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Suzuki, tutto pronto per il Trofeo GSX-8R con ben 32 piloti

MILANO (ITALPRESS) – Manca meno di un mese all’inizio della GSX-8R CUP, il trofeo monomarca con cui Suzuki Italia torna nel mondo delle competizioni motociclistiche. Un appuntamento molto atteso dagli appassionati del mondo delle due ruote, come dimostra il vivo interesse per il trofeo. Dopo l’annuncio ufficiale lo scorso novembre a EICMA, le iscrizioni sono state aperte il 10 dicembre e sono andate sold out in appena un mese. Si sono iscritti in totale 32 piloti, di età compresa tra i 17 e i 54 anni.

Oggi in una conferenza stampa a Milano, alla presenza tra gli altri del presidente di Suzuki Italia Massimo Nalli, sono state illustrate le tappe fondamentali: Misano il 6 aprile, Magione il 4 maggio, Mugello l’1 giugno, Modena il 6 luglio e infine Varano il 28 settembre. Per Paolo Ilariuzzi, direttore divisione Moto e Marine Suzuki Italia, “la formula e il segreto di questa competizione è dare la moto più performante possibile ai piloti”. Un trofeo che arriva al termine di un anno molto positivo per il marchio Suzuki sul mercato italiano. Nel 2024, Nel 2024, il mercato moto e scooter in Italia è cresciuto in media del 10,8%. Ma Suzuki ha fatto meglio, registrando un +25,8% con un picco del 46,8% nel segmento sportive.

“Il mercato di per sè cresce a doppia cifra, segno che il mondo delle due ruote vive un momento molto positivo grazie anche al ritrovato piacere dell’utente di andare sulla mobilità due ruote – ha commentato Ilariuzzi – Suzuki fa meglio rispetto all’anno precedente grazie anche alla gamma molto azzeccata per il mercato italiano, a moto molto trasversali che permettono una guida divertente in fuoristrada o in circuiti cittadini”.

E proprio la GSX-8R, da cui prende il nome il trofeo, riflette questo carattere sportivo tipico Suzuki con un design compatto e linee affilate. Pensata per la pista, è basata su un motore bicilindrico frontemarcia da 776 cc, che sviluppa 83 CV e una coppia massima di 78 Nm. Il pacchetto tecnico assicura un equilibrio perfetto tra potenza e maneggevolezza, con una ciclistica che garantisce agilità, precisione e stabilità. Il massimo, in pratica, per chi desidera cimentarsi in gara con una moto non troppo impegnativa ma capace di premiare l’impegno e il talento del pilota. La dotazione della GSX-8R include tra le altre cose una forcella anteriore regolabile e un impianto frenante composto all’avantreno da due dischi da 310 mm con pinze Nissin a quattro pistoncini ad attacco radiale. Suzuki ha scelto di schierare in pista una moto con modifiche molto limitate rispetto a quella che chiunque può comprare in concessionario.

Al di là della carenatura Cruciata e di pedane rialzate e semimanubri Spider Racing, nel kit GSX-8R CUP solo lo scarico completo Akrapovic con silenziatore in carbonio e il kit di tubi freno in treccia metallica Frentubo vanno a migliorare in modo sensibile le prestazioni in pista, insieme ai pneumatici Diablo Supercorsa V3 Sc1. Con una quota di iscrizione di 12.700 € (o 4.500 € per chi possiede una GSX-8R e necessita solo del kit), il trofeo mette in palio un montepremi di oltre 35.000 €. Ogni gara prevede premi in denaro, e per i primi tre classificati, un set di pneumatici. Al vincitore sarà offerta l’opportunità di partecipare come Wild Card alla prima tappa del campionato MotoAmerica Twins Cup 2026 a Daytona, mentre il secondo e il terzo classificato della classifica finale riceveranno rispettivamente uno scooter Suzuki Address 125 e uno sconto del 25% sull’iscrizione al Trofeo 2026.

foto: xh7/Italpress

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Sisma, Castelli “Grande lavoro di squadra, ora pensiamo al futuro”

