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Antonio Coronaro, musicista vicentino compositore della celebre “Seila”

Antonio Coronaro, nato a Vicenza il 29 giugno 1850, da famiglia di valenti musicisti, dopo gli studi ginnasiali in seminario, si dedicò esclusivamente alla musica sotto la guida sapiente di Francesco Canneti.

Conseguito giovanissimo, a Milano, il diploma d’organo, pianoforte, contrappunto e
composizione, egli fu poi apprezzatissimo organista della Cattedrale e del tempio di Santa
Corona a Vicenza. Non ancora ventenne, una sua lodatissima Messa funebre ebbe una
applaudita esecuzione nella Basilica di San Marco a Venezia. Seguirono molte altre
composizioni sia sacre che profane.

Il suo lavoro migliore, che gli assicurerà durevole fama d’ottimo operista, rimane il melodramma tragico “Seila” rappresentato nel 1880, per tredici serate, al Teatro Eretenio di Vicenza e poi ripreso in tante altre città italiane.

Altre sue opere furono: “La Maliarda” ed “Il falco di Calabria”. Il maestro Antonio Coronaro fu amico intimo di Antonio Fogazzaro, che nei capolavori “Piccolo mondo antico” e “Piccolo mondo moderno” ha voluto ricordarlo tratteggiando l’indimenticabile fisionomia della sua delicata anima d’artista.

Il 30 ottobre 1921 Vicenza tutta tributò a Coronaro imponenti manifestazioni di amore e di
omaggio in occasione del cinquantesimo anno del suo insegnamento.

Muore a Vicenza il 24 marzo 1933. “Così onesto, modesto e grande, Antonio Coronaro ha trascorso la lunga vita che seppe fondere con l’arte in una sola bellezza”.

Ai fratelli Coronaro, tutti valenti musicisti, venne intitolata, in zona borgo Casale, una via cittadina nel 1957 e Gaetano Coronaro, fratello di Antonio, figura tra gli illustri al Cimitero Maggiore.

Di Loris Liotto da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
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Ciliegia di Marostica Igp: arriva la 79esima Festa della Regina rossa 

Degustazioni, animazioni, passeggiate, spettacoli, mostra mercato e un nuovo dolce tutto da gustare sono gli elementi principali della 79a edizione della Festa della Ciliegia di Marostica Igp, in programma  domenica 28 maggio tra Piazza Castello, le vie del centro storico e molte località del territorio comunale.  

La Festa del 2023 si svilupperà per l’intera giornata di domenica 28 maggio 2023 con molti appuntamenti ad accesso libero, l’allestimento della mostra mercato, i negozi del centro aperti, spettacoli e visite guidate. Le proposte pensate tra campagna e collina richiederanno la prenotazione per motivi organizzativi. La conclusione delle iniziative marosticensi sarà nel giorno della Festa della Repubblica venerdì 2 giugno con la 5a Camminata delle Ciliegie e dei Piccoli Frutti tra le colline di Crosara e San Luca. 

Ad impreziosire la 79a edizione della Festa della Ciliegia di Marostica Igp ci sarà l’evento di lancio de “La Pèca del Salbaneo”, nuovo dolce del territorio che unisce ed esalta tre eccellenze agricole della pedemontana vicentina: la Ciliegia di Marostica  I.G.P., il vino Torcolato D.O.C. Breganze e l’olio extravergine d’oliva della Cooperativa Pedemontana del  Grappa. 

Sul sito www.visitmarostica.eu è disponibile il programma dettagliato con brochure e mappa completa delle iniziative in programma. In caso di maltempo aggiornamenti e modifiche saranno disponibili sul sito  istituzionale del Comune di Marostica o agli InfoPoint Turistici “La Stazione Experience”  (info@lastazionexperience.it – 371.4240125) e “Associazione Pro Marostica” (info@marosticascacchi.it –  0424.72127)

“Quella che ci attende – spiega il sindaco di Marostica Matteo Mozzo – è la giornata centrale, ma non l’ultima, di un ricco calendario di iniziative partito già ad aprile con la rassegna Aspettando la Regina Rossa tra i ciliegi in fiore”. 

