

E guai a dirlo troppo forte: qualcuno potrebbe accusarci di nostalgia per il Medioevo.

Il problema riguarda molto più della scuola. Riguarda il nostro quotidiano: le regole che non vengono rispettate, quelle che cambiano continuamente, quelle che nessuno fa rispettare e quelle che vengono applicate con tale fantasia da sembrare scritte apposta per complicare la vita a chi tenta di osservarle.

Religioni diverse, lingue diverse, costumi diversi, nuove comunità, nuove generazioni: tutto questo può essere una ricchezza. Diventa però Babele quando manca un linguaggio comune.

E il linguaggio comune di una società civile non può essere soltanto quello della tolleranza. Deve essere anche quello della responsabilità, del rispetto e delle regole.

Non serve il pugno di ferro. Serve, più modestamente, la mano ferma.

E soprattutto serve liberarsi dai preconcetti. Una misura non diventa buona perché la propone la propria parte, né cattiva perché arriva dalla parte opposta. Va giudicata per ciò che dispone, per come viene applicata e per gli effetti che produce.

Sembra quasi un’idea rivoluzionaria.

In realtà è soltanto buon senso. O, se preferiamo, quella forma di intelligenza pratica che un tempo non aveva nemmeno bisogno di un convegno per essere spiegata.

Perché non tutto ciò che è vecchio è superato e non tutto ciò che è nuovo è progresso. Talvolta una regola di buon senso è semplicemente una regola di buon senso, indipendentemente dall’anno in cui è stata concepita e dal partito che l’ha proposta.

E forse è proprio qui che dovremmo ricominciare: meno pregiudizi e più giudizio; meno slogan e più sostanza; meno caos elevato a principio e un po’ più di ordine elevato a strumento.

Una cosa per volta.

Non pretendiamo di rimettere in ordine il mondo intero: sarebbe già un’ambizione eccessiva per un’umanità che spesso non riesce a mettere in ordine nemmeno il proprio cassetto delle posate.

Ma possiamo cominciare.

Con una regola rispettata, una parola mantenuta, una convivenza resa un po’ più civile.

E magari, alla fine, scopriremo che “si stava meglio quando si stava peggio” non era poi una grande filosofia: era soltanto il modo malinconico con cui i nostri nonni confessavano che, almeno, sapevano dove mettere le cose.

Quanto al pane e cipolla, lasciamolo pure alla nostalgia.

Purché, per una volta, la cipolla sia nel posto giusto.

* Foto by Canva remix

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