Sisma, Castelli

ROMA (ITALPRESS) – “Questo racconto è anche e soprattutto una strategia riferita a quelle aree interne appenniniche che vivono tre crisi contestuali: la crisi sismica, quella demografica e quella ambientale. Una strategia rivolta a tutte le aree interne d’Italia che possono guardare al futuro con più convinzione se mettono insieme tutto ciò che serve per dire ai nostri ragazzi: non andate via, rimanete perché non è penalizzante vivere in questi posti carichi di storia e bellezza ma anche di possibile competitività”. Così il commissario straordinario al sisma 2016, Guido Castelli, in occasione della presentazione del suo libro “Mediae Terrae” in Senato.
xb1/tvi/mca2

La MotoGP in Argentina, Bagnaia “Pista che si adatta a Ducati”

TERMAS DE RIO HONDO (ARGENTINA) (ITALPRESS) – Dopo il doppio podio in Thailandia, Pecco Bagnaia prova ad alzare il tiro. La MotoGp fa tappa nel weekend in Argentina e il due volte campione del mondo – 23 punti in classifica – punta a tornare in lotta per le posizioni di testa per quanto sul circuito di Termas de Rio Hondo non sia mai riuscito a centrare la vittoria. “Si torna a correre in Argentina, un tracciato molto veloce e che può ben adattarsi alla Desmosedici – è ottimista il 28enne pilota torinese – In Thailandia non è stato un GP facile, siamo stati veloci, solidi, abbiamo centrato due terzi posti, ma non siamo stati perfetti. Dobbiamo lavorare su alcuni fattori e aspetti per poter essere completamente competitivi e poter dire la nostra nel weekend”.

Marc Marquez a caccia del bis. Archiviato il GP di Thailandia con la prima vittoria della stagione, prima nella sprint e poi nella gara lunga, il pilota spagnolo della Ducati si presenta in Argentina da leader della classifica con 37 punti. Sul circuito di Termas de Rio Hondo, dove la Ducati ufficiale ha centrato solo una vittoria (Bezzecchi nel 2023), Marquez vanta tre affermazioni in top classe ma sarà per la prima volta in sella alla Desmosedici GP. L’obiettivo è adattarsi quanto prima e ritrovare sensazioni alla guida simili a quelle di Buriram. “Sono particolarmente contento di tornare, dopo un anno di assenza, a correre in Argentina, un tracciato che mi piace e dove sono riuscito ad essere veloce e competitivo in passato – le sue sensazioni – Arriviamo da un weekend praticamente perfetto in Thailandia, dove siamo riusciti a sfruttare al meglio quanto fatto durante i test e ad essere incisivi in gara. Questo mi ha davvero caricato e non vedo l’ora di tornare in pista”.

-Foto Ipa/Agency-
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Cossiga (AIAD) “Difesa europea? Oltre al denaro serve tempo”

ROMA (ITALPRESS) – La difesa comune europea? Per Giuseppe Cossiga, ex sottosegretario alla Difesa e dal 2022 a capo della federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio (AIAD), non è attuabile. “Pensare che l’Europa oggi possa assicurare la propria difesa prescindendo dalla Nato è irrealistico – scrive in un editoriale pubblicato dal quotidiano La Sicilia -. Non servono solo finanziamenti – almeno 400 miliardi all’anno a livello europeo, di cui 50 miliardi per l’Italia – ma anche tempo, tra i tre e i cinque anni”.

La soluzione sarebbe il ricorso all’alleanza: “Si tende spesso a confondere i concetti di “esercito europeo” e “difesa europea”. Se per esercito intendiamo lo strumento di cui uno Stato si dota per proteggere i propri cittadini, questa soluzione in Europa, per ora, non è percorribile. Per avere un esercito comune sarebbe necessario non solo impiegare le stesse armi e unificare il comando, ma anche condividere un indirizzo politico comune.

“Tuttavia, l’Ue non è ancora un soggetto politico vero e proprio, quindi un simile traguardo appare lontano. Diverso è il discorso della difesa europea. Essendo parte di un’Unione, possiamo operare in modo più efficiente per garantire la sicurezza ai nostri cittadini. Collaborando, possiamo essere meglio preparati e ottimizzare la spesa. Finora sono stati fatti diversi tentativi, ma l’Europa non dispone di risorse proprie, poiché dipende dai finanziamenti degli Stati membri. Una svolta si potrebbe avere solo nel momento in cui l’Unione iniziasse a contrarre debito per creare strumenti di finanziamento destinati alla difesa”.

