ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– “Una famiglia sottosopra” con Luca Argentero e Valetina Lodovini
– “Anemone, il ritorno” di Daniel Day- Lewis
– “Fuori la verità” con Claudia Gerini e Claudio Amendola
– “La divina di Francia – Sarah Bernhardt” di Guillaume Nicloux
(Articolo di Michele Lucivero da VicenzaPiù Viva n.301, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Chiaretto di Bardolino DOC, Rosé 2024 Cottini, alcol 13% vol.
Nella degustazione di un vino è sempre estremamente importante prestare attenzione alla stagionalità, alla temperatura, alla territorialità, alla specifica circostanza, che può essere più o meno conviviale, oltre che, naturalmente, all’abbinamento con i cibi. Questo perché il consumo di un vino, soprattutto se si decide di assaggiarne diversi per diletto, non deve essere inteso come un mero accompagnamento, ma deve lasciare che lo stesso vino diventi il protagonista e tutto il resto intorno un piacevole corredo di un’esperienza indimenticabile.
Si chiama sinestesia questa esperienza sensoriale totale attraverso la quale la percezione olfattiva prende vita mediante allusioni uditive, visive, cromatiche, che si fissano nella memoria cognitiva molto più facilmente se sono ben connesse con momenti esistenziali intensi.
Tutto questo per dire che siamo in estate e in estate la temperatura sale, le occasioni per stare in piacevole compagnia aumentano e i vini, se scelti bene, diventano facilmente catalizzatori di emozioni. E con la temperatura che sale, quindi, occorre ricercare un po’ di refrigerio, per cui il Lago di Garda si candida a luogo ideale per una bevuta in compagnia davanti ad un piatto sicuramente poco impegnativo per non eccedere in carboidrati e grassi.
Abbiamo selezionato a questo giro un Chiaretto di Bardolino DOC Stile naturale di Cottini, un vino rosé biologico giovane, del 2024, prodotto da uve Corvina, Rondinella e Molinara, varietà autoctone della sponda veneta del Lago di Garda. Per ottenere il tipico colore, definito appunto chiaretto, l’uva viene raccolta a fine settembre e poi, dopo la pigiatura, viene macerata a freddo con le bucce per alcune ore. Il risultato è un vino dalle nuance rosa brillante che evoca i colori dei romantici tramonti sul Lago di Garda con profumi eleganti di rosa e viola (s’intende i fiori, ma se i colori vi richiamano alla mente i profumi, allora avete compreso il senso della sinestesia!). All’assaggio, che deve essere necessariamente ad una temperatura di 8-10° C, si avverte la freschezza di un vino giovane, mentre sul palato si conferma tutta la palette olfattiva che va dal fruttato al floreale fino alle erbe aromatiche e alle spezie.
Cryfus
Cryfus Castel del Monte DOC, Rosé Millesimato, 11,5 % vol.
Per una bevuta altrettanto godibile e briosa, ma decisamente mediterranea, abbiamo pensato ad un Cryfus rosé della Cantina Crifo di Ruvo di Puglia, una cantina cooperativa che negli ultimi anni si è rivelata in grado di imporsi sul mercato con prodotti di estrema qualità. Quello che proponiamo è un rosé spumantizzato con metodo Charmat prodotto da Bombino nero del Castel del Monte. Le uve, una volta raccolte ai primi di settembre, rimangono a contatto con le bucce per 4/6 ore al fine di consentire l’estrazione del colore, solo successivamente vengono sottoposte a pressatura. Il mosto ottenuto viene portato ad una temperatura di zero gradi centigradi, per poi passare in autoclave per essere sottoposto ad una sola fermentazione.
Se ne ricava un godibilissimo vino spumante rosato, carico nel colore, con una bollicina persistente e fine che al naso sprigiona sentori di lampone, fragola di bosco, more e melograno, ma anche di rosa e fiori di pesco. Al sorso si avverte il suo residuo zuccherino, tipico di un extra dry, ma la bollicina e l’acidità regolano e mettono in equilibrio il vino in bocca in modo da rendere assolutamente piacevole la bevuta.