“La ciliegia di Marostica Igp – aggiunge il presidente di Pro Marostica, Simone Bucco – è identitaria quanto lo è la Partita a Scacchi. Ed è il nostro compito principale sostenere ogni iniziativa che valorizzi la città e la sua storia antica e recente. Nulla sarebbe possibile senza i nostri meravigliosi volontari che mettono a disposizione  tempo, energie e competenze per la buona riuscita di ogni manifestazione. Proporremo delle visite guidate al centro storico, all’antico Borgo e al Cammino di Ronda, con aperitivo, ovviamente, a base di ciliegia”. 

Oratorio di Santa Maria del Carmine in località Secula di Longare

L’oratorio di Santa Maria del Carmine sorge in località Secula di Longare, a sinistra del Bacchiglione, che scorre poco lontano. Gaetano Maccà, nella sua Storia del territorio vicentino del 1812, attesta che qui la famiglia Valmarana possedeva una villa, distrutta da un incendio nel 1927. L’annesso oratorio, che nel 1620 risultava già esistente e che era dedicato a San Odorico, si salvò, invece, dalle fiamme. Divenuto fatiscente, i Valmarana ottennero dal vescovo Sebastiano Venier il permesso di abbatterlo e di fabbricarne uno nuovo, che dedicarono alla Beata Vergine del Carmine e ai Santi Gaetano e Teresa d’Avila.

La lapide in facciata indica i promotori di questo intervento (Paolo Antonio arcidiacono, Gaspare canonico, Giovanni Battista conte, figli di Giacomo Valmarana) e l’anno di conclusione dei lavori (1724). L’oratorio di Santa Maria del Carmine passò poi in proprietà della famiglia di Luigi Bassani. Gravemente danneggiato durante la prima Guerra mondiale, tanto da divenire inagibile e non più adatto al culto, come attesta l’arciprete di Costozza e vicario Foraneo Luigi Zanellato, fu restaurato da Girolamo Bassani. Successivamente abbandonato, le sue condizioni divennero di nuovo precarie.

Nel 1990 la famiglia Bassani decise di donarlo alla parrocchia di Longare in memoria del padre prof. Bruno, come riporta una lapide all’interno. Una campagna di recupero, conclusasi nel 1999 sotto la spinta di don Alessandro Campese e sotto l’egida della Soprintendenza, nella persona dell’arch. Rosa Di Stefano, ha riportato il manufatto agli splendori originari. Il 21 ottobre di quell’anno il vescovo di Vicenza Pietro Nonis inaugurò ufficialmente l’edificio, riacquistato anche all’uso liturgico. Due targhe ricordano, all’interno, questo fatto e i nomi dei benefattori che hanno permesso, con il loro contributo, l’intervento: Richard Edwars, Vittor Luigi Braga, Associazione Amici dei Monumenti di Vicenza e Parrocchia e Comune di Longare.

Quanto alla facciata, l’oratorio mostra una articolazione strutturale sobria, leggera ed elegante, ad accentuato sviluppo verticale. Sottolineato dalla coppia di lunghe lesene angolari, che si dipartono da un alto zoccolo e si concludono con capitelli vagamente ionici. Al centro delle volute sono disposte delle decorazioni con motivi approssimativamente vegetali con in mezzo uno scudo, sopra il quale si notano degli elementi ornamentali alternati: una sorta di rosetta e lo stemma dei Valmarana, con le nove palle che ricordano il loro titolo di conti. Inquadrato da una cornice modanata in pietra è il portale di ingresso, sul cui architrave poggia una finestra, racchiusa in altra cornice anch’essa modanata in modi tipicamente settecenteschi.

La larga trabeazione sostiene un robusto frontone, con dentelli negli spioventi del timpano. Sul frontone poggiano dei pinnacoli acroteriali, elementi decorativi che continuano, in forme semplificate, la tradizione avviatasi nel Seicento. Svettano, infatti, delle pigne a fianco di due vasi che si concludono in modo differente: a fiamma il sinistro e con una specie di supporto il destro. Sopra l’elemento centrale si innalza una croce in ferro battuto lanceolata, ovvero appuntita.