Aperto il capitolo spese per la difesa: a questo pro, Cossiga è pragmatico: “La Nato esiste da 75 anni e 23 Paesi dell’Ue ne fanno parte. Attualmente, l’Europa spende complessivamente 330. miliardi all’anno per la difesa, circa il 2% del Pil, mentre gli Stati Uniti ne investono 850 miliardi. Secondo le valutazioni di Donald Trump, l’Europa dovrebbe aumentare la spesa fino al 5% del Pil, il che significherebbe stanziare almeno altri 400 miliardi. Questa somma servirebbe in parte per incrementare il numero dei soldati e in parte per equipaggiarli meglio”.

“Un altro problema – aggiunge – riguarda la frammentazione dell’industria bellica europea. Oggi vengono sviluppati numerosi modelli diversi di armamenti – spiega il presidente dell’AIAD -, il che moltiplica i costi. Se un carro armato ha un costo “x”, svilupparne dieci modelli differenti significa decuplicare la spesa. Le aziende del settore sono pronte a un cambio di passo, ma il divario tecnologico con gli Stati Uniti non si colma in un anno. L’Europa non dispone di un’infrastruttura come Starlink, ha una flotta di rifornimento aereo inferiore rispetto a quella americana e non ha sufficienti aerei radar. Anche raddoppiando immediatamente gli investimenti, servirebbe comunque tempo per produrre le risorse necessarie. L’industria della difesa ha dinamiche peculiari. Se un’azienda ha sempre prodotto 100 missili all’anno per l’Italia e 100 per l’estero, non sarà immediatamente in grado di fornirne 2.000. L’ampliamento della produzione richiede autorizzazioni e procedure complesse”.

Nel frattempo Trump dice che non difenderà più l’Europa… “L’industria europea non sarebbe in grado di soddisfare un aumento improvviso della domanda. Trump lo sa bene: quando esorta l’Europa a spendere di più in difesa, è consapevole che non potremmo produrre tutto internamente e finiremmo per acquistare dagli Usa”.

Cossiga allarga la lente di ingrandimento e punta l’Italia: “L’industria italiana, in alcuni settori di eccellenzacome Leonardo – è ben posizionata, ma anche noi non siamo abituati a un certo livello produttivo. Servirebbero dai tre ai cinque anni per adattarsi a un aumento della spesa per la difesa, considerando anche la complessità delle filiere industriali. Per costruire missili, ad esempio, servono motori, esplosivi e materie prime, il che comporta tempi di produzione dilatati. Oggi, circa il 50% della spesa per la difesa europea è destinata all’acquisto di forniture dagli Stati Uniti, mentre il restante è coperto da industrie europee, con piccole quote provenienti da Israele e Corea del Sud”.

Capitolo Ucraina: “L’ipotesi di inviare militari europei in Ucraina appare irrealistica. Considerando le dimensioni del fronte e le necessità logistiche, anche impiegando tutti gli eserciti europei, a malapena si riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo. L’Europa non ha satelliti adeguati, non dispone di droni ad alta quota in quantità sufficiente e non ha le capacità logistiche per supportare un impegno del genere. Inoltre, se servissero 200mila soldati sul campo, bisognerebbe averne almeno il triplo per garantire i turni di rotazione. A tutto questo si aggiunge un problema culturale e politico. In Italia manca ancora una consapevolezza diffusa dell’importanza di rafforzare la difesa. Questo ostacolo si riflette anche nelle decisioni politiche. Parlare di difesa e di armi in Italia è impopolare. Molti, indipendentemente dall’orientamento politico, ritengono che un governo non debba investire in armamenti. Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra: i cittadini italiani vorrebbero poliziotti senza pistole, chirurghi senza bisturi o farmacie senza medicine? Nel mondo esistono le malattie e i malintenzionati. Ci piacerebbe che non fosse così, ma la realtà è un’altra. E dobbiamo essere in grado di difenderci”.

-Foto Ipa/Agency-
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Cittadinanza, Valditara “Ius scholae? Prima l’integrazione culturale”

FIRENZE (ITALPRESS) – “Premetto che io non mi occupo di cittadinanza, mi occupo di scuola. Ritengo che la scuola debba innanzitutto occuparsi d’integrare chi viene da lontano e che la conoscenza di chi siamo, da dove veniamo, quindi dei nostri valori, dei nostri principi, della nostra Costituzione, ma anche della nostra cultura e della nostra storia, sia il primus rispetto a qualsiasi altro ragionamento. E poi una buona conoscenza della lingua italiana”. Lo ha detto il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, sull’iniziativa lanciata ieri dal Comune di Firenze che conferirà lo ius scholae a tutti i bambini stranieri che hanno frequentato almeno cinque anni di scuola in istituti scolastici primari e secondari.

