sabato, Novembre 7, 2026
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Roth (Novo): “Innovazione e ricerca per creare salute e valore duraturo”

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(Adnkronos) – “Per un’azienda che si occupa di salute, come Novo, che investe costantemente nella ricerca e nell’innovazione nell’ambito specifico delle malattie croniche, l’obiettivo è creare un valore duraturo nel tempo, cominciando oggi. Recentemente ha innovato anche la sua visione con questo concetto del ‘Lasting health starts now’, che significa creare salute nel tempo, iniziando ora. Come? Con l’innovazione, con una ricerca che punta a realizzare e mettere a disposizione delle persone terapie sempre più efficaci, sempre più sicure, ma in grado di avere un impatto concreto sulla qualità della vita”. Così Isabella Roth, Associate Director External Communication & Sustainability Novo Italia, partecipando oggi a Roma al panel ‘Il valore concreto della sostenibilità’, nel corso di Adnkronos Q&A. 

L’innovazione “assume ancora più senso – sottolinea Roth – parlando di malattie croniche come obesità e diabete. Oggi, in Italia, il diabete colpisce quattro milioni di persone e il 90% di queste è affetto da diabete di tipo 2, una patologia cronica che è causa di circa 75mila decessi l’anno e che ha un impatto in termini di sistema e di costi superiore ai 20 mld di euro. L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, stima che il 24% dell’incidenza delle malattie croniche sia legato all’ambiente. Novo cerca di coniugare l’innovazione e la ricerca con terapie in grado di incidere sulla vita delle persone, semplificando la gestione della malattia, portando benefici clinici, ma anche generando valore nella qualità della vita e per la società anche attraverso il rispetto dell’ambiente”. 

Per tenere insieme salute, innovazione e sostenibilità, “servono scelte, investimenti e obiettivi concreti – afferma Roth – che, a partire dalla ricerca, arrivano a risultati chiari e misurabili, attraverso un approccio a 360 gradi. Un esempio risale a un paio di anni fa: Novo, a distanza di cento anni dalla scoperta dell’insulina, ha introdotto la prima insulina settimanale al mondo, una terapia innovativa che ha unito salute, ambiente e società e ha cambiato radicalmente la gestione di questa patologia. L’Italia, in questo ambito, è stata ed è un Paese capofila, perché attento a recepire le innovazioni e a integrare tutti questi elementi. Oggi – rimarca – questa innovazione e questa ricerca non si fermano, anzi. È imminente, per esempio, l’arrivo di una nuova e innovativa formulazione terapeutica che alla già citata insulina settimanale unisce un’altra molecola innovativa, semaglutide, in un’unica nuova formulazione. Si tratta di una terapia in grado di rispondere alle esigenze cliniche e di andare incontro alle necessità delle persone, ma al tempo stesso di garantire la sostenibilità del sistema, non limitandosi a incidere sui costi, ma anche generando valore e proteggendo l’ambiente”. C’è una ricerca continua per portare “soluzioni terapeutiche – puntualizza Roth – da giornaliere a settimanali e le iniettive a orali. Questo significa, per esempio, risparmiare sull’utilizzo della plastica: in questo modo, l’innovazione si integra con i pilastri strategici – le persone, la società e l’ambiente – per innovare generando valore duraturo nel tempo”. 

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economia

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Diodato: “Siamo già in un mondo post-americano. Senza l’Europa Putin avrebbe vinto in Ucraina”

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(Adnkronos) – Siamo già entrati in un mondo post-americano, ma il prossimo secolo non sarà necessariamente cinese. E neppure è scontato che la competizione tra Washington e Pechino produca una nuova Guerra fredda. La transizione che stiamo attraversando è più complessa: gli Stati Uniti non riescono più a garantire da soli l’ordine internazionale che hanno costruito, mentre nessun’altra potenza sembra in grado di raccoglierne l’eredità. La Cina prova a riempire questo vuoto, soprattutto cercando di riscrivere le regole e di proporre una propria visione della civiltà. L’Europa, nonostante le divisioni interne, potrebbe trovare uno spazio di azione. 

È la lettura che Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, propone in questa intervista ad Adnkronos, prendendo le mosse dal suo libro
Che cos’è la geopolitica
, appena pubblicato da Carocci in una seconda edizione profondamente rielaborata rispetto a quella del 2011. 

Il volume affronta anzitutto una questione preliminare: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di geopolitica? Una domanda meno scontata di quanto sembri, soprattutto in un’epoca nella quale il termine è diventato onnipresente nel dibattito pubblico, applicato indifferentemente alle guerre, alle rotte commerciali, alle tecnologie e alle scelte dei governi. Diodato parte dall’immagine biblica della torre di Babele, simbolo di una disciplina nella quale spesso gli studiosi utilizzano la stessa parola attribuendole significati diversi. E mette in guardia dal rischio che la geopolitica finisca per trasformarsi in “egopolitica”, una rappresentazione del mondo modellata sulle convinzioni di chi la propone. 

Per ritrovare un metodo, il libro attraversa più di un secolo di pensiero geopolitico, dai teorici del potere marittimo e continentale, Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder, fino agli studi contemporanei sulla sicurezza regionale, la globalizzazione e le identità culturali. Il risultato è un approccio che tiene insieme tre dimensioni: geostrategica, geoeconomica e geoculturale. La geografia continua a contare, ma il potere passa anche attraverso le infrastrutture, le reti commerciali e finanziarie, le tecnologie e la capacità di definire standard riconosciuti dagli altri. 

Da questa prospettiva Diodato ricostruisce il “destino manifesto” degli Stati Uniti, dalla dottrina Monroe all’ordine atlantico, individuando nella politica di Donald Trump il recupero di una tradizione americana più antica dell’internazionalismo liberale. Il riferimento a William McKinley, le rivendicazioni su Panama e sull’Artico, perfino la decisione di ribattezzare il golfo del Messico sono tasselli di una visione del potere fondata sul controllo dei grandi spazi. 

