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L’oro di Vicenza, dall’età antica ai longobardi

La tradizione orafa vicentina ha origini antiche. A Vicenza l’oro, prezioso metallo, è stato impiegato sin dai tempi passati, per realizzazioni di grande prestigio. L’artigianato ha vissuto il periodo più fiorente nei secoli del Rinascimento e del Barocco, ma è uno Statuto comunale del 1339, in cui si trova registrata la fraglia degli orefici la quale veniva ammessa all’elezione di un membro del consiglio degli anziani e poteva partecipare attivamente alla vita economica e politica di Vicenza, che testimonia l’inizio della tradizione orafa vicentina, nata da artigiani che lavoravano il metallo all’interno di botteghe prese in affitto dal Comune e collocate nel Peronio, ossia l’attuale piazza dei Signori, le quali hanno fatto diventare l’oreficeria un mestiere e un’arte che hanno reso Vicenza una delle capitali mondiali dell’oro.

In realtà la tradizione orafa vicentina ha appunto origini antichissime, risale addirittura all’epoca paleoveneta quando, intorno al VIII secolo a.C., gli antichi veneti o paleoveneti, una popolazione indoeuropea proveniente dall’Illiria che si era stanziata nella regione dopo aver allontanato gli Euganei, cominciò ad esprimere un artigianato capace di produrre oggetti metallici lavorati di vario genere quali quelli rinvenuti, all’inizio degli anni Sessanta, in uno scavo delle fondazioni fra corso Palladio e piazzetta San Giacomo a Vicenza, che mise in luce quel che rimaneva di una struttura di grosse pietre, probabilmente un santuario, dove vennero ritrovati pezzi di estremo interesse archeologico.

oro
lamine

Tra di essi si annoverano laminette rettangolari, allungate verticalmente o orizzontalmente, cerchietti singoli o collegati a bracciale, rotelline radiate e pochissimi oggettini in ferro. Buona parte del materiale fu raccolto dal personale del Museo civico di Vicenza, e in seguito venne catalogato e conservato ai chiostri di Santa Corona, dove è tuttora visibile al pubblico. Le lamine  sono tutte tirate a martello, decorate a incisione dal diritto e a sbalzo dal rovescio, alcune a stampo.

Recano figure di animali, guerrieri, atleti, donne con una veste corta e uno scialle che copre la testa. Per la presenza di piccoli fori esistenti ai margini, più che come ornamento, si ipotizza che le laminette fossero un insieme di ex – voto dapprima affissi tramite chiodi ad una stipe votiva, poi staccati per essere sepolti all’interno di un santuario. Oltre alle laminette sono stati rinvenuti, nei siti funerari nei pressi di Vicenza, altri oggetti di pregevolissima fattura dell’epoca paleoveneta.

A Lumignano ad esempio è stata rinvenuta una figurina zoomorfa stilizzata in bronzo a fusione piena databile tra il VII e il VI secolo a.C. L’ornamento, a forma di canide, poteva far parte di un corredo funerario o essere la decorazione di un oggetto da toilette. In una tomba, sempre paleoveneta, nei pressi di Montebello Vicentino, sono stati raccolti bracciali, orecchini, fibule dalle linee eleganti, deliziosamente decorate.

fibule di tipo Certosa

Tutti questi oggetti in bronzo erano realizzati con la tecnica di fusione a cera persa che consisteva nel costruire il modello desiderato in cera; questo veniva successivamente avvolto nella terra refrattaria formando una sorta di contenitore chiuso nel quale si praticavano i fori per fare uscire la cera che si liquefaceva quando lo stampo veniva inserito in forno per la cottura del materiale refrattario. Dopo questa operazione si colava nello stampo, attraverso questi fori, il metallo fuso ottenendo l’oggetto voluto il quale veniva rifinito a mano dall’artista. Le fibule ritrovate negli scavi archeologici dell’area vicentina si possono classificare in due tipologie: fibule di tipo Certosa e fibule di schema La Téne.

Perle e pendenti di pasta vitrea

Le prime hanno un arco asimmetrico verso la molla, il cordone che sottolinea lo stacco tra arco e staffa e il bottone peduncolato o appiattito. Appartengono ad un periodo che va tra la fine del VI secolo e l’inoltrato IV secolo a.C.12 Le seconde, invece, suggeriscono contatti tra il mondo celtico d’oltralpe e l’area vicentina, sono in fusione di bronzo del IV secolo a.C., hanno arco a profilo simmetrico a sezione ellissoidale, molla bilaterale a doppia spirale, corda e staffa esterna. Tra i vari prodotti di ornamento i veneti apprezzavano le perle e i pendenti di pasta vitrea, di derivazione greca, sovente alternati a perle di altri materiali quali l’ambra, il corallo, il bronzo, l’osso e l’oro.

I frammenti ritrovati fanno pensare a una produzione in loco, tra il IV e il II secolo a.C., a scopo ornamentale come grani di collane o pendenti, ma anche con funzione di identificazione del ceto sociale o con valore apotropaico di amuleto. Tutti i reperti archeologici in metallo fin qui presi in esame hanno permesso di documentare la presenza paleoveneta a Vicenza la cui attività di lavorazione dei metalli è da considerarsi la vera e propria alba d’un artigianato artistico vicentino ed anche il primo passo verso quella che diventerà più tardi la nostra arte aurificiaria.

L’ipotesi di tutte queste testimonianze starebbe ad indicare che vi fosse una struttura sociale organizzata già in epoca preromana, con artigiani specializzati nella lavorazione del metallo, commercianti e sacerdoti; e quando Roma cominciò a guardare verso il territorio vicentino, questo aveva già messo in atto un processo spontaneo di trasformazione socioeconomica che la romanizzazione riassestò con la diffusione di monete e con la produzione agricola. Roma conquistò la Gallia Cisalpina e l’Illiria con la II guerra punica (218 a.C. – 202 a.C.), le città venete alleate si sottomisero a Roma e fra esse anche Vicenza (177 a.C.).