“Concretamente è l’integrazione che deve essere realizzata e noi per la prima volta abbiamo messo dei soldi per potenziare l’insegnamento della lingua italiana, perché solo così si riduce quel gap che oggi addirittura porta a far sì che nella stessa classe ci sia un ragazzo italiano e un ragazzo straniero che ha meno competenze sulla conoscenza della scuola”, ha aggiunto.

– foto IPA Agency –

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Come agiranno gli Europei dell’alleanza senza le forze Usa?

ROMA (ITALPRESS) – L’annuncio shock di Trump di voler sfilare le forze statunitensi dalla NATO, per concentrare le proprie attenzioni all’Indo-Pacifico, ha suscitato perplessità e soprattutto aperto ipotesi di diversi scenari. In particolare si sta cercando di capire quanto il resto della NATO sia realmente vulnerabile e se sia in grado di affrontare la minaccia russa senza il solido sostegno che gli Stati Uniti hanno sempre fornito ai suoi Stati membri.

“Sulla carta, la forza militare della NATO europea si confronta abbastanza bene con i russi in tutti i settori, ma questa forza sulla carta è ingannevole”, ha dichiarato William Freer, ricercatore in sicurezza nazionale presso il Council on Geostrategy, con sede nel Regno Unito.

La strategia di combattimento europea all’interno della NATO si basa su fattori abilitanti (ricognizione, intelligence, rifornimento aereo e logistica), che gli Stati Uniti forniscono da tempo agli europei, secondo Freer. “Gli stati della NATO nel continente hanno poca esperienza nell’operare senza gli Stati Uniti – ha aggiunto -, per non parlare del fatto che potrebbero avere difficoltà a posizionare rapidamente le forze dove necessario e a reintegrare le perdite in uno scenario di combattimento. Il Canada, pur essendo parte integrante dell’ombrello di difesa aerea americano, è ancora una delle poche nazioni della NATO a non aver raggiunto l’obiettivo del 2% del PIL per le spese di difesa”.

L’Europa ha comunque dei punti di forza e uno di questi è “la potenza aerea”. La NATO risentirà sicuramente la carenza delle potenzialità aeree americane (che rappresentano oltre la metà di tutti i jet dell’Alleanza), ma sopperirebbe “perché ha mezzi avanzati e professionalità più capaci e meglio addestrate” di quelle russe.

Gli Stati europei della NATO utilizzano vari modelli di caccia avanzati, tra cui gli F-35, i Rafale di produzione francese, i Gripen svedesi e gli Eurofighter Typhoon. Douglas Barrie, senior fellow per l’aerospazio militare presso l’International Institute for Strategic Studies (IISS), un importante think tank britannico, in un recente commento ha fatto presente che “circa la metà dei velivoli rimasti sono di fabbricazione americana. Il problema non è che le soluzioni non sono disponibili, piuttosto che nessuno Stato membro europeo ha ancora investito nella necessaria combinazione di velivoli, armi, addestramento specialistico e mezzi di supporto, anche se alcuni stanno facendo progressi in questo campo”.

Però i membri europei della NATO hanno “un numero di gran lunga inferiore” di aerocisterne per fornire capacità di rifornimento aria-aria rispetto all’aeronautica statunitense, ha detto Barrie.

L’Europa ha programmi a lungo termine come il Global Combat Air Programme (GCAP), una joint venture tra Regno Unito, Italia e Giappone per la fornitura di jet da combattimento di sesta generazione che entreranno in servizio tra 10 anni. C’è un certo dibattito sul futuro del programma, anche perché il Regno Unito sta per concludere la sua Strategic Defence Review.

L’aeronautica russa porta le cicatrici di oltre tre anni di guerra in Ucraina e i suoi aerei da combattimento sono stati a lungo bersagli pregiati per le difese aeree di Kiev. Anche se in genere viene dipinta come una forza aerea sottotono in Ucraina, la forza aerea russa sarebbe comunque temibile. La Russia dispone di 449 aerei da combattimento e da attacco al suolo, compresi i Su-34 che sono stati ampiamente utilizzati contro l’Ucraina e una manciata di jet stealth Su-57, che sono stati in gran parte tenuti lontani dalla guerra. Secondo l’IISS, Mosca dispone anche di altri 220 aerei da combattimento e 262 jet d’attacco.