Il paradosso è che proprio mentre Washington torna a ragionare in questi termini, Pechino tenta di affermare un diverso modello di leadership. “La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”, spiega Diodato, indicando nella neonata organizzazione internazionale per la cooperazione sull’AI, con sede a Shanghai, un esempio di questa strategia. 

L’Europa, intanto, resta sospesa tra ambizioni e divisioni. Eppure, secondo il politologo, il suo ruolo è stato determinante proprio nella crisi che più di ogni altra ha messo in discussione l’ordine del continente: “Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”. Un giudizio che accompagna a una posizione favorevole a un compromesso per fermare il conflitto. Sul futuro dell’Unione, sulla competizione con la Cina, sul rapporto con l’Africa e sulle prospettive di un multilateralismo senza egemonia americana si sviluppa la nostra conversazione. 

Professore, il suo libro mette in discussione una delle grandi narrazioni degli ultimi anni, quella della trappola di Tucidide e dell’inevitabile scontro tra gli Stati Uniti e la Cina. Lei sostiene che siamo già in un mondo post-americano, ma non sembra convinto che Pechino possa semplicemente raccogliere il testimone di Washington.
 

“Siamo già entrati in un mondo post-americano. Gli Stati Uniti hanno realizzato le previsioni dei grandi classici del pensiero geopolitico, come Mahan e Mackinder, che prefiguravano un’egemonia globale americana. Questa egemonia si è imposta già durante la Guerra fredda, perché allora convivevano due sistemi: quello della contrapposizione con l’Unione Sovietica e un sistema occidentale che costituiva il motore delle relazioni internazionali globali. 

Quest’ultimo era il sistema delle Nazioni Unite, non a caso con sede a New York, del Fondo monetario internazionale e di un insieme di regole pensate per includere progressivamente anche l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese. 

Oggi, dopo il momento unipolare e la successiva trasformazione del sistema internazionale, questo mondo americano sembra lasciare una situazione aperta a diverse possibilità. Non possiamo escludere una riconfigurazione multipolare, ma non credo sia necessariamente quella la direzione. 

Il concetto di civiltà diventa particolarmente importante. Samuel Huntington aveva avuto, a mio parere, una straordinaria intuizione, anche se non condivido l’idea di uno scontro tra civiltà inconciliabili, destinato a svolgersi lungo quelle che lui definiva linee di faglia. Vedo piuttosto un confronto tra visioni della civiltà che nasce dalla contestazione dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. 

La Cina porta avanti un proprio disegno, una grande narrazione geopolitica che, per certi versi, assomiglia al destino manifesto americano. Il sogno cinese ha una prospettiva futura, anche se si richiama a una tradizione millenaria. 

Non vedo quindi Pechino necessariamente impegnata ad aprire una nuova Guerra fredda o semplicemente a diventare uno dei poli di un sistema multipolare. Credo che voglia progressivamente sostituire gli Stati Uniti nella capacità di dettare gli standard di civiltà. 

Un esempio recente è l’iniziativa cinese per la creazione di un’organizzazione internazionale dedicata alla cooperazione e alla governance dell’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Anziché affidarsi esclusivamente alle istituzioni internazionali esistenti, la Cina promuove una nuova organizzazione, nella quale può contribuire a definire regole e priorità. 

Pechino cerca così di riempire il vuoto di autorità prodotto dal mondo post-americano attraverso proprie iniziative istituzionali. Non stiamo necessariamente tornando a una politica di potenza in un mondo senza regole, ma potremmo trovarci in un mondo nel quale le regole vengono riformulate”. 

Se il potere non dipende solo dalla forza militare, anche l’Europa potrebbe trovare una propria strada. Eppure, dalle trattative sull’Ucraina alle crisi mediorientali, l’Unione fatica a imporsi come soggetto geopolitico. Qual è il suo limite più profondo?
 

“Se il mondo stesse andando verso una politica esclusivamente di potenza, attraverso una riconfigurazione tendenzialmente multipolare, il ritardo dell’Europa nel diventare un attore geopolitico sarebbe incolmabile. 

Ma il problema non è la mancanza di strumenti militari ed economici. L’Europa possiede risorse straordinarie. È una delle maggiori potenze economiche e, se sommassimo gli armamenti dei diversi paesi europei, includendo il Regno Unito, disporrebbe anche di capacità militari molto rilevanti. 

Il problema è che l’Europa è divisa al proprio interno sulla questione dell’integrazione. Basta guardare alle elezioni del Parlamento europeo: nelle ultime tre legislature possiamo osservare che la divisione non è più soltanto quella tradizionale tra destra e sinistra. C’è una frattura tra le forze favorevoli all’integrazione e quelle contrarie, che attraversa le diverse politiche, dall’economia ai diritti, dalla politica estera all’agricoltura. 

Questa divisione non può essere superata facilmente. E poiché l’Unione Europea è una costruzione democratica, non credo che possa risolversi in tempi brevi. 

Ciò non significa però che sia condannata all’irrilevanza. Nel libro cerco, ad esempio, di dare un significato alla differenza tra il decoupling americano e il de-risking europeo nei confronti della Cina. A mio giudizio, questa distinzione è importante: l’Europa ha un rapporto con Pechino che non coincide necessariamente con quello degli Stati Uniti. 

Inoltre, con il Global Gateway ha avviato un grande progetto di investimenti e infrastrutture, in parte ispirato alla Belt and Road Initiative cinese, scegliendo intelligentemente di rivolgersi soprattutto all’Africa. 