Era chiamata Vicetia o Vincentia: una città inizialmente piuttosto piccola e modesta, l’urbicula di cui parlano alcune fonti, divenuta via via sempre più ricca e prospera, dopo aver ottenuto, nell’89 a.C., il diritto latino ed essere stata, dal 49 a.C., finalmente eretta in municipium. Non esistono tracce documentate, quali oggetti o iscrizioni, di una attività orafa a Vicenza in età romana e, poiché la normativa romana vietava la sepoltura dei morti all’interno della cerchia abitata, a Vicenza non sono stati rinvenuti corredi funerari; per questi motivi i ritrovamenti dell’età romana sono molto scarsi.

Oro amuleto del IV secolo d.C
Amuleto del IV secolo d.C

Tuttavia un recente scavo nella necropoli della Madonnetta a Sarcedo, un paese della periferia di Vicenza, ha portato alla luce un amuleto del IV secolo d.C. Si tratta di una sottilissima lamina rettangolare, in oro, (alt. 2,5 cm; lungh. 8,5 cm; spess. 0,02 cm) rinvenuta in una sepoltura a inumazione poco sotto il mento dell’inumata. Strettamente arrotolata, era probabilmente un pendente sospeso al collo con un filo di materiale non conservato. L’iscrizione latina, preceduta da una serie di quindici segni magici, disposti su due righe, è stata vergata con uno strumento dalla punta arrotolata.

Nel testo si invocano gli angeli a prestare il loro aiuto affinché nulla di male possa capitare a Letilia Ursa, figlia di Letilius Lupus e di Ovidia Secunda, personaggi non altrimenti noti: “Ne quidquam mali facere possit aut nocere/ Letiliam Ursam, filiam Letili Lupi vel Ovidies Secundes, vos, ancili, estote in aiutorio”, ovvero: “Affinché nulla di male possa capitare o nuocere a Letizia Orsa, figlia di Letilio Lupo e di Ovidia Seconda, voi, o angeli, prestate il vostro aiuto”. In età romana, la figura dell’orefice rivestiva un peso politico ed economico notevole in quanto solo chi possedeva un cospicuo patrimonio, proprio come quello degli aurifices, poteva intraprendere la carriera politica e i gioielli prodotti per i potenti committenti patrizi facevano degli orefici i loro confidenti e parte dei familiares.

Esistevano, inoltre, gli artigiani addetti alle diverse specializzazioni dell’arte orafa: caeselatores (cesellatori), bractearii (battiloro), auratores (decoratori), margaritarii (commercianti di perle). L’oreficeria dell’età romana fu influenzata dallo stile dei gioielli greci, dal quale si differenziò fino ad assumere una fisionomia propria.

Gli anelli, talvolta semplicissimi e in metallo povero, recavano sovente un casto inciso su pietra dura o pasta vitrea. I bracciali erano semplici cerchi a tubo cavo o a elementi emisferici in lamina d’oro saldati tra loro, o erano forgiati a serpente ricordando gioielli di età ellenistica. A partire dal III secolo d.C. agli elementi classici della gioielleria romana si aggiunsero nuove forme espresse da tecniche importate dall’oriente e in particolare dalla cultura bizantina, come ad esempio l’opus interassile, caratterizzato da una lavorazione a trina della superficie del gioiello, resa a traforo per mezzo del bulino; tecnica adatta alle decorazioni astratte, floreali e arabescate.

Dal IV secolo d.C. a questi motivi di origine orientale si sommarono altri di derivazione “barbarica”, si ottennero gioielli arricchiti di pietre e paste vitree policrome, dove la funzione del metallo aureo era limitato alla sola montatura. Nell’autunno del 568 i longobardi, guidati da Alboino, occuparono Vicenza con una rapida azione militare che non trovò grandi resistenze da parte dei bizantini. La città, dopo i momenti duri e turbolenti vissuti nella lunga guerra tra ostrogoti e bizantini (535 – 554), visse un periodo florido.

I longobardi si insediarono nel territorio vicentino ridefinendone i frazionamenti e stabilendo nuove strutture amministrative e legislative. Vicenza divenne il quarto ducato della conquista longobarda, dopo Cividale del Friuli, Ceneda e Treviso. La loro presenza nel vicentino durerà fino al 774, con l’avvento dei franchi di Carlo Magno.

Testimonianze della presenza longobarda sono affiorate soprattutto a Sovizzo e a Dueville e sono ora raccolti al Museo civico di Vicenza. Si tratta, per lo più, di oggetti di corredo funebre, di resti antropologici, come linguette e placche da cintura, fibbie di scarpe e borse, armi, perle in pasta vitrea, pettini, gioielli e altri oggetti.

I corredi funerari forniscono elementi che ci permettono di definire i prodotti della civiltà longobarda nei suoi aspetti culturali, tecnici e sociali. I criteri più attendibili che si possono osservare per riconoscere le tombe longobarde sono principalmente le fibule a staffa e a “S” nelle tombe delle donne, e le armi (come spathe, scramasax, lance, scudi e accessori dell’armatura) nelle sepolture maschili, essendo l’esercizio delle armi l’attività principale del longobardo.

Tra gli oggetti ritrovati nei corredi della necropoli di Sovizzo, di particolare interesse sono: l’umbone di scudo da parata in ferro con decorazione a croce in agemina d’oro, due guarnizioni – una fibbia in bronzo da borsa a forma di grifone fantastico, databile verso la fine del VI secolo, e una placca formata da due uccelli affrontati del VII sec. -, alcune armille in bronzo, le collane di paste vitree variamente colorate, fibule di varia forma, orecchini in fili di bronzo, aghi crinali in argento e un collare in argento massiccio.