La guerra in Ucraina ha colpito duramente le forze terrestri della Russia. Il mese scorso l’IISS ha dichiarato di ritenere che Mosca abbia perso 1.400 dei suoi carri armati principali nel 2024, oltre a più di 3.700 altri veicoli corazzati.

In totale, secondo il think tank, la Russia ha perso circa 14.000 carri armati e veicoli blindati dal febbraio 2022, con numeri che ha definito “sconcertanti”. L’agenzia investigativa olandese Oryx, che cataloga le perdite verificate visivamente, ha dichiarato che Mosca ha perso almeno 3.786 carri armati.

La Russia si è affidata alle attrezzature dell’era sovietica, recuperando vecchi carri armati dai depositi e persino dai musei e modificando i veicoli laddove possibile. Secondo l’IISS, la Russia ha ristrutturato e costruito più di 1.500 carri armati principali e 2.800 veicoli blindati nel 2024. Ma le scorte della Guerra Fredda sono limitate e si stanno lentamente esaurendo.

“L’equipaggiamento rimanente potrebbe consentire alla Russia di sostenere l’attuale tasso di perdita nel breve termine, ma un numero significativo di queste piattaforme richiederebbe una profonda e costosa ristrutturazione”, ha affermato l’IISS. Ma anche una volta esaurite le vecchie scorte, la Russia sarebbe probabilmente in grado di ricostruire i suoi effettivi nel medio e lungo termine.

Secondo le stime del governo britannico, all’inizio del 2024 la Russia era in grado di produrre circa 100 nuovi carri armati all’anno. Il Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato nel febbraio 2024 che la produzione nazionale di carri armati è quintuplicata in due anni, anche se gli esperti occidentali dubitano che i carri armati che escono da queste linee di produzione siano all’altezza.

Secondo i dati dell’IISS, la Russia possiede 2.730 carri armati principali, dai vecchi T-55 ai T-80 aggiornati, anche se i modelli più vecchi sono probabilmente in deposito. Inoltre, ne ha quasi altri 3.000 in vari stadi di preparazione nelle scorte.

Regno Unito, Francia, Italia e Germania insieme hanno meno di 900 carri armati principali di vario tipo, secondo i dati dell’IISS. La Polonia, che ha accelerato la spesa per la difesa, ha più di 660 carri armati principali, mentre le scorte della Grecia si avvicinano a 1.400 unità. La Romania, che condivide pezzi di confine con l’Ucraina, ha circa 377 carri armati principali. Il Canada ha solo 74 carri armati principali, secondo i dati dell’IISS.

L’Europa ha promesso molti dei suoi carri armati allo sforzo bellico di Kiev. Il governo tedesco ha dichiarato che Berlino ha consegnato all’Ucraina 140 veicoli da combattimento per la fanteria Marder, 66 veicoli corazzati per il trasporto di personale e più di 100 carri armati Leopard 1 nell’ambito di un progetto congiunto con la Danimarca. La Germania ha anche inviato una manciata di carri armati Leopard 2, più moderni.

L’Unione Europea sembra impegnata ad aumentare la spesa per la difesa (il piano “riarmare l’Europa della Von der Leyen) e gli investimenti nell’industria continentale della NATO, piuttosto che affidarsi al complesso militare-industriale statunitense.

La marina russa, poi, è enorme, composta da quattro flotte principali più la Flottiglia del Mar Caspio. Solo una, la flotta del Mar Nero, è stata significativamente colpita dalla guerra in Ucraina. Mosca ha accesso, soprattutto attraverso la Flotta del Nord, a 51 sottomarini, tra cui 12 sottomarini con missili balistici e 10 sottomarini con missili guidati. Mentre la flotta russa di superficie è meno imponente e conta una sola portaerei, attualmente non operativa, il Cremlino dispone di un’imponente flotta sottomarina.

Gli Stati europei della NATO hanno in genere una manciata di sottomarini di diverso tipo: Germania e Norvegia ne hanno 6 a testa, la Grecia altri 10, l’Italia 8, la Polonia 1, la Svezia 4 e i Paesi Bassi 3.