Vedo poi un’Europa che, rispetto agli Stati Uniti di Trump, ha cercato una propria via sulla guerra in Ucraina. Senza l’Unione Europea quella guerra sarebbe già conclusa. E si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin. Personalmente, non appartengo a coloro che ritengono indispensabile una sconfitta di Putin. Per me si può anche arrivare a un pareggio, se vogliamo esprimerci in maniera un po’ triviale. 

Resta però fuori discussione che senza l’Unione Europea avremmo avuto una vittoria russa. Anche questo dimostra che l’Europa possiede una capacità di incidere sugli equilibri internazionali. Se riuscisse a pensarsi non soltanto come potenza civile, ma come potenza di civiltà, potrebbe trovare un proprio ruolo geopolitico”. 

Lei attribuisce molta importanza all’Africa. Da diversi paesi africani arriva anche una richiesta di alternative agli investimenti cinesi e all’influenza russa. L’Europa potrebbe avere oggi credenziali migliori rispetto ad altri attori, proprio perché più consapevole della propria eredità coloniale. L’Africa può diventare uno dei punti di forza della geopolitica europea?
 

“Dividerei la questione in due parti. 

Da una parte, con il Global Gateway l’Europa ha sicuramente un approccio postcoloniale nei confronti dell’Africa. E potrebbe avere maggiore successo sia rispetto agli Stati Uniti del passato, sia rispetto alla Cina e ad altri attori presenti nel continente: la Russia, naturalmente, ma anche la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti. 

L’Europa ha una carta importante da giocare e credo che stia cominciando a giocarla bene. 

Dall’altra parte, però, rimane il rischio di non aver compreso fino in fondo che cosa significhi il postcolonialismo. Un rischio che permane soprattutto nella percezione che molti africani hanno dell’Europa. Vorrei fare un’osservazione che potrebbe sembrare politicamente scorretta. 

L’Unione Europea si è rappresentata per lungo tempo come una potenza civile. Era una definizione credibile se riferita all’Unione in quanto tale, che non possiede gli strumenti militari di uno Stato tradizionale. Lo era meno se riferita ai singoli paesi membri, che possiedono eserciti e hanno condotto guerre. 

A un certo punto, tuttavia, l’Europa ha fatto un passo ulteriore: ha cominciato a rappresentarsi come potenza normativa. Da un certo punto di vista è una cosa bellissima. Significa porre al centro il rispetto delle regole, il diritto, una prospettiva cosmopolitica. Ma se ti presenti come potenza normativa, rischi di porti come il soggetto che esprime uno standard di civiltà superiore. 

E andare in Africa con l’idea di applicare gli standard normativi europei non è necessariamente percepito in maniera positiva. L’Europa deve promuovere anche i propri interessi, costruendo rapporti di cooperazione che producano vantaggi reciproci. La cooperazione allo sviluppo non è aiutare gli africani. Questa è la grande intuizione del Global Gateway, ma anche del Piano Mattei. 

La cooperazione allo sviluppo è un do ut des, uno scambio che si perfeziona nel tempo. Se investo nella cooperazione non devo pretendere necessariamente una ricaduta economica immediata, ma è legittimo attendersi che quegli investimenti producano in futuro anche un ritorno. 

Credo che un discorso di questo genere funzioni molto meglio con gli interlocutori africani. Se invece diciamo che andiamo ad aiutarli, ma che in cambio devono diventare democratici, rispettare i diritti e conformarsi agli standard che noi abbiamo stabilito, rischiamo di riproporre, anche se con il vestito della domenica, una relazione di tipo coloniale”. 

Torniamo alla questione dalla quale nasce il libro. In Italia la geopolitica è diventata una parola onnipresente: nei giornali, in televisione, nel dibattito pubblico. Talvolta sembra che ogni giornalista di esteri si sia trasformato in un analista geopolitico. Ma quanto è solido, nel nostro paese, lo studio della disciplina? E quanto è grande la distanza tra divulgazione e università?
 

“Purtroppo in Italia esiste una contrapposizione tra il modo in cui si studiano le relazioni internazionali in ambito accademico e l’impiego divulgativo del termine geopolitica. È una contrapposizione che non riguarda soltanto il linguaggio o gli approcci teorici. È anche consapevole. 

Nell’accademia italiana non c’è molto favore per l’impiego della parola geopolitica. Le relazioni internazionali, nella loro impostazione prevalente, tendono a considerarla qualcosa di nocivo. E il fastidio è reciproco. Alcuni tra i principali divulgatori della geopolitica, attraverso riviste, convegni e apparizioni televisive, hanno manifestato a loro volta una forte insofferenza verso il modo in cui le relazioni internazionali vengono studiate nelle università. 

Con questo libro ho cercato di superare questa contrapposizione, restituendo alla geopolitica una legittimità accademica, mostrando l’importanza dei grandi pensatori classici e ricordando che un sapere di tipo geopolitico è comunque sopravvissuto nell’accademia americana ed europea. Ho poi cercato di far dialogare questo sapere con concetti consolidati negli studi sulle relazioni internazionali. Nel libro, ad esempio, parlo di securitizzazione e di complessi regionali di sicurezza, concetti che considero profondamente permeati da un approccio geopolitico. 

L’idea di partire dalle diverse regioni del mondo e dalle loro caratteristiche geografiche per comprendere le dinamiche della globalizzazione appartiene pienamente a questa tradizione. Ma ho cercato anche di rendere il sapere geopolitico utilizzabile sul piano divulgativo, comprensibile e, mi spingo a dire, democratico. 

Penso infatti che un approccio scientificamente fondato, pur essendo soltanto uno dei possibili strumenti di interpretazione delle relazioni internazionali, possa contribuire a rendere più chiaro e accessibile il dibattito sulla politica estera”. 