L’oggetto più prezioso fu scoperto nel 1912 a Dueville in una necropoli longobarda. Si tratta di una crocetta aurea, del VII secolo d. C., la cui parte centrale lascia intravedere un volto femminile. Le braccia sono di uguale lunghezza, leggermente espanse e ritmicamente dotate di otto fori lungo i bordi perlinati.

I quattro personaggi visibili all’interno sono figure mitizzate in abbigliamento cerimoniale con copricapo decorato da corna ritorte di derivazione asiatica. Essa veniva cucita in un velo posto sul viso del morto e si otteneva battendo una sottilissima lamina d’oro su di un modello di metallo o di avorio o di legno duro con l’ornamentazione in rilievo, oppure era decorato a punzoni. Un altro oggetto prezioso del VI secolo, ritrovato a Dueville, è un anello in oro con gemma ovale in pasta vitrea policroma, con matrice raffigurante due figure, una femminile e una maschile, oggi conservato ai Musei civici di Vicenza.

Come la crocetta aurea, è un oggetto prezioso presente solo in tombe di persone di status sociale particolarmente elevato e tutti questi reperti, congiunti alla probabile esistenza, in questa età, di una Zecca a Vicenza e, quindi, di orafi coniatori, sono una evidente dimostrazione della perizia dell’arte orafa longobarda nel territorio vicentino.

Dalla tesi di laurea di Anna Milan “Dalla Fiera al Museo dell’oro: oreficeria e gioielleria a Vicenza” pubblicata a puntate su Storie Vicentine n. 10 settembre-ottobre 2022


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Museo Zannato, uno scrigno di storia da oltre 100 anni

Numerose sono state nel 2022 le iniziative e le attività organizzate per festeggiare il centenario del Museo Zannato e coinvolgere la cittadinanza, spesso succede infatti che i tesori più a portata di mano siano anche i meno conosciuti, e così accade anche per questa struttura, rinomata tra ricercatori e studiosi di tutto il mondo, soprattutto per la collezione paleontologica, una delle maggiori del Veneto, di granchi fossili.

Un vero e proprio scrigno di reperti fossili che racconta la storia antica del nostro territorio, 20, 30, 40 milioni di anni fa. Il Museo, che ha sede in villa Lorenzoni in piazza Marconi, conserva anche notevoli testimonianze della storia passata delle nostre genti, dai Veneti Antichi ai Romani, dai Celti ai Longobardi. Il Museo è inoltre il punto di riferimento culturale dell’Ovest Vicentino per tutte le problematiche relative all’archeologia e alle scienze naturali.

Fondato dal Cavalier Giuseppe Zannato inizialmente come museo scolastico nella vicina scuola “A. Manzoni” nel 1922, nel corso degli anni fu visitato da Ministri, sottosegretari di Stato, professori di Università e direttori di musei di ogni parte d’Italia. Nel 1983, con delibera del Consiglio Comunale, assunse la nuova denominazione di Museo Civico “G. Zannato”.

Dal 2007 occupa l’intero palazzo di villa Lorenzoni e si compone di 12 sale espositive più cinque attualmente in via d’allestimento. Aula didattica, depositi e laboratori sono ospitati in sedi separate tra la Scuola Primaria Manzoni e la Materna Dolcetta.

Momento clou delle iniziative per festeggiare il Centenario è stata la Romeo Expedition, la spedizione in Argentina di un team di ricercatori ed esperti sulle tracce di Romeo, il coccodrillo del Museo. Si tratta di un progetto scientifico e divulgativo che prende spunto dal suo reperto più iconico, il caimano tassidermizzato (appartenente alla specie Caiman latiro-stris).

Proprio quello che compare in alcune foto storiche di Giuseppe Zannato. La Romeo Expedition nasce dall’intento di raccontare l’evoluzione nel corso del tempo dei musei e dell’ambiente e si pone in perfetta armonia con lo spirito del Cavalier Zannato, veronese di nascita e montecchiano d’adozione, che desiderava fortemente incuriosire, soprattutto i più giovani.

Per tutta la durata del viaggio infatti il team (composto da Roberto Battiston, capospedizione, conservatore e naturalista del Museo Zannato; Michele Ferretto, presidente della cooperativa sociale Biosphera ed esperto in sostenibilità, Emma Borgarelli, responsabile di Biosphera per i viaggi di ecoturismo internazionale di tipo sostenibile, Andrea Colbacchini documentarista specializzato in storia, antropologia e ambiente, e Arianna Caneva, laureata in Scienze Ambientali e specializzata nell’elaborazione di modelli ambientali per la conservazione delle risorse naturali) ha mantenuto il contatto costante con Vicenza attraverso i canali Social, rispondendo in tempo reale alle domande inviate dagli alunni delle scuole. Il progetto è stato possibile grazie al contributo di Trevisan Macchine Utensili.

Va detto inoltre che il Museo svolge attività di ricerca, didattica e divulgazione, seguendo le orme del suo fondatore, che tra i 14 e i 20 anni raccolse in Italia e all’estero minerali, fossili, insetti, esemplari di botanica e ricordi storici. A dicembre è stata inaugurata della mostra “Zannato and friends” allestita nelle sale espositive dell’ultimo piano di villa Lorenzoni per raccontare i 100 anni del Museo.

Per l’occasione sono stati esposti dei reperti inediti del fondatore, oltre a un’intera sala dedicata alla wunderkammer, la camera delle meraviglie per raccontare il collezionismo ottocentesco che ha permesso la nascita dei grandi musei. Va inoltre ricordato che l’associazione Amici del Museo, nata da un primo nucleo di appassionati l’11 dicembre del 1992, ha spento 30 candeline.

Tra le attività di maggior rilievo vanno ricordati gli scavi in cui l’associazione ha collaborato con Università e Soprintendenza, lo scavo della Lovara, quello di Castelgomberto per la messa in luce di tronchi di palma fossili, lo scavo ai Castelli di Montecchio che ha rivelato un villaggio preromano e quello della villa romana nell’attuale parcheggio dell’ospedale. Infine, è possibile visitare nel Museo l’esposizione permanente “Il Cavaliere Longobardo di Monticello di Fara”, che ospita i preziosi reperti venuti alla luce grazie ai recentissimi scavi della Soprintendenza.