Ci sono anche domande senza risposta su come l’aviazione navale e i sistemi missilistici basati a terra vicini a una costa potrebbero avere un impatto su una possibile battaglia, soprattutto se combattuta nei mari che circondano l’Europa e lontano dal territorio russo. Inoltre, non è chiaro quanto velocemente e facilmente la Russia sarebbe in grado di portare i suoi sottomarini e le sue navi di superficie in un determinato luogo per affrontare le ipotetiche forze della NATO.

Il Regno Unito e la Francia sono gli unici membri della NATO (oltre agli Stati Uniti, ça va sans dir), a disporre di armi nucleari, la maggior parte delle quali sono lanciate da sottomarini. La marina francese ha quattro sottomarini con missili balistici che trasportano testate nucleari, mentre il Regno Unito ha 10 sottomarini, quattro dei quali trasportano missili ad armamento nucleare.

Londra sta sviluppando la classe di sottomarini Dreadnought, che sostituirà i sottomarini Vanguard, attualmente incaricati del deterrente nucleare del Paese, all’inizio del 2030. Ma ci sono “preoccupazioni di lunga data per la manutenzione e la disponibilità della flotta sottomarina [britannica], oltre a carenze di manodopera e di competenze nel servizio sottomarino”, ha osservato all’inizio di quest’anno un documento di ricerca parlamentare del Regno Unito.

Da considerare che la Russia possiede il più grande arsenale nucleare del mondo, superando di poco gli Stati Uniti. Collettivamente, Mosca e Washington controllano circa il 90% delle armi nucleari globali, suddivise in armi nucleari strategiche e tattiche. Le armi nucleari britanniche e francesi ammontano a una frazione dello stock russo, con meno di 300 testate ciascuna. Inoltre non è chiaro in quali circostanze Londra e Parigi userebbero le loro armi nucleari in attuazione dell’Articolo 5 della NATO, dato che le armi nucleari di Washington hanno storicamente agito come deterrente principale.

-Foto Ipa/Agency-
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Il Politecnico di Milano si conferma eccellenza globale secondo il QS World University Rankings

MILANO (ITALPRESS) – Il Politecnico di Milano si afferma nuovamente tra le eccellenze accademiche globali nella nuova edizione del QS World University Rankings by Subject 2025, conquistando il 6° posto mondiale in Design, il 7° in Architettura e il 21° in Ingegneria. L’Ateneo rafforza così la propria leadership nei tre settori portanti che ne delineano l’identità e, allo stesso tempo, registra avanzamenti in tutte le aree disciplinari in cui è presente.

In un panorama che ha preso in esame oltre 5200 università, di cui 1747 entrate in classifica, il Politecnico di Milano cresce in Arti e Discipline Umanistiche (Arts & Humanities), passando dal 60° al 50° posto; in Scienze Naturali (Natural Sciences), salendo dal 129° al 113°; e in Scienze Sociali e Management (Social Sciences & Management), migliorando la posizione dal 100° al 91° posto. Per la prima volta, inoltre, riceve punteggi anche nell’area Scienze della Vita e Medicina (Life Sciences & Medicine), pur non accedendo ufficialmente alla graduatoria, a testimonianza di una sempre più marcata vocazione interdisciplinare e delle nuove collaborazioni in campo medico-scientifico. Tra i risultati di maggior rilievo figurano il 12° posto mondiale in Ingegneria Meccanica, Aerospaziale e Manifatturiera (Mechanical, Aeronautical & Manufacturing Engineering), il 13° posto in Ingegneria Civile e Strutturale (Civil & Structural Engineering) e il 26° in Data Science & AI.

“Il Politecnico di Milano conferma il suo posizionamento tra le università di eccellenza a livello globale. Il miglioramento trasversale in tutte le aree prese in esame riflette un metodo diffuso, un’unità di intenti e un approccio che sempre di più ci caratterizza come istituzione e come riferimento per la comunità internazionale. – commenta la Rettrice, Donatella Sciuto Questo posizionamento riflette non solo l’elevata qualità della didattica e della ricerca, ma anche la capacità del Politecnico di Milano di rispondere alle sfide contemporanee con un approccio interdisciplinare e innovativo”.

Il punteggio particolarmente elevato nell’Employer Reputation, uno degli indicatori di QS, rivela che i laureati del Politecnico di Milano non solo trovano lavoro rapidamente, ma sono anche fortemente apprezzati dai datori di lavoro italiani e internazionali, per competenze e capacità di innovazione. L’altro aspetto premiato è l’International Research Network (IRN), che riconosce la capacità di intrecciare collaborazioni scientifiche di respiro globale.