C’è però un problema culturale più profondo. La geopolitica nasce in un’epoca segnata dall’imperialismo e ha avuto un rapporto controverso con gli autoritarismi. Oggi perfino la Commissione europea rivendica una propria identità geopolitica. È possibile costruire una geopolitica democratica?
 

“È un problema molto importante. Uno dei libri più interessanti scritti in Italia sulla geopolitica è opera di un giurista che sostiene, con argomenti fondati, che la geopolitica sia essenzialmente una dottrina di politica estera degli autoritarismi. 

Secondo questa interpretazione, quando un regime autoritario si dota di una politica estera, quella diventa geopolitica. Le democrazie, invece, avrebbero una politica estera non geopolitica, o addirittura antigeopolitica. 

L’Unione Europea si è considerata per lungo tempo quasi la quintessenza di questa visione. Poi, nel 2019, Ursula von der Leyen ha presentato la propria Commissione come una Commissione geopolitica. 

Questo passaggio mette in evidenza una questione culturale fondamentale: la capacità delle democrazie di dotarsi di una politica estera geopolitica rimanendo democrazie”. 

Il confronto tra le diverse visioni di civiltà occupa un posto centrale nel libro. Gli Stati Uniti, la Cina, ma anche potenze come la Turchia e l’Iran cercano una legittimazione fondata sulla propria identità storica e culturale. Allo stesso tempo, vediamo moltiplicarsi accordi regionali, coalizioni temporanee e formati minilaterali, anche all’interno delle alleanze tradizionali. Che cosa resta del multilateralismo in un mondo nel quale ciascuno rivendica la propria idea di ordine?
 

“Per anni ho utilizzato un criterio piuttosto severo negli esami universitari: se uno studente non era in grado di distinguere il multilateralismo dal multipolarismo, difficilmente superava l’esame. Insegnavo a tenere nettamente separate le due cose, perché si tratta di concetti diversi. Poi Xi Jinping, seguendo una posizione già espressa da Putin, ha cominciato a sostenere che per avere un vero multilateralismo fosse necessario andare verso un mondo multipolare. 

A quel punto mi sono chiesto: dovrei bocciare all’esame di relazioni internazionali anche Xi Jinping e Vladimir Putin, oppure dovrei mettere in discussione alcune delle mie convinzioni? 

Ho scelto la seconda strada. E sono arrivato alla conclusione che non possiamo pensare a un multilateralismo che funzioni soltanto in un mondo unipolare. 

Un mondo unipolare, infatti, è anche un mondo che può produrre guerra. Se il multilateralismo finisce per coincidere con l’egemonia di una grande superpotenza, pur presentandosi come un sistema fondato sul rispetto delle regole, prima o poi quell’egemonia verrà contestata. Kenneth Waltz, uno dei grandi studiosi delle relazioni internazionali, sosteneva che chi vuole un governo del mondo deve prepararsi alla Terza guerra mondiale. È una formulazione molto forte, ma mette in evidenza il problema di un potere che pretende di organizzare l’intero sistema internazionale. 

D’altra parte, non penso neppure che ci stiamo dirigendo verso un multipolarismo inteso come una riproduzione su scala globale del vecchio equilibrio di potenza europeo. A me sembra più utile pensare a un sistema stratificato, nel quale esistono grandi potenze, medie potenze e attori più piccoli, con capacità e funzioni differenti. 

Se andiamo in questa direzione, dobbiamo riconoscere che tra bilateralismo e multilateralismo esiste un continuum. Ci sono accordi bilaterali, forme di minilateralismo e momenti propriamente multilaterali. Questi ultimi non scompaiono necessariamente, anche se cambiano le condizioni nelle quali si sviluppano. 

Capisco la visione pessimistica di chi osserva le trasformazioni attuali. Siamo portati a vedere il bicchiere mezzo vuoto, anzi un bicchiere che continua a svuotarsi. Ogni nuova crisi sembra sottrarre qualcosa al multilateralismo che abbiamo conosciuto. Ma credo che possa arrivare un momento in cui guarderemo a questo stesso processo in maniera differente. Potremmo renderci conto che si è costruito un sistema di cooperazione più articolato, fatto di diversi livelli e forme di accordo. 

E penso che questo potrebbe rappresentare anche un’opportunità per l’Europa. L’Unione Europea è un attore particolare, uno strano Stato europeo, se vogliamo chiamarlo così. È un’unione di Stati membri, non uno Stato nazionale tradizionale. Proprio questa sua natura, che oggi appare spesso come un limite, potrebbe renderla un soggetto più adatto a intercettare le trasformazioni di un mondo sempre più complesso”. 

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internazionale/esteri

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Lenti (Sace): “Risultati economici migliori con performance Esg elevate”

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(Adnkronos) – “Le imprese operano in un contesto geopolitico molto instabile, caratterizzato dalla transizione energetica, dal cambiamento climatico e dalle difficoltà di approvvigionamento delle risorse. È quindi un contesto in cui sono chiamate a investire in innovazione, transizione energetica e nuove tecnologie per ridurre i costi, contenere i rischi e diventare anche più resilienti e competitive sui mercati. E questo vale per tutte le aziende, soprattutto per le nostre aziende del Made in Italy, che hanno sempre fatto della competenza, della qualità e dell’innovazione il loro punto di forza. Anche le nostre aziende devono spingersi a investire nella transizione energetica e nell’innovazione tecnologica per diventare sempre più resilienti e competitive”. Così Lavinia Lenti, Head of Sustainability Sace, partecipando all’Adnkronos Q&A dedicato alla sostenibilità, oggi a Roma. 