Eccezionale è il corredo del cavaliere sepolto presso una chiesa e che dà il titolo alla mostra, tra cui diverse armi da offesa, cinture con elementi decorativi, uno sperone e uno scudo riccamente decorato. «La nostra città considera il Museo Civico Zannato un prezioso protagonista della vita culturale, – spiegano il sindaco di Montecchio Maggiore, Gianfranco Trapula e l’assessore alla Cultura, Claudio Meggiolaro – le collezioni continuano ad aumentare e il Museo è sempre più punto di riferimento archeologico per l’intera zona compresa dal Sistema Museale Agno Chiampo».

Di Loris Liotto da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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Antonio Turcato, una memoria del cospiratore fucilato a Vicenza

Antonio Turcato, cospiratore contro l’Imperiale governo, fu fucilato a Vicenza come monito alla cittadinanza. Nella facciata nord del Teatro Verdi, era stata apposta nel 1903 la lapide ad Antonio Turcato, nato a Castelfranco Veneto il 20/09/1817, che lasciò la moglie e tre figli in tenera età quando fu fucilato in quel luogo a Campo Marzio il 21/12/1860.

Una delle poche esecuzioni marziali effettuate in Città dal Governo austriaco, la quale fece scalpore in tutta la cittadinanza perché eseguita davanti agli occhi degli attoniti vicentini affinché servisse da monito, nei confronti del cosiddetto sovversivo Antonio Turcato “reo di tradimento per cospirazione contro l’Imperiale governo”.

Turcato era membro attivo del Comitato Segreto di Liberazione che si occupava di arruolare segretamente volontari per l’esercito piemontese durante Ie Guerre di Indipendenza Risorgimentale (1848-1860). Antonio Turcato risiedeva a Castelfranco Veneto e svolgeva, prima l’attività di artigiano calzolaio e poi di offeliere/pasticciere.

Fu arrestato il 16 dicembre 1860 a Castelfranco Veneto e trasferito successivamente a Vicenza. Qui, a ridosso di un capannone nel luogo dell’esecuzione, il 21 dicembre 1860 venne fucilato. Ad Antonio Turcato venne anche intitolata una via cittadina nella zona di Via dei Mille nel 1960 con deliberazione consiliare del 24 maggio 1960.

La lapide affissa a lato del Teatro Verdi (bombardato nel 1944) recava la seguente iscrizione (tratta dal libro di Giambattista Giarolli “I nomi delle nuove vie del Comune di Vicenza” – 2° volume – pag. 448 – anno 1988): ANTONIO TURCATO – DI CASTELFRANCO VENETO – DALL’AUSTRIACO OPPRESSORE – CONDANNATO A MORTE – PER ATTENTATA SEDIZIONE – QUI – INVOCANDO L’ITALICA LIBERTÀ – PERDEVA LA VITA – IL XXI DICEMBRE MDCCCLX – A PERENNE MEMORIA (firmato all’epoca I SUPERSTITI PATRIOTI – POSERO – Vicenza X giugno MCMIII)

Di Loris Liotto da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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A piedi nudi sulla terra, presentazione a Vicenza per il docufilm di Alessandro Scillitani

“A piedi nudi sulla terra” è il titolo del docufilm, con letture di Alessandro Scillitani, che verrà presentato a Vicenza in Biblioteca civica Bertoliana nella sede di Palazzo Cordellina in contra’ Riale 12, martedì 30 maggio 2023 alle 18.

Sarà presente Scillitani, autore di documentari, musicista e cantante, che alternerà letture a immagini e condurrà il pubblico in un viaggio attraverso la via Postumia, tra Vicenza, Cremona e Piacenza, “alla ricerca della lentezza per recuperare un ascolto del mondo in un tempo di evidenti sconvolgimenti climatici. Un viaggio a passo lento, alla scoperta di antiche vie che attraversanocon leggerezza i fiumi, le montagne, le terre selvagge all’estremo nord, alla ricerca dei resilienti, di chi ha scelto di vivere in modo sostenibile, nel rispetto di un’armonia perduta. Un viaggio fatto di incontri e storie, riflessioni sulla vita contadina e sulla modernità, cercando ciò che rimane”.

Fra gli altri si incontreranno anche Paolo Rumiz, Tonino Guerra, Alessandro Anderloni. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.

Delle sue opere, Alessandro Scillitani cura sceneggiatura, regia, montaggio e musiche. Dal 2011 collabora con il noto scrittore e giornalista Paolo Rumiz, con il quale ha realizzato numerosi film, molti dei quali distribuiti con Repubblica ed in emittenti televisive (Rai, LaEffe Tv, Rsi) e proiettati nei cinema. Nel 2013 ha fondato una sua società di produzione, Artemide Film, con la quale ha realizzato numerose opere. Rielaborando i materiali filmici raccolti durante i suoi viaggi, realizza film-concerto, in cui le immagini su grande schermo si intrecciano con la musica eseguita dal vivo. Ha collaborato alla realizzazione di spettacoli della compagnia teatrale Teatro dell’Orsa (Nudi, Fatti di numeri, Saluti dalla Terra). Con i suoi film e con i suoi spettacoli ha partecipato a numerosi festival ed eventi importanti, tra cui Festival della Mente, Festivaletteratura, Sponz Fest, La Luna e i calanchi, Film Festival della Lessinia, Mostra del cinema di Venezia.