Abbinamenti
Per l’abbinamento di questi due vini rosé, uno fermo e l’altro frizzante, non disdegniamo piatti ricercati, come il sashimi, il sushi e altre pietanze dalla complessa esecuzione, tuttavia se ci troviamo a degustare il Chiaretto di Bardolino in un locale alla moda nell’omonima località del veronese, sulla sponda del Lago di Garda, allora anche un tagliere di formaggi semistagionati e piccoli stuzzichini sarebbe l’ideale, mentre se ci troviamo in Puglia, magari a Trani in un ristorante vista mare sul porto, allora un accompagnamento del Crifus rosé con polpi e seppie crude chiuderebbe il cerchio di una territorialità esperita alla perfezione. Ultima nota non trascurabile: se arriva l’imbrunire e sale il languorino, allora una pizza semplice e gustosa in abbinamento a questi due vini rosé sarebbe un giusto compromesso gustativo per chiudere una serata in ottima compagnia.
C’erano una volta serrande abbassate che raccontavano
silenzi pieni: di famiglie riunite, di torte inventate con
quel che c’era, di tempo vissuto senza fretta. Oggi si apre
sempre, ma si è perso qualcosa. Restituire la domenica e i
giorni festivi, ma non per tutti, al loro significato più umano
e ai lavoratori “forzati”, non è nostalgia, è buon senso.
Ma è davvero necessario tenere i negozi e
i supermercati aperti la domenica?
Io, vicentina media amante delle festività,
credo di no. Credo che un giorno fisso di
chiusura renderebbe molto più semplice
gestire i turni, faciliterebbe la vita familiare
di commessi e commesse e insegnerebbe
alle persone a programmare meglio
gli acquisti. Non è questione di ritorno al
passato, anche perché non è che stiamo
parlando della preistoria: la legge che ha
liberalizzato le aperture è del 2011.
Non è proprio nel mio stile dire “ai miei
tempi succedeva così”, però confermo:
quando ero bambina i negozi di domenica
erano sempre chiusi. Anche sotto Natale.
Non ne sono del tutto sicura perché
la memoria è un po’ vaga, ma credo che
perfino alla Vigilia, se cadeva di domenica,
i negozi fossero chiusi, tranne alimentari
e panettieri per mezza giornata.
In quegli anni c’era una sola situazione
in cui per me era normale trovare i
negozi aperti di domenica: durante la
villeggiatura a Jesolo. E questo è abbastanza
logico: nei luoghi turistici in alta
stagione i negozi sono sempre aperti perché
sono il periodo di vacche grasse, in
cui bisogna lavorare anche per il periodo
delle vacche magre. Non sono certo queste
le situazioni che mi vedono contraria
all’apertura domenicale.
Così come non sono contraria a qualche
domenica di apertura verso Natale, ma
dall’8 dicembre in poi e massimo fino
all’Epifania, non occorre aprire a Ognissanti
e non chiudere più fino alla Candelora.
Se poi parliamo dei soli negozi del
centro, credo ugualmente sia una buona
idea aprire in concomitanza con eventi
particolari che portano nelle varie città
visitatori e, si spera, relativi incassi.
Poi bisogna guardare alla vocazione turistica.
Vicenza è certamente una città
d’arte, tra Palladio, ville, palazzi, chiese,
Monte Berico e l’Unesco, ma non è propriamente una città turistica. E comunque
se si può capire l’apertura domenicale
di qualche bottega del centro storico,
in particolare quelle legate alla tradizione
e alla vicentinità, ha molto meno senso
l’apertura di domenica dei supermercati.
Naturalmente chi vuole negozi e supermercati
aperti tutti i giorni ha una serie
di obiezioni. La prima è che “una volta
le donne non lavoravano; quindi, potevano
andare a fare la spesa tutti i giorni,
oggi non è più così, ci sono solo il sabato
e la domenica”. Ebbene, negli anni Settanta,
che le donne lavorassero o no – e
molte lavoravano anche allora -, la dinamica
degli acquisti era diversa e nessuno
si sognava di comprare pane, affettati e
formaggi al supermercato una volta alla
settimana. Si faceva la spesa tutti i giorni
e se la mamma lavorava, lasciava la nota
ai figli o telefonava al negoziante. I supermercati
c’erano, ma non erano dei
“tuttomercati” come quelli di oggi. Ci si
andava soprattutto per i detersivi e i prodotti
confezionati, e il giorno preferito
era il sabato perché la macchina a disposizione
era una e nel resto della settimana
serviva per andare a lavorare… Quindi le
cose non erano più facili, anche perché
negozi e supermercati non facevano orario
continuato e chiudevano alle 19.30,
non alle 21 come oggi. Bisognava sapersi
organizzare.