“Non si tratta di slogan – spiega Lenti – Alcune ricerche indicano che le imprese con performance Esg più elevate registrano risultati migliori. Se non ricordo male si parla di un valore aggiunto superiore del 16,7% rispetto alle imprese con performance Esg inferiori. Queste imprese, inoltre, ottengono anche risultati più positivi in termini di ricavi e occupazione: con una crescita dei ricavi, negli anni 2017-2024, del 65%, contro il 55% di quelle con performance Esg inferiori. Per quanto riguarda l’occupazione, parliamo di un +40% contro un +28%”. C’è poi un altro dato “interessante, per noi di Sace – continua Lenti – La quota di export rispetto al fatturato è maggiore nelle imprese più sostenibili: 37% contro il 30%. Inoltre, queste imprese sono più resilienti e hanno una maggiore capacità di operare in un numero più ampio di mercati, quindi una diversificazione geografica più estesa. Si considerano 26 Paesi di destinazione per le imprese sostenibili che esportano, contro i 16 Paesi di destinazione delle imprese che non esportano. Questi numeri – osserva – ci dicono che effettivamente esiste un ritorno reale per le imprese. Stiamo inoltre passando da una logica di misurazione dell’output, cioè che cosa facciamo, a una logica di misurazione dell’outcome, cioè quali effetti produciamo a livello di sistema. È un tema molto rilevante per noi. Non misuriamo solamente quante garanzie concediamo o quante aziende supportiamo e accompagniamo nel loro percorso internazionale, ma cerchiamo di compiere un passaggio ulteriore: capire quanto export le nostre operazioni abbiano abilitato e quanti investimenti siamo riusciti a rendere possibili”. 

“Stiamo anche introducendo logiche di misurazione dell’impatto socio-ambientale, valutando il Roi delle nostre operazioni, almeno di quelle più grandi per le quali disponiamo di dati – illustra Lenti – Un altro elemento importante che abbiamo introdotto nel nostro piano è il tema dell’addizionalità. Si tratta di cercare di misurare quale quota di questi impatti sia effettivamente attribuibile all’intervento di Sace, ovvero in quali casi la garanzia pubblica sia in grado di abilitare finanziamenti che, per durata, tipologia di rischio o importo, non sarebbero facilmente sostenibili dal mercato senza il nostro supporto. Cerchiamo quindi di capire quale sia esattamente la quota di impatto generata attraverso il nostro specifico contributo. Questo è molto importante perché – precisa – ci consente non solo di misurare, ma soprattutto di guardare in prospettiva, capire quali effetti generiamo con le nostre operazioni per selezionare investimenti capaci di generare un impatto economico, quindi sul Pil e sull’occupazione, ma anche a livello ambientale e sociale”. 

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economia

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Negrar, ripartono i centri gratuiti per gli over 60: cinque sedi tra giochi e laboratori

I centri over 60 a Negrar riprendono le attività di ottobre con carte, tombola, passeggiate e laboratori. Partecipazione gratuita senza iscrizione per i residenti: gli incontri si distribuiscono in cinque località. Per raggiungere Negrar e Santa Maria è possibile richiedere il trasporto comunale.

Il Comune di Negrar di Valpolicella ha diffuso il calendario 2026/2027 dei punti di incontro rivolti ai residenti con più di sessant’anni. L’obiettivo è offrire occasioni regolari per stare in compagnia, coltivare interessi e partecipare alla vita della comunità, con appuntamenti vicini alle diverse frazioni.

Centri over 60 a Negrar: sedi e orari

Nel capoluogo, all’ex asilo di via Marconi, carte e tombola occupano il lunedì e il martedì dalle 14.30 alle 17. L’ultimo martedì del mese si aggiunge il club dell’uncinetto. A Santa Maria, nella Baita della Comunità, gli stessi giochi sono in programma il mercoledì e il venerdì dalle 15 alle 18.

Ad Arbizzano il riferimento è Valier/Villa Albertini. Il martedì, dalle 15.30 alle 17, è dedicato ai laboratori creativi: il primo incontro organizzativo con gli interessati sarà il 27 ottobre alle 15.30. Il mercoledì, dalle 9.30, sono previste passeggiate naturalistiche; il giovedì, dalle 14.30 alle 18, burraco e laboratorio «Dipingiamo insieme».

A Prun la tombola si svolge nei locali parrocchiali il mercoledì, dalle 14.30 alle 16.30. Nella Baita della Parrocchia di Fane si gioca a carte lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 16 alle 18.30; il martedì la tombola comincia alle 16.

Accesso libero e trasporto su richiesta

Non occorre iscriversi ai centri over 60 a Negrar. Il servizio di trasporto comunale può essere richiesto per le sedi di Negrar e Santa Maria. Il recapito indicato per informazioni è 045 601663.

Nel Veronese l’offerta autunnale di socialità comprende anche i corsi gratuiti del Centro di Comunità di Montorio, dove sono previste attività manuali, camminate e percorsi digitali per anziani. In quel caso la partecipazione richiede l’iscrizione.

Second hand effect, 15 milioni di oggetti venduti e 518mila tonnellate di CO2 potenzialmente risparmiate

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(Adnkronos) – Dietro molte delle compravendite realizzate su Subito si cela un potenziale effetto sostitutivo: l’acquisto di un bene usato può evitare l’acquisto di un prodotto nuovo e le emissioni associate alla sua produzione, oltre ad allungargli la vita, allontanando la dismissione in discarica. Quanto vale? In media sono 33,6 kg di CO₂ potenzialmente risparmiati per ogni compravendita. Moltiplicati per gli oltre 15 milioni di oggetti venduti nel 2025 corrispondono a una stima di 518mila tonnellate di CO₂: quantità equivalente, secondo i fattori di conversione indicati nello studio, alla CO₂ assorbita in un anno da oltre 23 milioni di alberi, oppure alle emissioni associate a oltre 2,6 milioni di voli andata e ritorno Milano-Roma, o ancora al consumo annuo di elettricità di circa 577mila famiglie. 