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Fonte: “A piedi nudi sulla terra”, martedì 30 maggio verrà presentato in Bertoliana il film readi , Comune di Vicenza

Luca Bassanese, Reset! il nuovo album

È uscito Reset! il nuovo album del cantautore vicentino Luca Bassanese: un lavoro discografico nato tra palcoscenici e camere d’albergo. Un album di inediti e brani che caratterizzano da sempre l’impronta artistica dell’autore, presente da alcuni anni nei maggiori palchi europei della World music come Sziget in Ungheria, Paléo Festival in Svizzera, Bardentreffen in Germania, Nuits Metis in Francia e molti altri. Il suo percorso caratterizzato da un suono fortemente sud Europeo si riconosce anche in questa nuova opera.

Stefano Florio, produttore, coautore e label manager di AIDA music: “RESET! È un album collettivo, con brani energici e pieni di vita, grazie alle potenti sonorità folk e popolari che da anni portiamo sui palchi d’Italia e d’Europa. RESET! È un album realizzato al di fuori di modelli di mercato che non ci appartengono e che riteniamo da sempre deleteri al nostro modo di fare musica e parola”.

Ci sono brani come “Canta per la vita”, “Piove”, “Carneval” o la stessa “Reset!” che invitano ad una partecipazione collettiva ed altri brani con tematiche più esistenziali e sociali come “Lascia tutto e vieni qui”, “Anima bella”, “Libera”. Nel brano “Ridi pagliaccio” Luca Bassanese duetta con la special guest dell’album, il tenore lirico Amadi Lagha, in un duetto che alterna sapori d’opera a cavalcate di ritmi popolari.

In questo album c’è anche una canzone nata come una riflessione sulla follia dell’essere umano dal titolo “Soldati buoni soldati cattivi”, dice Bassanese: “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità difficile sottrarsi al quotidiano e restare indifferenti soprattutto se racconti la vita che ti circonda tramite musica e parole cercando di trovare in essa ogni perla di bellezza”

Due sono gli omaggi alla canzone d’autore e alla canzone popolare che Bassanese fa all’interno del suo nuovo album, interpretando “Bocca di Rosa” di Fabrizio de Andrè in una veste energica e corale, mentre di “Bella ciao” realizza una versione a due voci uomo e donna ad indicare come questa canzone sia nel mondo universale a difesa dei diritti civili

I primi tre videoclip che accompagnano l’uscita dell’album RESET! sono:

Ridi Pagliaccio
Reset!
Soldati buoni e soldati cattivi

Questa la tracklist completa dell’album:
1.Canta per la vita
2.Ridi pagliaccio
3.Preludio
4.Lascia tutto e vieni qui
5.Piove
6.Reset!
7.Cervelli in fuga
8.Ambarabà ciccì coccò
9.Ori ha!
10.Salta x l’indignazione
11.Cu ti lu dissi
12.Anima bella
13.Carneval
14.Bocca di Rosa
15.Soldati buoni e soldati cattivi
16.Bella ciao
17.Libera
18.Un italiano a Parigi

Luca Bassanese è un cantautore italiano che utilizzando gli stilemi di quello che si può definire un nuovo popolare, assieme alla sua Piccola Orchestra porta da anni sui maggiori palchi d’Europa il suo repertorio musicale originale caratterizzato da un potente suono folk.

In Francia, è stato definito come: “Il menestrello, attivista, poeta e musicista italiano che critica l’austerità convocando fanfare e tarantelle trans alpine, in una grande operetta felliniana popolare e mondiale” (Festival internazionale “Le Grand Soufflet” – Rennes, Francia).

Già Targa MEI (Meeting Etichette Indipendenti) come miglior artista di musica popolare e Premio Recanati Musicultura, è un artista in sintonia con i movimenti ambientalisti e di impegno civile.

Luca Bassanese è un “sognatore”: ecologista, fisarmonicista, cantante, poeta. Con la Piccola Orchestra Popolare si muove liberamente tra l’esuberante universo di Fellini, la tarantella popolare, feste da ballo e l’atmosfera frizzante degli ensemble balcanici. Le sue esibizioni dal vivo sono festose e socialmente coinvolgenti. Un antidoto all’oscurità dei nostri tempi

Il Teatro Pusterla al Patronato: centro culturale e musicale di Vicenza

Agli inizi del ‘900 in città esistevano due teatri che testimoniano la vivacità culturale di Vicenza. Stagioni estive ed invernali per la musica lirica si tenevano nello splendido Teatro Eretenio nella contrada omonima, lungo le rive del Retrone ed in Campo Marzio al Teatro Verdi. 

Il Teatro Eretenio inaugurato il 10 luglio 1784, voluto e frequentato dalle nobili famiglie vicentine, contava 1200 posti, 600 nei palchi, 350 in platea e 250 nel loggione, quest’ultimo estremamente particolare perché ricavato nella soffitta del teatro.

Il palcoscenico era alto 8,3 metri, largo 10,2 metri e profondo 14 metri, ma non disponeva di una fossa per l’orchestra. Superato in grandezza dal Teatro Verdi costruito nel 1871 e poi ampliato nel 1886, il teatro riuscì a resistere alla concorrenza di quest’ultimo grazie alla straordinaria acustica di cui era dotato, che permetteva di sentire anche i più timidi respiri degli attori fino al loggione.

Entrambi i teatri mettevano in scenae le opere più famose e seguite dell’epoca, ma in città non esisteva un teatro amatoriale ad uso delle nascenti compagnie teatrali, bande e orchestre musicali.

In un clima di fermento si svilupparono al Patronato, una serie di molteplici attività che coinvolsero non solo “amici e benefattori” ma molti musicisti vicentini come i Coronaro (padre e figlio), Arrigo Pedrollo, Antonio Mozzi, Francesco Giaretta e altre istituzioni cittadine come il conservatorio musicale “Canneti”, l’orchestra Euterpe, la Società Corale Vicentina, l’Orchestra del Teatro Eretenio, un insieme di sodalizi che animarono dal 1900, per oltre mezzo secolo, la vita culturale e musicale cittadina.