– foto ufficio stampa Politecnico di Milano –

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Spari contro ragazzo, a Bologna arrestati autori tentato omicidio

Spari contro ragazzo, a Bologna arrestati autori tentato omicidio

BOLOGNA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato di Bologna ha dato esecuzione, ieri, a due misure cautelari in carcere nei confronti degli autori di un tentato omicidio accaduto in data 9 giugno 2024, nel quale rimase gravemente ferito un giovane ragazzo, colpito con colpi di arma da fuoco.

Fonte video: Polizia di Stato
tvi/mca2

Negli Usa la Marina addestra le riserve operative, l’Italia ci pensa

ROMA (ITALPRESS) – Negli Stati Uniti, due volte l’anno, il personale della “riserva” della Marina viene convocato al Naval War College (NWC) di Newport, Rhode Island, per l’addestramento OLW MARLIN: un ciclo di addestramento al livello operativo di guerra (OLW). Si tratta di un frenetico “weekend di esercitazioni” durante il quale ufficiali e marinai arruolati si addestrano al combattimento incentrato sul processo di pianificazione navale. Un evento di quattro giorni che fornisce ai riservisti una preparazione pratica per integrarsi senza problemi in un Centro Operativo Marittimo (MOC).

Intanto in Italia, dove le Forze Armate fanno i conti con carenze organiche, l’istituto della “Riserva” nell’ambito delle Forze di Completamento volontarie e per la sola categoria degli Ufficiali, è previsto e disciplinato dal combinato disposto dell’articolo 674 del Decreto Legislativo n. 66 del 15 marzo 2010 (ex art. 4 R.D. 16 maggio 1932, n. 819 – cosiddetta Legge Guglielmo Marconi), integrato dal Decreto Ministeriale 15 novembre 2004, e dell’articolo 987 del medesimo Decreto Legislativo (ex art. 25 del D.Lgs 8 maggio 2001, n. 215) e prevede l’arruolamento di particolari professionalità di interesse. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, vuole andare oltre ed ha posto l’accento sulla necessità di una risposta rapida e adeguata alle minacce. Durante la presentazione del Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa, ha rimarcato quanto sia importante aumentare gli organici, proponendo la creazione di una ulteriore “Riserva”, quella “operativa” per affrontare eventuali conflitti o crisi. Crosetto ha dichiarato che le forze armate italiane devono essere pronte a difendere lo Stato in ogni momento, da ogni minaccia.

Secondo il ministro, una difesa robusta richiede non solo personale ben formato ma anche strutture operative sostenibili. La creazione di riserve operative serve come una strategia per garantire che le forze italiane possano essere mobilitate rapidamente quando necessario, riflettendo una mentalità proattiva per affrontare le nuove sfide nel panorama della difesa. Questa misura permetterebbe di rafforzare le proprie capacità militari, rispondendo a quanto richiesto dall’Alleanza Atlantica.

– foto IPA Agency –

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Confcommercio, Carlo Sangalli confermato presidente per il prossimo quinquennio

ROMA (ITALPRESS) – L’assemblea di Confcommercio-Imprese per l’Italia ha confermato per acclamazione Carlo Sangalli alla guida della Confederazione per il prossimo quinquennio. Un rinnovo che sancisce la continuità dell’impegno di Confcommercio a sostegno delle imprese del terziario di mercato in un momento di grande incertezza e di profonde trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali. Trasformazioni che richiedono anche un’accelerazione dei cambiamenti organizzativi del sistema confederale. Nel suo intervento all’assemblea, Sangalli ha delineato gli ambiti di intervento prioritari della nuova consiliatura che, nel rispetto dei principi di responsabilità, partecipazione e innovazione, si pone tra gli obiettivi la valorizzazione della rete territoriale e di categoria.

Ma anche lo sviluppo di strumenti concreti per supportare sempre di più il sistema imprenditoriale e, più in generale, il rafforzamento dell’azione sindacale rispetto ai temi cruciali per il futuro del Paese: dalle grandi riforme strutturali alla trasformazione digitale con l’intelligenza artificiale generativa, dalla sostenibilità ambientale, economica e sociale alle strategie per rendere le città più vivibili e competitive. Sarà, inoltre, determinante la valorizzazione del contributo delle imprese del terziario di mercato a una nuova e più avanzata fase del progetto europeo.

– foto IPA Agency –

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