Altro cavallo di battaglia dei “sempre
aperto” riguarda il diritto per il personale
dei negozi di poter trascorrere la domenica
in famiglia. Qui i “sempre aperto”
partono con il confronto: “ma allora, i
medici, i poliziotti, i ristoratori, i giornalai?
Loro non hanno diritto a stare in
famiglia?”
Non vale nemmeno la pena rispondere a
chi nomina personale sanitario, addetti
alla sicurezza, forze dell’ordine e vigili del
fuoco, perché il paragone non ha senso.
Sono servizi essenziali che non possono
andare in vacanza. Infatti, sono lavori che
richiedono anche grande abnegazione e
spirito di servizio. Poi che non sempre la
remunerazione sia proporzionata al loro
impegno è altrettanto vero, ma questo
non c’entra col tema in discussione.
Quanto a bar e ristoranti, è vero, potrebbero
chiudere di domenica, perché non
sono servizi essenziali. Però credo che,
per chi investe nel settore, valga lo stesso
principio per cui i negozi dei luoghi
di vacanza sono aperti nei giorni festivi:
sono le giornate in cui si guadagna di
più. E tenere aperto non è un dogma: ci
sono diversi bar, anche in centro storico
a Vicenza, che la domenica chiudono,
perché magari lavorano soprattutto con
gli uffici. E comunque bar e ristoranti –
con poche eccezioni – hanno sempre un
turno di chiusura settimanale.
Forse la situazione più pesante è quella
di chi ha un’edicola, dato che i giornali
escono quasi tutti i giorni; quindi, – anche
se non c’è l’obbligo di tenere aperto
la domenica – chi vuole fare un buon
servizio ai clienti almeno la mattina deve
aprire sempre. Ma anche il quotidiano,
almeno finché non verrà del tutto soppiantato
da Internet, fa parte delle necessità,
del diritto all’informazione.
Pure la spesa è una necessità, certo, ma
ci sono sei giorni alla settimana con tante
ore di apertura in cui si può fare. Viviamo
nell’era del tutto programmato, credo
che dovremmo essere in grado di inserire
anche la spesa tra gli appuntamenti settimanali
senza dover pretendere la domenica.
E male che vada, se per un giorno ti
mancano le uova e il latte pazienza. Volevi
fare una torta? La farai domani, oppure ti
ingegni a inventare una ricetta diversa. Si
deve anche imparare ad arrangiarsi, non
adagiarsi sul solito “ben ben, se manca
qualcosa la vado a comprare”. Come ho
già raccontato in questa rubrica (numero
di febbraio 2025), mia madre una domenica
è riuscita a fare le frittelle avendo in
casa solo l’uvetta: non sto a ripetere come
ha fatto, ma resterà un episodio scolpito nella mia memoria. Con un supermercato
aperto a cento metri da casa non avrei mai
vissuto l’epopea della frittella miracolosa.
Per non parlare di quello che ci consiglia
Federica Zanini nella sua rubrica “Gastronomia
del riciclo”.
E poi, a proposito del diritto al riposo
domenicale, in molti settori non si lavora
nemmeno di sabato, in alcuni casi
si punta addirittura alla settimana di
quattro giorni, e nessuno ha da obiettare.
Perché solo i commessi devono essere
sempre a disposizione?
Che poi, si pretende il negozio aperto,
per poi magari entrare, dare un’occhiata,
informarsi, non comprare nulla e fare
l’acquisto online… Altra mania per me
incomprensibile, ma di questo parlerò un’altra volta.
PALERMO (ITALPRESS) – “Non è un errore ma un orrore giudiziario, una richiesta fondata sul nulla. Non c’è nulla su di me”. Così il coordinatore politico di Noi Moderati, Saverio Romano, ai microfoni dell’Italpress commentando la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta su presunti appalti truccati, che coinvolge 18 persone.
“Sono infastidito, un danno difficilmente recuperabile. Quando si chiuderà tutto, non può essere diversamente, di certo non ci saranno i titoli che ci sono stati sui giornali adesso”, aggiunge Romano. Per l’esponente centrista è “una vicenda inquietante”.