Al Patronato Leone XXII, vicino al Ponte Pusterla, finito l’anno scolastico, era tradizione festeggiare e premiare i 500 alunni della scuola che si erano distinti per risultati scolastici, nella scuola di canto, di disegno, per la buona condotta, il catechismo.

All’aperto, nel cortile, si radunavano, ragazzi, genitori, autorità cittadine civiche e religiose, erano momenti di allegria, ma anche occasioni per il Patronato di mostrarsi alla città. La Banda dell’Istituto, svolgeva un ruolo fondamentale, i premi erano distribuiti durante l’Accademia che, dal 1912, divenne più ricca, grazie alla Squadra Ginnica La Leoniana e le sue figurazioni artistiche. Ma il Patronato, mancava di un “vero” teatro al coperto per ospitare i 500 alunni/attori. Il sogno, si realizzò il 22 dicembre del 1901, nell’edificio delle scuole elementari, con una sistemazione provvisoria, sino al 29 Aprile 1908.

Di Luciano Parolin da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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Arnaldo Tornieri. Nulla di nuovo sotto il …cielo

Che negli ultimi anni si stia assistendo a ripetuti fenomeni atmosferici estremi è fuor di discussione: è sufficiente leggere i resoconti nei giornali o ascoltare le notizie su recenti episodi che hanno devastato numerose località. A leggere le cronache dei secoli passati, ci accorgiamo, però, che a simili eventi erano soggetti anche i nostri progenitori. Il 21 luglio 1787, infatti, fu per la nostra città un «giorno tragico, e memorando per un funestissimo avvenimento», che il diarista Arnaldo I° Tornieri Arnaldi (1739-1829) riporta nel suo mano- scritto dal titolo Memorie di Vicenza, cronistoria di fatti accaduti dal 18 giugno 1767 al 7 dicembre 1822. Ecco il racconto.

arnaldo tornieri
.Arnaldo I° Tornieri circondato dai quattro figli (da L’Eneide di Virgilio tra- dotta in ottava Rima dal Nob. Sig. Co. A. Arnaldi I Tornieri, Vicenza 1779)

Era quella la stagione nella quale si davano spettacoli al Teatro Eretenio, anche con gran concorso di «molti foresti». Per rendere ancor più massiccio l’afflusso di pubblico, si propose pure, per il 23 e il 30 di quel luglio del 1787, una manifestazione equestre. Si trattava, più precisamente, di una corsa di cavalli, da svolgersi nel «centro del Campo Marzo in quello spazio dove girano le carrozze» ovvero nel famoso O, riportato in numerose piante della città, ad iniziare da quella del Crivellari del 1821.

Allo scopo, «otto marangoni [ovvero falegnami] fino da un mese in qua [cominciarono ad allestire un] anfiteatro… tutto di legno con quattro ordini di scalini e sovra essi piantate 190 logge all’incirca per le persone nobili e per le dame; e all’intorno di esso dovevano [correre] i cavalli cinque o sei volte». Fu fornito anche il «disegno di un anfiteatro rotondo del diametro per questo primo anno di piedi 381 [ovvero di 136 metri all’incirca]». In sole quattro settimane il manufatto era pronto per ospitare le manifestazioni. Ma Giove Pluvio ci mise lo zampino. Nel tardo pomeriggio del 21 luglio, quando tutto era pronto e alcune carrozze stavano sfilando all’interno del recinto, si levò «un turbine procelloso [che] in un momento diroccò la massima parte di questa fabbrica, e sconquassò quel poco che restò in piedi; ma quel che è più, perirono sotto le rovine due marangoni ed altri non pochi rimasero feriti; e portati poi all’ospitale».

Il racconto di Tornieri così continua: «Non si può esprimere quale è stato in quel momento lo spavento e l’orrore. Alcuni furono portati con i palchi su cui trovavansi fino alla non vicina Seriola; altri credean fuggire; ma un pezzo di palco gli volò dietro e gli ruppe un braccio. I parapetti dello steccato furono trasportati fino al Retrone; e alcuni vasi di legno che contornavano il cimiero dell’edificio volarono sul Monte. Insomma in un momento tutto fu fracassato e desolato.

La città se ne accorse subito spaventata dal nimbo vorticoso e oscurissimo che dominava su tutte le contrade; e si scaricò poi in grandine, e quindi in pioggia. Passato questo e resa certa del funesto eccesso, corse tosto immenso popolo in Campo Marzo…». E così si videro «donne piangenti cercare dei loro mariti e figli desolati dei loro padri, temendo ognuno di aver fatto qualche perdita in mezzo quella rovina immensa di legni. Vi accorse sua eccellenza Capitanio e fatto qua e là scoprire il terreno sgombrandolo da quella catasta confusa si ritrovarono i due morti suddetti e un altro semivivo e fu portato ai Padri Riformati [erano i frati minori dell’Osservanza di san Francesco, che officiavano la chiesa e il convento – ora scomparsi – posti a ovest di piazzale De Gasperi, a fianco del giardino Salvi], oltre ad altri feriti che furono portati all’ospitale. Così finì questa gran giornata di lutto che era l’antivigilia di uno spettacolo in Vicenza non mai veduto».

Questo scampolo di storia vicentina consente di ricordare che la tradizione delle corse dei cavalli prese avvio nel 1576, allorché il principe dell’Accademia Olimpica Girolamo Schio, per allietare il soggiorno di alcuni padovani rifugiatisi a Vicenza in fuga dalla peste, «organizzò la rinnovazione dei Giochi Olimpici e la costruzione di un circo nel Campo Marzio… per la corsa delle carrette, (cioè delle bighe, in omaggio della tradizione romana) in ricordo dell’impresa [ovvero del “logo”] dell’Accademia, quale riprodotta nei disegni dell’epoca» (Zorzi, 1968), e quale si può ancor oggi ammirare nel proscenio del Teatro Olimpico.