A caratterizzare la facciata è l’andamento leggermente concavo, accentuato dai due corpi che le stanno a fianco, quasi a formare una sorta di esedra. Un accorgimento non da poco: se l’architetto non l’avesse adottato, la facciata ci sbatterebbe in faccia, tenuto anche conto dello spazio ristretto, essendovi di fronte, a pochi metri, un altro fabbricato. Ad evitare l’effetto muro concorrono anche gli spigoli dell’edificio, che non sono net- ti, ma si addolciscono, allargandosi verso l’esterno in un gioco di lesene che si rincorrono e che si concludono in una trabeazione laterale accentuatamente ricurva.

Un impianto che si mostra del tutto libero e svincolato dall’esuberante e talora scomposto gusto barocco e che si proietta verso una architettura di razionalismo illuminista. Si tratta, insomma, di una prova di gran- de compostezza e linearità. Del resto, questo piccolo capolavoro ha una paternità illustre.

È, infatti, progetto di Francesco Muttoni, che, nella vicina Costozza, aveva firmato quello per il rifacimento (1719) dell’antica pieve benedettina di San Mauro, risalente all’XII secolo. Un foresto, Muttoni, (era nato nel 1668 a Cima di Porlezza, un paesino sulla sponda italiana del lago di Lugano), giunto a Vicenza con la famiglia nel 1696 e che riuscì ben presto ad emergere, perché interprete della volontà della classe egemone, che reclamava una architettura capace di soddisfare le rinnovate nuove istanze di fasto e di autocelebrazione dopo il controriformista stile severo (copyright Fausto Franco, 1937) di Vincenzo Scamozzi. L’interno rispecchia e replica la sobrietà e la misura che caratterizzano la facciata. L’aula rettangolare si allarga nel presbiterio, permettendo così di ricavare due piccoli vani di servizio ad uso sacrestia e ripostiglio, uniti da un corridoio passante dietro l’altare e nascosto dalle tende rosse della due porte, dagli stipiti ben sagomati e dalla robusta cimasa.

L’interno è inondato dalla luce, che penetra da tre finestre dalle modulate cornici e  che esalta il gioco di stucchi, che scandiscono lo spazio del soffitto, caratterizzato dalle fasce che convergono in un cupolino cieco rettangolare mistilineo, che ospita una decorazione raffigurante la colomba dello Spirito Santo, racchiusa in una cornice ellissoidale. In questo spazio risalta il rincorrersi degli stucchi, dalle ampie volute e dai sinuosi girali, con foglie di vite al centro della composizione, che lasciano intravvedere i simbolici grappoli d’uva. Un apparato giuntoci purtroppo con parecchie lacune, uscito indubbiamente da un atelier di buon livello, del quale, però, non abbiamo notizie. Si può solamente ricordare come altre fabbriche progettate da Muttoni ospitino decorazioni di stucco di elevata fattura. E non è forse fuori luogo ritenere che anche l’apparato decorativo presente in questo oratorio sia stato disegnato da Muttoni ed eseguito da una delle botteghe vicentine costituite da artisti provenienti dalla Lombardia e dal Canton Ticino.

L’oratorio di Santa Maria del Carmine custodisce anche importanti testimonianze scultoree. In posizione angolare, sono collocate, entro nicchie e appoggiate su di una specie di mensola, quattro sculture, ritenute manufatti cinquecenteschi di artisti non identificati. Quella che rivela maggior capacità esecutiva raffigura Sant’Eurosia da Jaca, spagnola vissuta nell’ IX sec. La postura è felicemente impostata sulla gamba destra, leggermente avanzata, che permette il dipanarsi dell’elegantissimo panneggio della veste, al quale fa eco lo svolazzare del drappeggio della manica. La chioma all’indietro mette in risalto i purissimi lineamenti del volto.

A fianco, San Francesco Saverio, missionario gesuita, dal volto ben delineato e incorniciato dalla barba. Il suo sguardo penetrante sembra scrutare le lontane terre di missione, luoghi del suo apostolato. Negli altri due angoli sono invece raffigurati i più noti San Giuseppe, con il barbuto volto severo, che tiene fra le mani un paffuto Bambino e Sant’Antonio di Padova, che regge, come da consolidata iconografia, il Bambino, nonché il libro e il giglio. Il paliotto dell’unico altare è inquadrato da due angeli mutili, che reggono la mensa. Da essi si dipartono due festoni di fiori che convergono al centro, dove un altro angioletto è a cavalcioni di una conchiglia, che posa sulla base della struttura, sulla quale si dispongono delle movimentate volute e delle composizioni che richiamano dei fossili (gasteropodi), molto numerosi nelle vicine cave di Costozza.