Ribadisce di avere “piena fiducia nella magistratura”, precisando che “nel merito non c’è nulla che possa essere riferito a me che possa costituire reato. Io non c’entro nulla con questa indagine”.
Romano poi sottolinea che il 14 novembre sarà sentito dal gip che deciderà sulla misura cautelare richiesta dalla Procura. “Hanno inciso le mie carni, quelle della mia famiglia e della mia comunità, ed è una cosa che grida vergogna – aggiunge -. Le cose che riguardano me sono il nulla, si comprende perfettamente che il sottoscritto non c’entri niente con l’indagine. Non c’è una contestazione chiara ma una supposizione, e si può chiedere l’arresto per questo? Quando recupererò il danno d’immagine?”.
(Articolo di Renzo Mazzaro sulla sanità veneta da VicenzaPiù Viva n. 301, sul web per gli abbonati).
Dietro i 15 anni di slogan pronto soccorso più cari d’Italia, cittadini costretti a indebitarsi per curarsi e un sistema pubblico svuotato a vantaggio dei privati.
I quindici anni di governo del Veneto di Luca Zaia se ne stanno andando senza un bilancio serio. Intendiamo un bilancio tecnico sulle cose fatte, misurate sulla distanza dalle promesse. Sui cieli del Veneto campeggia solo il 75% del consenso con cui il presidente è stato eletto nel 2020. Una percentuale scritta a caratteri cubitali, mai raggiunta da nessuno e sfoderata ultimamente in tutti i discorsi dall’interessato, preoccupato di vendere
cara la pelle con la promessa-minaccia di una sua lista da barattare con un posto nell’empireo della politica. Altro non si vede.
A colmare la lacuna arriva una analisi sulla sanità del Veneto negli ultimi 15 anni da parte di due tecnici. Uno è Franco Toniolo, già direttore generale della sanità ai tempi di Giancarlo Galan presidente e Flavio Tosi assessore alla sanità, l’altro è Ubaldo Scardellato, anche lui ex dirigente in diverse Usl. L’analisi è contenuta in un libro che si tiene alla larga da valutazioni politiche. Misura le cose usando il duro linguaggio degli atti ufficiali e delle normative con cui la Regione ha impartito le linee di governo della sanità veneta con il piano socio sanitario 2012-16 e con il successivo 2019-23.
Per cominciare i due fanno giustizia della nomea con la quale di volta in volta il Veneto viene collocato in cima alla graduatoria delle regioni italiane per la capacità di governo della sanità. La situazione è molto ondivaga, ma la verità è che il Veneto dal 2019 perde posizioni. Il monitoraggio dei Lea (livelli essenziali di assistenza) vedeva nel 2020 in testa la Provincia di Bolzano, seguita dalla Provincia di Trento e al terzo posto la Regione Emilia Romagna. Nel 2021 la graduatoria era Emilia Romagna, Toscana e Provincia di Trento. Nel 2022 il Veneto era al quinto posto. Nel 2023 tornava secondo, dietro l’Emilia Romagna.
Stando ad una ricerca Unipol-Ambrosetti il Veneto è secondo in Italia per l’offerta sanitaria, quarto per la salute della popolazione e per la spesa over 65, nono per gli asili nido, diciottesimo per le politiche del lavoro.
Insomma, un saliscendi. Ma queste graduatorie orchestrate con criteri non omogenei «stridono con la percezione e la reale esperienza dei cittadini», scrivono i due autori, «soprattutto quanto a liste d’attesa e spese per visite specialistiche». Percezione che non risulta campata in aria: i veneti sono costretti a integrare la spesa sanitaria pubblica con soldi che escono direttamente dalle loro tasche. Nell’out of pocket (dirlo in inglese sembra perfino bello) occupiamo le posizioni più alte in Italia.
Zaia inaugura la Casa Rossa
Unica preoccupazione
contenere le spese
La prima osservazione che si impone
nell’esame del piano sociosanitario 2012-
16 è la sterzata che la Regione imprime
rispetto all’organizzazione precedente,
cominciando a staccare l’intervento per la
sanità da quello per i servizi sociosanitari. Con pesanti ricadute sul territorio, come
vedremo. Ma il fatto più importante è la
riforma delle Usl, trasformate nel 2016
in Aziende e portate da 21 a 9. Una per
provincia era stata l’impostazione: poteva
essere anche un criterio, peccato che
le province venete siano 7, le due Aziende
in sovrannumero (Veneto Orientale e
Bassano) obbediscono a esigenze d’altro
genere, evidentemente clientelari.