A progettare tale “circo” – una struttura lignea smontabile, custodita nei magazzini del Comune e ricomposta all’occorrenza – fu chiamato Andrea Palladio, che ideò «un anfiteatro circolare in legno con una pista, intorno alla quale correvano i cavalli mentre gli spettatori si accalcavano in alcune logge aperte tutto all’intorno della pista e sopra alcune gradinate, come nei teatri classici» (Zorzi, 1968): una descrizione che corrisponde, sostanzialmente, a quella fornita da Tornieri per le corse del 1787 – non più delle bighe, ma dei berberi, ossia dei cavalli scossi, senza fantino – e a quanto riprodotto in una incisione settecentesca di Giacomo Leoni. Sempre Tornieri ci informa che il 16 settembre 1788 si tenne l’ultima manifestazione, che aveva visto «un concorso tremendo di forestieri e una piena immensa dell’anfiteatro medesimo». Giunse infatti «una Ducale del Consiglio dei Dieci questa mattina la quale impone fine a questi smoderati spettacoli, e comanda, subito dopo quello di oggi, la demolizione dell’anfiteatro».

Di Giorgio Ceraso da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
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Letture in corso, al Palladio Museum la rassegna di opere sull’architettura

Riprende la serie di presentazioni di monografie, studi e approfondimenti sui temi dell’architettura e della storia dell’arte “Letture in corso”, promossa dal Palladio Museum – Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, in occasione del decennale del museo. 

Nel corso degli incontri, storici dell’arte, studiosi, critici presentano al pubblico le loro pubblicazioni recenti, libri già disponibili nelle librerie, ma in vendita anche al Palladio Museum durante gli eventi. Il prossimo appuntamento, la presentazione del volume “Mappe Canoviane”, a cura di Fabrizio Magani, Damiana Lucia Paternò, Debora Tosato della Soprintendenza per l’area metropolitana di Venezia e le province di Padova, Treviso e Belluno, è in programma mercoledì 31 maggio alle 18.00, naturalmente a Vicenza nella sede del Palladio Museum a Palazzo Barbaran da Porto. 

A dialogare con gli autori del volume, pubblicato da Antiga edizioni, ci saranno la Presidente della Fondazione Roi, Paola Marini e Antonio Foscari, Vicepresidente del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio dal 2019, a lungo docente di Storia dell’Architettura allo IUAV di Venezia.

La partecipazione all’incontro è aperta al pubblico, fino ad esaurimento posti disponibili; l’Ordine degli Architetti riconosce 2 crediti formativi ai partecipanti iscritti all’albo, previa registrazione all’ingresso.

“Mappe Canoviane” con la prefazione di Vittorio Sgarbi, che è anche presidente della Fondazione Canova di Possagno, raccoglie i contributi di Giovanna Bergantino, Piera Garbellotto, Barbara Guidi, Elisa Longo, Fabrizio Magani, Pasqualina Adele Marzotti, Damiana Lucia Paternò, Lucia Pigozzo, Debora Tosato e Francesca Vendittelli.

A due secoli dalla morte del celebre scultore (1822), la pubblicazione della Soprintendenza per l’area metropolitana di Venezia e le province di Padova, Treviso e Belluno presenta le diverse anime dell’eredità canoviana, fatta di architetture, sviluppo urbanistico, paesaggio e opere d’arte dislocate tra Possagno, Bassano del Grappa, Asolo e altri luoghi. Alla base di tutto, un innovativo decreto di vincolo che estende l’attenzione dai singoli oggetti al sistema di relazioni che queste creano con il territorio e la sua identità culturale. Nessun artista, infatti, ha plasmato un territorio e la sua identità come Canova a Possagno: è Canova a trasformare il piccolo centro del Trevigiano facendo costruire la grande mole del tempio; ed è in memoria di Canova che il fratello Giovanni Battista Sartori fa realizzare la celebre Gipsoteca, costruire ponti e strade e alimentare il mito dell’artista attraverso le sue opere e i suoi oggetti.

Come un agile “quaderno di viaggio”, la pubblicazione delinea una serie di mappe – non solo geografiche, ma anche mentali – che abbracciano opere e istituzioni, gli allestimenti museali, la fotografia, il collezionismo, la memoria e i contesti del passato e del presente.

Al Palladio Museum fino al 9 luglio è possibile visitare la mostra “Raffaello. Nato architetto”, aperta al pubblico dal mercoledì alla domenica, dalle 10:00 alle 18:00; l’ultimo accesso è previsto alle 17:30. Altre informazioni su

www.palladiomuseum.org/it/mostre/raffaello_nato_architetto

Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, i giovani talenti: inaugura Nicolò Cafaro

La XXXII edizione delle Settimane Musicali di Vicenza prosegue con il primo atteso appuntamento dedicato al Progetto Giovani: un festival nel festival dedicato ai talenti più promettenti nel panorama musicale contemporaneo. Il programma prevede sei concerti, cinque dei quali recital pianistici, affidati ad esecutori giovanissimi lanciati dalle affermazioni in competizioni come il Premio Venezia, il concorso pianistico nazionale Lamberto Brunelli, il Bando Guglielmo destinato a giovani Duo violino e pianoforte in memoria di Giovanni Guglielmo, grande concertista e didatta vicentino, ma anche musicisti che si sono distinti in istituzioni come l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l’Accademia di Pinerolo e Torino.

I sei concerti di “Progetto Giovani”

Ad inaugurare la rassegna sabato 27 maggio alle ore 18.00 all’Odeo del Teatro Olimpico di Vicenza sarà il pianista Nicolò Cafaro, vincitore del Premio Venezia 2022. Il programma inizierà con una selezione di sonate del compositore barocco Domenico Scarlatti, passando poi nel mondo romantico di Fryderyk Chopin con il suo magistrale controllo del colore e dell’emozione al pianoforte, e culminerà con le Sette Fantasie Op. 116 di Johannes Brahms.