Il soprastante gruppo scultoreo raffigura i tre titolari dell’oratorio, la Vergine col Bambino, venerata come Madonna del Carmine, san Gaetano Thiene e santa Teresa d’Avila. La Vergine, ritta su di una nube sorretta da quattro angioletti, si erge in posa regale, ieratica, accentuata dall’ampio gesto della mano destra, perfettamente eretta, nono- stante la spinta eccentrica provocata dal Bambino, che sembra volersi divincolare dalle braccia della Madre. Un Bambino irrequieto come lo sono tutti i bambini, non presago del futuro destino salvifico, che lo vedrà morire crocifisso.

A sinistra è collocata la statua di san Gaetano Thiene, che, inginocchiato, rivolge lo sguardo alla Madonna, alla quale sembra consacrare il suo cuore con il gesto della mano sinistra.

La statua di destra coglie santa Teresa d’Avila inginocchiata, in estasi e in enfasi barocca (chi non ricorda il capolavoro di Gian Lorenzo Bernini?), con l’abito del suo ordine mosso da un articolato panneggio, quasi sconvolto da un vortice che sembra salire dalla sottostante nuvola. Un indubbio manufatto di pregio, il più felice dei tre: il che fa pensare si tratti di lavori non di un’unica mano. Per questo apparato scultoreo è stato fatto il nome di Orazio Marinali, come riporta l’insegna turistica all’esterno dell’oratorio.

Basandosi anche sulla circostanza che dietro alla statua della Vergine sono scolpite le iniziali OMO, acronimo di Opera Marinali Orazio. Personalmente non condivido questa attribuzione. Che vi siano le tre lettere OMO non c’è dubbio. Ma questo non basta ad assegnare la paternità del manufatto ad Orazio Marinali. Anzitutto perché lo scultore, nato nel 1643, è morto nel 1720, quattro anni prima che l’oratorio fosse finito. Sarebbe singolare che a Marinali fossero stati commissiona- ti l’altare e le tre statue con un anticipo di quattro anni rispetto alla conclusione dei lavori.

E allora, come si spiegano quelle tre lettere? Con il fatto che, alla morte di Orazio, l’attività fu continuata da Giacomo Cassetti, genero di Marinali e suo più fedele allievo e l’unico, fra i tanti, rimasto a Vicenza. I lavori di Cassetti erano così fedeli ai modi di Orazio, tanto che sovente li firmava con la sigla del maestro, quando addirittura non si appropriava del suo cognome, così da firmarsi Giacomo Marinali. La sigla OMO era, insomma, divenuta una sorta di marchio, di segno distintivo dell’impresa avviata da Orazio. Un brand, come oggi si suol dire. Il grandioso apparato, dunque, non è opera di Orazio Marinali, ma, verosimilmente, ottimo prodotto di quella gloriosa bottega.

Di Giorgio Ceraso da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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La famiglia Revese e l’Oratorio dell’Annunciazione a Brendola

Nel periodo che seguì la “dedizione” della Città di Vicenza alla Repubblica Veneta, avvenuta nel 1404, e nei secoli successivi nel lembo di terra di Brendola i Revese, gli Anguissola, i Pagello, i Ferramosca, i Maffei, i Monza e i Piovene innalzarono le loro magnifiche residenze e cappelle gentilizie, ville per il soggiorno in campagna e funzionali al governo dei loro possedimenti e interessi economici.

L’importante e cospicua famiglia dei Revese ebbe possedimenti nel territorio brendolano fin dall’epoca più remota: il cognome è la volgarizzazione di orefice e il lavorare o commerciare metalli preziosi potrebbe essere stato il mestiere più antico dei loro antenati, ma fra di loro vi furono anche notai e personaggi che ricoprirono incarichi pubblici per il Comune di Vicenza nonché chiamati a svolgere l’ufficio di Vicari a Brendola in ripetute occasoni fino alla fine del 1700.