L’operazione provoca un allungamento
a dismisura della catena di comando.
Scompaiono strutture ospedaliere bipolari,
come Dolo-Mirano, Castelfranco-
Montebelluna, Cittadella-Camposampiero,
che facevano da filtro agli
ospedali superiori. Questo nella convinzione
che l’ospedale del capoluogo possa
far fronte a tutte le funzioni. E in vigenza
di un piano che prevedeva dimensioni tra
200.000 e 300.000 abitanti per ogni Usl
si arriva a dimensioni di 900.000 abitanti
per Azienda sanitaria.
A governare il sistema viene inventata
l’Azienda Zero, che accentra tutte le funzioni
(personale, acquisti, formazione,
spesa, perfino l’attività istruttoria sulla
programmazione…) svuotando di potere
i 9 direttori generali, ma anche lo stesso
Consiglio regionale. «Niente del genere
esiste in Italia», commenta un altro
grande ex dell’amministrazione sanitaria
regionale, Pietro Gonella, citato nell’appendice
del libro. «Una struttura mastodontica,
trofeo personale del direttore generale
Domenico Mantoan, figlia di un
decennio di guida militaresca della sanità
veneta, annientatrice di qualsiasi spazio
di dialogo e confronto».
Nell’esaminare quello che il piano prevedeva
e quello che è stato fatto, Toniolo
e Scardellato registrano che non si trova
traccia della riduzione dei posti letto annunciata.
Si volevano governare le liste d’attesa con
aperture serali e festive delle strutture
pubbliche, offrendo prestazioni sanitarie
in orari alternativi. I numeri dicono che è
stato un fallimento: per le visite specialistiche
risultano 136.203 accessi su oltre 4
milioni di prestazioni effettuate.
La copertura assicurativa rimane un grosso
problema: polizze e compagnie inadeguate
costringono le Aziende sanitarie ad
autoassicurarsi e spingono i medici a praticare
una medicina difensiva (mi salvo
dalla mancanza di copertura assicurativa
evitando di correre rischi, a danno del
paziente).
La valutazione conclusiva è tranchant:
tutta l’attenzione dell’amministrazione
regionale è concentrata sul contenimento
della spesa, che viene conseguito con tagli
lineari. Chiamando i pazienti a contribuire
alla spesa, soprattutto farmaceutica e specialistica, che dovrebbe essere invece
coperta dalla sanità pubblica, nel 2012 il
Veneto registra il più alto indice in Italia
di compartecipazione alla spesa (out of
pocket) con 64,5 euro per abitante. Cifra
che diventerà molto più alta, una tassa
sulla salute, alla faccia dell’abbassamento
delle tasse tanto sventolato.
L’altra leva per risparmiare è la forte riduzione
del tournover del personale sanitario,
tutti aspetti che andranno incontro
ad un inasprimento negli anni successivi.
Il pronto soccorso
più caro d’Italia
Il piano socio sanitario 2019-23 registra
una innegabile apertura alla sanità privata:
i posti letto accordati sono cresciuti del
7,62% nel quindicennio di Luca Zaia. Il
presidente sostiene pubblicamente che
i privati incidono solo per il 6% della
spesa, ma bisognerà dirgli che si sbaglia.
Il conto economico lo smentisce: i soldi
pagati dalla Regione alla sanità privata
sono il 16,6% del bilancio del settore; i
ricoveri nelle strutture private accreditate
sono il 16,4% del totale ma raggiungono
il 69% nella riabilitazione; le prestazioni
specialistiche offerte dai privati sono il
13,7% del totale.
L’organizzazione della struttura pubblica
ospedaliera presenta anomalie: per esempio
i posti letto occupati nell’area medica
sono complessivamente il 93% ma sono
solo il 61% nell’area materno infantile,
che risulta di conseguenza sovrastimata.
La vera emergenza è il pronto soccorso: il
Veneto registra i tempi di attesa più lunghi
d’Italia per i casi meno gravi, i codici
bianchi, che sono il 55% delle intere prestazioni
del servizio di pronto soccorso.