Il sabato successivo, 3 giugno ore 18.00, l’Odeo del Teatro Olimpico sarà illuminato da Wakana Marlene Tanaka, vincitrice ex aequo con Alessandro Del Gobbo del prestigioso Premio Brunelli 2022. La pianista eseguirà in particolare la Sonata op. 101 di Beethoven, portale d’ingresso nell’arcano e affascinante mondo del “tardo stile” sulla tastiera, oltre il quale la forma di Sonata perde le sue rassicuranti coordinate formali. 

Domenica 4 giugno alle ore 18.00 all’Odeo del Teatro Olimpico sarà il momento di Irené Fiorito al violino e Riccardo Ronda al pianoforte, il duo vincitore del Bando Guglielmo 2022, con un programma che spazierà dal tardo romanticismo di Johannes Brahms (Sonata n. 1 op. 78) alla musica del Novecento con Ottorino Respighi (Sonata in Si minore P.110) e Guido Alberto Fano (Ansietà).

“Progetto Giovani” prosegue sabato 10 giugno alle ore 18.00 a Palazzo Chiericati con il concerto di Alessandro Del Gobbo, vincitore ex aequo del Premio Brunelli 2022 insieme a Wakana Marlene Tanaka. Nel suo programma spicca il confronto fra due compositori cruciali nel passaggio dal secolo romantico al Novecento come Claude Debussy e Alexander Skrjabin: il primo rappresentato da Images e dalle rarefatte evocazioni arcaiche della Suite Bergamasque, il secondo dai giovanili Preludi op. 16.

La rassegna chiude con il doppio appuntamento di domenica 11 giugno a Palazzo Chiericati. Alle ore 11.00 Daniele Fasani, selezionato per il corso di pianoforte contemporaneo all’Accademia di Musica di Pinerolo e Torino, propone un programma di grande valore e raffinata esecuzione: “The People United Will Never Be Defeated! 36 Variazioni su un tema di Sergio Ortega” di Frederic Rzewski.
L’ultimo appuntamento di “Progetto Giovani” sarà alle ore 18.00 con il concerto dal titolo “Dopo notte…”. Marta Pacifici, mezzosoprano, con la cembalista Costanza Leuzzi, selezionata ai corsi di Alto Perfezionamento all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, eseguiranno un programma dedicato alle composizioni barocche di Georg Friedrich Händel, Gottlieb Muffat e Georg Philipp Telemann, con una selezione di arie, recitativi e suite. 

NICOLÒ CAFARO, biografia

Nicolò Cafaro Settimane musicali
Nicolò Cafaro

Classe 2000, e allievo di Graziella Concas presso il Conservatorio “V. Bellini” di Catania dove si è laureato in pianoforte con il massimo dei voti e la lode. Si afferma in numerosi importanti concorsi pianistici nazionali ed internazionali, tra cui: 19° Concorso Nazionale Giulio Rospigliosi di Lamporecchio, 6° Concorso “Giovani Musicisti Città di Treviso”. A 15 anni è finalista al 1° Concorso Internazionale “Vladimir Krainev” di Mosca. A 19 anni vince il 6° premio al “62° Ferruccio Busoni International Piano Competition”. Ha partecipato alle masterclass tenute da J.Achucarro, A.Lebedev, I.Kaltchev, B. Berezovsky, J.E. Bavouzet, C. Katsaris. Dall’età di 12 anni è seguito anche dal M° Leonid Margarius, e dal 2017 partecipa ai corsi di “Alto Perfezionamento” presso l’Accademia Pianistica Internazionale di Imola. Cafaro vanta già una fitta attività concertistica per importanti istituzioni musicali e teatri, fra i quali: Teatro Massimo Bellini di Catania; Teatro Elettra di Iglesias; Associazione Mozart Italia; Associazione “Amici di Verdi”; 36° Festival “Mario Ghislandi”; “Associazione Dino Ciani”. Si è esibito, inoltre, in concerti pianoforte e orchestra presso prestigiosi palcoscenici quali: il Teatro “U. Giordano” di Foggia, concerto n° 21 K467 di W.A. Mozart; Il Teatro “Goldoni” di Livorno, concerto n° 3 op. 37 di L.V. Beethoven; e il Teatro dell’Opera del Casino di Sanremo, concerto n°1 Op. 23 di P.I. Tchaikovsky. Recentissima è la sua affermazione alla 38° edizione del concorso pianistico “Premio Venezia 2022”, dove si classifica al 1° posto assoluto.

Info

Giacomo Orefice, illustre musicista vicentino

Giacomo Orefice, nato a Vicenza nel 1865 da famiglia ebraica, studiò a Bologna con Busi e Mancinelli; dal 1909 fu docente presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Fu autore di nove opere teatrali, fra cui L’oasi (1885), Chopin (1901), Cecilia (1902); compose pure musica sinfonica e da camera, liriche e musica per pianoforte.

Trascrisse L’Orfeo di Claudio Monteverdi (1607/1902). Fu anche critico e organizzatore musicale. Ebbe, tra i suoi allievi, Lodovico Rocca e Nino Rota. Oltre alle opere liriche, la sua produzione include balletti, musica sinfonica, concerti strumentali, musica da camera, composizioni per pianoforte solo e musica vocale. Nel 1904 fonda l’’Associazione Italiana Amici della Musica e inizia a collaborare con diverse riviste musicali tra cui Popolo e Arte e la Rivista musicale Italiana.

A Vicenza abitava nelle vecchie case affiancate alla Loggia del Capitanio in Piazza dei Signori, abbattute nel 1933 per fare spazio al Caffè Garibaldi. Muore a Milano nel 1922.

Nel decennale della morte il Conservatorio Canneti si prodigò a collocare una targa in sua memoria, oggi perduta, che si intravede in questa vecchia cartolina della Collezione Rossato. Vicenza gli dedica una delle sue vie del centro storico.

Di Loris Liotto da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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