Sono i risultati del Report second hand effect, realizzato da Vayuu – il software di climate tech che supporta le aziende nel monitoraggio e nella riduzione dell’impatto ambientale – per Subito, in cui viene misurato l’impatto ambientale delle compravendite sulla piattaforma. Il calcolo parte da un dato: nel 56% dei casi, gli utenti dichiarano che l’acquisto di un oggetto usato su Subito sostituisce effettivamente l’acquisto del bene corrispettivo nuovo, evitandone potenzialmente la produzione e quindi i costi e le emissioni che derivano dal suo ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime alla lavorazione, fino alla distribuzione per arrivare a scaffale.  

Quest’anno lo studio ha mappato per la prima volta anche accessori e ricambi per auto e moto, tra le categorie più importanti sulla piattaforma per numero di oggetti. Sono 1,75 milioni i pezzi venduti, con un risparmio medio di quasi 8 kg di CO₂ ciascuno: in totale oltre 13mila tonnellate, pari al consumo annuo di elettricità di 15mila famiglie, secondo i fattori di conversione adottati nel report. Una scelta che accompagna l’impegno crescente di Subito sulla sezione Subito Motori, con un’esperienza sempre più verticale, dedicata alla mobilità e all’Auto in particolare. 

 

“La sostenibilità resta imprescindibile, ma sta attraversando una fase di grande evoluzione: in tempi di incertezza non è più soltanto l’aspetto ambientale che deve essere considerato, ma anche quello economico e sociale”, ha commentato Giuseppe Pasceri, ceo di Subito. “La second hand ne è un esempio: non è una rinuncia ma un modo diverso di scegliere, un alleato che per il 59% di chi acquista dà un contributo concreto al bilancio familiare e che redistribuisce valore sul territorio. È una scelta di cui andare fieri, e oggi possiamo anche misurarne gli effetti, numeri alla mano”, ha aggiunto. 

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cronaca

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Sondaggio politico, crescono Fratelli d’Italia e Pd. Centrodestra vince con Vannacci

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(Adnkronos) – Fratelli d’Italia cresce ancora e si conferma il primo partito. Il Pd sale, il Movimento 5 Stelle frena. E’ il podio secondo il sondaggio realizzato dall’Istituto ‘Only Numbers’ (Ghisleri) per ‘Porta a Porta’ sulle intenzioni di voto degli italiani in caso di elezioni oggi, 15 ottobre. Rispetto all’ultima rilevazione del 28 settembre, Fratelli d’Italia guadagna lo 0,5%. La formazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni arriva al 28% e aumenta il vantaggio sul Pd della segretaria Elly Schlein, che cresce dello 0,2% fino al 20,2%. Il M5S di Giuseppe Conte, invece, si attesta all’11,4% perdendo lo -0,2%. 

Al quarto posto tra i partiti, Forza Italia che, con il 7,9% (+0,1%), è davanti a Futuro nazionale di Roberto Vannacci, è stabile al 7%. Alleanza Verdi Sinistra, invece, è al 6,3% (-0,2%), la Lega è al 6% e perde mezzo punto (-0,5%). Seguono Azione-Renew Europe al 3,4% (+0,1%), Italia Viva-Casa Riformista al 2,4% (+0,2%), +Europa all’1,5% (+0,1%), Più Uno all’1,3%, Progetto Civico all’1% (all’esordio con il centrosinistra), Noi Moderati allo 0,9% (-0,1%) e Sud chiama Nord (nuova entrata nel centrodestra) allo 0,5%. Gli altri partiti raccolgono complessivamente il 2,2% (-3%). Gli astenuti-indecisi si attestano al 38,9% (-5,8% rispetto all’ultima rilevazione). 

A livello di coalizioni, il centrodestra senza Vannacci si attesta al 43,3% in crescita dello 0,5% mentre il campo largo (Comprensivo di Italia Viva e +Europa) sarebbe al 44,1%, in crescita del 2,4%. Se si votasse oggi, con lo ‘Stabilicum’, secondo una simulazione sull’attribuzione dei seggi basata sulla rilevazione, il campo Largo avrebbe 218 seggi alla camera, il centrodestra – senza Futuro Nazionale – ne avrebbe 144. 

Al Senato, invece, la coalizione di centrosinistra avrebbe 110 senatori contro i 71 del centrodestra senza Futuro Nazionale. Se il centrodestra, invece, andasse al voto con Futuro Nazionale, in coalizione otterrebbe 225 seggi alla camera contro i 158 della coalizione di centrosinistra. A palazzo Madama, infine, il centrodestra con Vannacci avrebbe 117 senatori contro 75 del centrosinistra. 

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politica

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Torino, travisati danneggiano scuole con spranghe e estintori: arrestato minorenne e ferito carabiniere

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(Adnkronos) – Travisato da maschere
di carnevale e passamontagna, un gruppo di 40 giovani si è introdotto all’interno dell’Istituto Superiore ‘Sella’ di Torino riuscendo nel contempo, dopo aver rotto una porta, ad accedere alla palestra della vicina Scuola Primaria ‘Ricardi di Netro’ dove, con l’utilizzo di spranghe, hanno danneggiato gli arredi e gli attrezzi sportivi. Atti vandalici che a distanza di mezz’ora hanno interessato l’Istituto Superiore ‘Bosso-Monti’, dove il medesimo gruppo ha infranto le finestre dell’edificio con estintori e spranghe.  

In entrambi i casi sono intervenuti i carabinieri che hanno fermato un giovane con volto travisato da un passamontagna mentre era intento a rompere un infisso con un estintore.  