Da notare che il codice bianco prevede
il pagamento del ticket, out of pocket,
dalla tasca del paziente. Il 55% di codici
bianchi a pagamento pone il Veneto in
cima alla graduatoria nera delle regioni
italiane: a grande distanza arriva la Val
D’Aosta col 23%, poi l’Emilia Romagna
col 12% e la Lombardia con l’8%.
E, quando le tasche sono vuote, non resta
che ricorrere ai prestiti bancari. Secondo
un’indagine di Facile.it la richiesta di
prestiti personali per spese mediche nel
Veneto è al 5,11% del totale degli accessi
bancari, contro il 4,70% della media
nazionale.
Nel quindicennio di governo Zaia c’è in
particolare l’abbandono dei servizi sociosanitari,
scaricati sui Comuni già alle
prese con bilanci che piangono, attraverso
deleghe difformi tra le varie Aziende
sanitarie che creano grandi differenze tra
Comuni capoluogo e Comuni minori.
Il 17% degli ospiti delle Rsa (case di riposo)
pesano sulle famiglie per 120 milioni
di euro, che, guarda caso, è la stessa
cifra che Palazzo Balbi ha tolto dalle tasse
regionali (tasse di scopo) sui redditi medio-
alti.
Risultano mancare 1.300 medici per un
costo complessivo di 130 milioni e 5.000
tra infermieri e tecnici per un costo pari
a 280 milioni di euro. Sarebbero 410 milioni
da registrare in rosso e invece consentono
al manovratore l’agognato pareggio
di bilancio.
Ne consegue che il sistema si regge
sull’abnegazione degli operatori, finché
dura, e sulle famiglie che pagano. La spesa
privata out of pocket per sfuggire alle
liste d’attesa è in costante aumento: nel
2021 ha toccato i 756 euro pro capite
nel Veneto, circa 100 euro in più della
media nazionale. Per prestazioni in parte
rientranti nei Lea, livelli essenziali di assistenza:
in tal caso si tratta di un diritto
negato. Qui il Veneto registra una delle
peggiori performance nazionali, collocandosi
al terzo posto dopo Lombardia
e Lazio.
Un’indagine della Fondazione Corazzin
a fine 2023 segnalava che 7 veneti su
10 ritenevano peggiorato il servizio sanitario
rispetto ai due anni precedenti.
Situazione che trovava conferma perfino
in un’intervista di Luca Zaia al Corriere
del Veneto (22 febbraio 2022): «Faremo
una rivoluzione territoriale nella sanità, ci
vogliono più posti letto, bisogna investire
nei professionisti, nelle assunzioni e negli
stipendi».
Non sono seguiti fatti concreti e il tempo
è scaduto.
Sanità e sociale in Veneto
Storia critica 2008-24, con fondamentali riferimenti normativi nazionali
Franco Toniolo e Ubaldo Scardellato
(Ronzani Editore)
TRIPOLI (LIBIA) (ITALPRESS) – La Procura generale libica ha disposto la custodia cautelare dell’ex responsabile della Polizia giudiziaria Osama Najim, in relazione a indagini per tortura e aver causato la morte di un detenuto. Lo ha reso noto l’ufficio del Procuratore generale in un comunicato diffuso oggi.
Le indagini, si legge nel testo, hanno riguardato violazioni dei diritti di dieci detenuti presso l’istituto di correzione e riabilitazione principale di Tripoli, oltre alla morte di un recluso per le percosse subite. Najim è stato interrogato sui fatti e risulta già in detenzione preventiva in attesa di sentenza.
FONTI GOVERNO “L’ESECUTIVO SAPEVA DEL MANDATO LIBICO SU ALMASRI DAL 20 GENNAIO”
L’Esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri già dal 20 gennaio 2025. E’ quanto si apprende da fonti di governo, che spiegano come in quella data il Ministero degli Esteri italiano avesse ricevuto, pressoché contestualmente con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Corte Penale Internazionale de L’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica. Questo dato – proseguono le stesse fonti – ha costituito una delle fondamentali ragioni per le quali il Governo italiano ha giustificato alla CPI la mancata consegna di Almasri e la sua immediata espulsione proprio verso la Libia. Tutto ciò – spiegano – è facilmente riscontrabile da chiunque sul sito della Corte, ed è stato ampiamente illustrato in sede di Tribunale dei ministri, di Giunta per le autorizzazioni della Camera e nell’Aula della stessa Camera: è pertanto singolare che questo elemento, obiettivo e pubblico, rappresenti una assoluta novità per tanti esponenti delle opposizioni.
La novità reale rispetto al 20 gennaio 2025 – spiegano le fonti di Governo – è invece quanto avvenuto a Tripoli con gli scontri armati scoppiati nel maggio 2025, innescati dall’uccisione di Abdelghani Gnewa Al Kikli. A seguito di ciò, la Forza Rada, di cui Almarsi è esponente di spicco, è stata indebolita militarmente e politicamente, e ha subito un ridimensionamento, con una importante cessione di fatto del monopolio delle funzioni di sicurezza delegate e della capacità di controllo del territorio. Proprio questo contesto di ridotta autonomia della Forza Rada – concludono – ha reso oggi il fermo di Almasri non solo materialmente possibile, ma anche funzionale a obiettivi interni del Governo di Unità Nazionale libico.
SCHLEIN “IL GOVERNO MELONI CHIEDA SCUSA AGLI ITALIANI”
“Le autorità libiche hanno ordinato l’arresto di Almasri, per tortura e omicidio. Lo stesso criminale che Meloni, Nordio e Piantedosi hanno liberato e riaccompagnato a casa con un volo di Stato, dopo che la magistratura e le forze dell’ordine italiane lo avevano fermato nel nostro Paese per il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale. Evidentemente per la procura in Libia il diritto internazionale non vale “solo fino a un certo punto”, come per il governo italiano. Questa è una figura vergognosa a livello internazionale per cui il governo deve chiedere scusa agli italiani”. Così in una nota la segretaria del Pd Elly Schlein.
CONTE “CHE UMILIAZIONE PER IL GOVERNO MELONI”
“Che umiliazione per il Governo Meloni. Alla fine Almasri, un torturatore con accuse anche per stupri su bambini, è stato arrestato in Libia. Invece la nostra premier e i nostri ministri lo hanno fatto rientrare a casa con voli di Stato, con la nostra bandiera, calpestando il diritto internazionale e la Corte Penale internazionale, il cui Statuto a tutela dei diritti è stato firmato a Roma. Ora diranno che anche la Procura generale in Libia è un nemico del Governo? Che vergogna per la nostra immagine. Non è questa l’Italia”. Lo scrive su Facebook il presidente del M5S Giuseppe Conte.
TRIPOLI (LIBIA) (ITALPRESS) – La Procura generale libica ha disposto la custodia cautelare dell’ex responsabile della Polizia giudiziaria Osama Najim, in relazione a indagini per tortura e aver causato la morte di un detenuto. Lo ha reso noto l’ufficio del Procuratore generale in un comunicato diffuso oggi.
Le indagini, si legge nel testo, hanno riguardato violazioni dei diritti di dieci detenuti presso l’istituto di correzione e riabilitazione principale di Tripoli, oltre alla morte di un recluso per le percosse subite. Najim è stato interrogato sui fatti e risulta già in detenzione preventiva in attesa di sentenza.
SCHLEIN “IL GOVERNO MELONI CHIEDA SCUSA AGLI ITALIANI”
“Le autorità libiche hanno ordinato l’arresto di Almasri, per tortura e omicidio. Lo stesso criminale che Meloni, Nordio e Piantedosi hanno liberato e riaccompagnato a casa con un volo di Stato, dopo che la magistratura e le forze dell’ordine italiane lo avevano fermato nel nostro Paese per il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale. Evidentemente per la procura in Libia il diritto internazionale non vale “solo fino a un certo punto”, come per il governo italiano. Questa è una figura vergognosa a livello internazionale per cui il governo deve chiedere scusa agli italiani”. Così in una nota la segretaria del Pd Elly Schlein.