Il giovane, alla vista dei militari, si sarebbe dato alla fuga, terminata dopo un breve inseguimento a piedi. Il ragazzo, diciassettenne e non appartenente a nessuno degli istituti interessati, ha opposto resistenza nei confronti dei militari, spintonandoli violentemente prima di essere definitivamente bloccato. Durante le fasi del fermo, all’indirizzo dei carabinieri sono state lanciate da parte di alcuni appartenenti del gruppo numerose pietre, una delle quali ha colpito un militare che, soccorso e portato in ospedale, è stato dimesso con una prognosi di 10 giorni a seguito di un ematoma intramuscolare a una gamba.  

Il minore è stato arrestato per resistenza e denunciato per danneggiamento aggravato e accompagnato al Cpa, centro di prima accoglienza per minori di Torino, a disposizione della Procura per i minorenni. 

In totale, sono 27 i giovani identificati da polizia e carabinieri nel corso degli interventi legati alle agitazioni studentesche che stanno interessando numerosi istituti scolastici di Torino e della provincia. Agitazioni che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine a seguito di segnalazioni di soggetti travisati nei pressi delle scuole e nelle aree vicine. 

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cronaca

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Europa League, oggi Salisburgo-Milan – Diretta

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(Adnkronos) – Il Milan torna in campo in Europa League. Oggi, giovedì 15 ottobre, i rossoneri volano in Austria per sfidare il Salisburgo nella seconda giornata della competizione. La squadra di Amorim è reduce dal pareggio in campionato contro il Sassuolo, 1-1 al Mapei, mentre all’esordio nel torneo è stata battuta dal Benfica 2-0 a San Siro. Calcio d’inizio alle 18:45. 

Dove vedere Salisburgo-Milan? La partita sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match sarà disponibile anche in streaming sull’app SkyGo e su NOW 

Nella prossima giornata di Europa League, il Milan affronterà il Bournemouth in trasferta giovedì 22 ottobre alle 21.  

 

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sport

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Aspi-Webuild, contratto da 803 milioni per tunnel subportuale di Genova

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(Adnkronos) – È stato firmato oggi presso il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti il contratto da 803 milioni di euro tra Autostrade per l’Italia e Webuild per la realizzazione del Lotto B del tunnel subportuale di Genova, progetto del Gruppo Aspi che ridisegna la mobilità e l’aspetto paesaggistico dell’intera area portuale e del capoluogo ligure. La firma segue l’aggiudicazione dello scorso luglio ed è avvenuta alla presenza del viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi, del subcommissario per la ricostruzione di Genova Carlo De Simone, dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Arrigo Giana e dell’amministratore delegato di Webuild Pietro Salini. 

“La firma del contratto per il Lotto B è un passaggio concreto verso la realizzazione di un’opera strategica per Genova. Stiamo trasformando una visione attesa da anni in un’infrastruttura capace di migliorare la mobilità urbana, rafforzare la competitività del porto e restituire spazi alla città. Genova ha bisogno di opere realizzate, non di promesse: questo è il metodo con cui stiamo lavorando”, ha commentato il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi. 

Il tunnel subportuale è un’opera unica nel Paese per complessità ingegneristica, si spiega in una nota. L’infrastruttura, progettata da Tecne, società di ingegneria del Gruppo Autostrade per l’Italia, prevede un tracciato di circa 4,2 chilometri, di cui oltre 3 chilometri costituiti da due gallerie separate, una per ogni direzione di marcia. Il tunnel, che collegherà il ponente e il levante cittadino, è stato concepito come un approccio altamente sostenibile sia in termini ambientali che sociali, configurandosi come un intervento di ricucitura e riqualificazione dell’area metropolitana e restituendo alla città 6 ettari di verde grazie al nuovo parco della Lanterna. La firma di oggi apre una nuova fase di lavorazioni, in continuità con le attività partite nel 2024 e affidate ad Amplia, società di costruzione del Gruppo Aspi. Nell’ambito del cosiddetto lotto A sono state infatti completate, oltre alle opere di demolizione e preparazione dell’area, anche una galleria ferroviaria di 410 metri, la nuova viabilità portuale e lo scolmatore del Fosso San Bartolomeo. 

 

 

Secondo il subcommissario per la Ricostruzione di Genova, Carlo De Simone, “la firma del contratto per il Lotto B segna un passo decisivo verso un’opera strategica che rafforzerà l’efficienza del porto e migliorerà la qualità della mobilità urbana. Nel frattempo, il lotto A si avvia verso il completamento con interventi strategici realizzati quali la Nuova Galleria Ferroviaria, il giro Lanterna, la nuova viabilità portuale, la realizzazione dello scolmatore del Rio San Bartolomeo. È la dimostrazione che a Genova le grandi opere si possono fare, con metodo, determinazione e attenzione al territorio. Come Struttura Commissariale assicureremo il massimo coordinamento con Autostrade per l’Italia, Webuild, il Comune di Genova e tutte le istituzioni coinvolte, perché a un’opera che porterà nuova occupazione e restituirà alla città spazi e qualità urbana corrisponda un cantiere sicuro, trasparente e rispettoso della comunità”. 

“Il tunnel subportuale – afferma l’ad di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana – è un’opera in cui si esprime al meglio la sinergia tra le varie competenze del nostro Gruppo. Da quella ingegneristica e progettuale di Tecne, fino alla capacità realizzativa di Amplia che ha completato in linea con il cronoprogramma e con la previsione di spesa tutte le attività della prima fase. Consegnare nei tempi previsti alla città di Genova un’infrastruttura unica nel Paese per complessità e visione paesaggistica è stato e continua a essere per noi una priorità. Confidiamo che, con la fase che si apre oggi, si proceda con la stessa determinazione che ci ha accompagnati fin dalla nascita di questo progetto, segno tangibile del nostro impegno verso la città”. 