CONTE “CHE UMILIAZIONE PER IL GOVERNO MELONI”
“Che umiliazione per il Governo Meloni. Alla fine Almasri, un torturatore con accuse anche per stupri su bambini, è stato arrestato in Libia. Invece la nostra premier e i nostri ministri lo hanno fatto rientrare a casa con voli di Stato, con la nostra bandiera, calpestando il diritto internazionale e la Corte Penale internazionale, il cui Statuto a tutela dei diritti è stato firmato a Roma. Ora diranno che anche la Procura generale in Libia è un nemico del Governo? Che vergogna per la nostra immagine. Non è questa l’Italia”. Lo scrive su Facebook il presidente del M5S Giuseppe Conte.
MILANO (ITALPRESS) – “Eicma rappresenta una delle manifestazioni fieristiche più importanti che abbiamo a Milano, leader nel settore delle due ruote. Vedere stand affollati di giovani dà grande gioia. Eicma non è solo un’esposizione di moto ma un luogo dove si svolgono eventi che richiamano appassionati delle due ruote da tutto il mondo. So che la biglietteria ha già aumentato del 20% rispetto all’anno scorso, quindi uno straordinario successo”. Lo ha dichiarato Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano a margine dell’inaugurazione dell’82^ Edizione di EICMA – Esposizione internazionale delle due ruote, in programma fino a domenica 9 novembre nei padiglioni di Fiera Milano Rho.
(Articolo di Lucio Panozzo da Vicenza In Centro n.11-2025)
ATTO I. Tra la veglia e il sonno stavo pensando a quel racconto di Jordanes, storico dei Goti (che egli chiamava Geti), quel brutto racconto che non rende onore a Roma e ai suoi comportamenti. Si era in quel periodo in cui i Goti erano stati confinati al di là del Danubio, e gli ufficiali romani dovevano provvedere al loro sostentamento: questi erano gli accordi. Ma i comandanti romani mica erano stupidi, e la corruzione correva neanche tanto nascosta, tanto, era di uso comune. Due ufficiali, fattisi traghettare al di là del fiume, chiesero di parlare con un personaggio importante di loro conoscenza. Era una persona anziana, piena di fame a causa appunto della voracità degli addetti alle vettovaglie, che se le vendevano sottobanco. Sapevano che il vecchio aveva una figlia giovane e bellissima e, senza bisogno di partire da lontano, proposero al vecchio uno scambio: la figlia in pagamento di una carogna puzzolente di cane. La fame era terribile, tanti ci avevano già rimesso la vita, e il vecchio accettò. Detto fatto, consegnarono la carogna e ne ebbero in cambio quella donna di rara bellezza. Gli ufficiali tornarono al loro accampamento senza rimorsi e contenti come due pasque. Ricordavo in quel momento che la prima volta che avevo letto di questo atto ignobile, avevo offeso tra me e me la memoria di quei bruti, ma qualche cattivo commento lo avevo riservato anche per il vecchio goto.
Lo avevo gratificato dei termini “bastardo, gran figlio di …, vigliacco” e altro. Piuttosto la morte che vendere la figlia, “maledetto”.
Atto II°. Il campanello di casa suonò importuno a quell’ora che precede l’alba. Andai al citofono e chiesi “chi è quel rompibal…”. Mi rispose una voce maschile in perfetto idioma latino. Coi miei poveri studi alle medie di questa antica e ostica lingua, mi trovai imbarazzato, grugnii una risposta e scesi al pianterreno avvicinandomi al cancello.
Due soldati romani vestiti di tutto punto come dovessero recitare in teatro, mi salutarono alla mano. Dietro di loro vedevo l’auto dei miei sogni (vedi foto), e la visione mi fece sudare di emozione.
(CONTINUA nel prossimo numero) Lucio Panozzo
MILANO (ITALPRESS) – Kylie ha annunciato oggi che “Kylie Christmas (Fully Wrapped)” uscirà il 5 dicembre per Warner Records. “Kylie Christmas (Fully Wrapped)” è l’album speciale per il decimo anniversario di Kylie Christmas: una scintillante raccolta di brani natalizi senza tempo e luccicanti che catturano il calore, il divertimento e il glamour delle feste in vero stile Kylie. L’album riunisce il meglio di Kylie Christmas, tra cui l’iconica “Santa Baby”, il classico “It’s The Most Wonderful Time of the Year” e gli originali preferiti dai fan “At Christmas” e “100 Degrees”. Per l’edizione 2025 Kylie ha anche registrato quattro nuovi brani: “Hot In December”, “This Time Of Year”, “Office Party” e l’originale Amazon Music “XMAS”.