“Portiamo a Genova il meglio dell’ingegneria italiana per realizzare il primo tunnel sottomarino del Paese, un’opera che rappresenta una sfida ingegneristica di altissimo livello – ha dichiarato Pietro Salini, ad di Webuild – È la stessa eccellenza che abbiamo già messo al servizio della Liguria contribuendo a realizzare alcune delle opere più importanti per il futuro del Paese, destinate a cambiare strutturalmente la competitività del sistema logistico italiano. Dal Ponte Genova San Giorgio, nato da una straordinaria sfida collettiva, alla Nuova Diga Foranea, fino al Terzo Valico dei Giovi–Nodo di Genova e da oggi al Tunnel Subportuale, continuiamo a investire in competenze ingegneristiche, innovazione e capacità esecutiva per creare infrastrutture che generano valore duraturo per il territorio e rafforzano il ruolo di Genova quale porta strategica di accesso dell’Europa meridionale”. 

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economia

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A Welfair focus su Ai, obesità e prevenzione per vivere più a lungo in salute

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(Adnkronos) – La seconda giornata di Welfair – La fiera del fare Sanità, in corso alla Fiera di Roma fino al 16 ottobre, ha fatto il punto sui lavori dei gruppi dedicati all’intelligenza artificiale in sanità e all’obesità. L’Osservatorio per l’Ai in Sanità, nato con l’obiettivo – informa una nota – di accompagnare le strutture sanitarie nell’adozione consapevole dell’intelligenza artificiale, ha avviato una mappatura delle applicazioni già presenti nelle strutture italiane, dalla diagnostica per immagini al supporto alle decisioni cliniche, dalla refertazione automatizzata alla telemedicina e alla gestione dei processi. Lo scopo è offrire un framework di riferimento che vuole offrire a direttori sanitari, manager e professionisti strumenti utili per valutare le tecnologie disponibili, individuare i requisiti di sicurezza e orientare le scelte di investimento. Un’esigenza sempre più urgente alla luce della crescita degli investimenti: “Nel 2025 la spesa italiana per la sanità digitale ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro, mentre gli investimenti in AI e analytics sono aumentati di quasi il 90% in tre anni. A questa accelerazione non corrisponde ancora un’adeguata preparazione degli operatori: soltanto il 30% dei medici dichiara di aver ricevuto una formazione sull’intelligenza artificiale”, dettaglia la nota. 

In tema di obesità – si legge – il lavoro multidisciplinare punta invece a superare una visione esclusivamente farmacologica della patologia integrando gli aspetti clinici con quelli psicologici, sociali e relazionali, per sviluppare percorsi di cura più efficaci e strumenti concreti di formazione. Nel mondo l’obesità riguarda 950 milioni di persone, di cui 6 milioni in Italia (pari all’11-12% della popolazione), e coinvolge un terzo della popolazione infantile. Aggiungendo il sovrappeso, circa metà degli italiani ha un problema di peso. I dati dimostrano che l’obesità è una delle principali sfide di salute pubblica in Italia. Quattro adulti su dieci tra i 18 e i 69 anni sono in eccesso ponderale e circa una persona su dieci vive con obesità. Un impatto che non riguarda soltanto il peso: l’eccesso ponderale è associato all’80% dei casi di diabete di tipo 2, al 55% delle malattie ipertensive e al 35% delle cardiopatie ischemiche. Ogni anno è inoltre associato a oltre 64.000 decessi e a più di 571.000 anni vissuti con disabilità. 

“Le nuove terapie rappresentano un’opportunità straordinaria, ma il mantenimento nel tempo del peso raggiunto richiede un approccio capace di considerare la persona nella sua interezza – dice Enrico Prosperi, presidente della Società italiana di educazione terapeutica -. Troppo spesso il peso perduto viene di nuovo ripreso. Questo succede perché alle dimensioni biologiche, si aggiungono quelle psicologiche, emotive, sociali, culturali e relazionali. Anche queste dimensioni devono entrare nel percorso terapeutico”. 

 

Non basta vivere più a lungo: la vera sfida è arrivare agli anni della maturità in buona salute, senza che la longevità si trasformi in un privilegio per pochi. È il filo conduttore dei confronti che hanno animato Welfair, con, tra gli altri, Immaculata De Vivo, docente di Epidemiologia alla Harvard T.H. Chan School of Public Health e di Medicina alla Harvard Medical School, Giovanni Scapagnini, professore di Nutrizione clinica all’università degli studi del Molise, ed Ennio Tasciotti, fondatore e direttore dell’Human longevity program dell’Irccs San Raffaele e professore di Biotecnologie all’Università San Raffaele. Dal ruolo dei biomarcatori alle strategie di prevenzione, il dibattito ha riportato al centro il peso degli stili di vita, dell’alimentazione e delle relazioni sociali.  

De Vivo ha richiamato l’attenzione sul valore della prevenzione primaria, ancora poco valorizzata rispetto alla cura, e sulle evidenze che indicano quanto gli stili di vita possano incidere sulla salute nel corso degli anni. “Non conta soltanto quello che mangiamo, ma anche con chi mangiamo”. La qualità delle relazioni e dei legami sociali, ha sottolineato, è parte integrante del benessere e della longevità in salute. Tasciotti ha sottolineato come le strategie più efficaci per vivere più a lungo in salute siano spesso anche le più semplici e accessibili: un’alimentazione equilibrata, la convivialità e stili di vita sani. Oggi, inoltre, le nuove tecnologie consentono di raccogliere e integrare una quantità crescente di informazioni, aiutando a comprendere meglio come le nostre abitudini si riflettano sui biomarcatori della salute. 

“La prevenzione è anche un investimento strategico sul piano economico”, ha sottolineato Tasciotti. Secondo uno studio di The European House – Ambrosetti – conclude la nota – ogni euro investito in prevenzione può generare un ritorno di 1,8 euro grazie alla riduzione dei costi sanitari, delle assenze dal lavoro e degli oneri sociali a carico delle famiglie. 

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