Il loro stemma era rappresentato da onde dorate su uno sfondo blu mare (d’azzurro a tre fasce ondate d’oro). Brendola era la sede di un vicariato che comprendeva le ville di Lapio, Fimon, Arcugnano, Pilla, Grancona, Meledo, Villabalzana, Longare, Valmarana, Pianezza e Altavilla. Il primo vicario di Brendola risale all’anno 1401 quando Vicenza era ancora soggetta al duca di Milano. Proprio in tale anno le cronache riportano un tale Enrico Nicolò Revese (“domini Nicolai de Aurificibus de Vincentis”) ad amministrare la giustizia quale “Vicario Brendularum”.

E giusto sul colle, vicino alla sede del Vicariato, i Revese edificarono una loro villa poi passata in proprietà ai conti Pagello. Ma sul lembo di pianura sottostante, lungo la via che oggi porta il loro nome, era situato il più importante insediamento. Lo storico Bernardo Morsolin (in Brendola Ricordi storici – Burato 1879) così ne parla: “Tracce manifeste dell’antico splendore si affacciano ancora nella villa dei Revese situata a piede del poggio là dove la strada maestra che mena alla chiesa arcipretale incomincia a salire e non offre certo incanto di prospettive, né certa amenità di luoghi circostanti. A questo difetto supplisce però in qualche modo la magnificenza de’ porticati, delle porte, delle logge e delle scale, decorate ancora di avanzi di stucchi e di freschi, lavoro del celebre architetto Ottavio Bruto Revese”.

Tale personaggio (nato a Brendola nel 1585 e ivi defunto nel 1648) è il più noto esponente della famiglia. Il suo talento artistico è connotabile in una particolare cifra stilistica osservabile in quel poco che resta: la torre e i pilastri d’ingresso alla proprietà sono caratterizzati da grandi conci in pietra che imprimono un senso di possente vigore.

Come possenti erano i bei portali massicci e i maestosi archi bugnati di sua realizzazione come quello del Palazzo del Territorio e quello che faceva da ingresso al Campo Marzio in Vicenza, demolito nel 1938. Purtroppo è una grave perdita che della sontuosa villa dei Révese a Brendola quasi nulla sia rimasto; fortunatamente sopravvive la loro cappella privata: la chiesetta dell’Annunciazione di Maria.

Questa piccola costruzione è considerata dagli studiosi un autentico gioiello dell’architettura sacra del primo Rinascimento nel territorio vicentino. Sulla sua facciata possiamo notare una pietra murata che porta scolpita la data del 1446 e l’iscrizione: “Hoc Sacellum Deiparae dicatum ab Aurificibus conditum a. MCDXLVI”. Ma tale data può essere giustificata ipotizzando che tale lapide fosse appartenuta a una preesistente cappella, sempre adiacente alla villa, e demolita (o rielaborata) prima che si desse avvio all’attuale costruzione che indubbiamente risale, e le sue forme lo confermano, all’ultimo scorcio del 1400.

Lo storico Barbarano indica la data di ultimazione nel 1499 riportata parimenti da Maccà. La chiesetta fu innalzata prospiciente alla loro villa sulle prime pendici del monte boscoso di Brendola, su un piccolo pianoro al lato opposto della strada. Il suo probabile autore viene concordemente indicato in Alvise Lamberti, detto Alvise da Montagnana; l’attribuzione avviene per analogia con opere che hanno caratteristiche estetiche e stilistiche simili a questa costruzione.

Il Lamberti fu condiscepolo di Pietro Lombardo, lavorò a Venezia, a Ferrara e a Vicenza. Come si evince nell’opera del Lombardo anche lui cercò di conciliare negli ultimi anni del 1400 il predominante gusto gotico con il nuovo orientamento classicheggiante. Al Lamberti sono assegnate due opere molto simili per stile alla chiesetta di Brendola: la facciata laterale della chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Lonigo (VI) e la chiesa di S. Michele al Cremlino a Mo- sca, come pure taluno ipotizza che gli si possano attribuire l’altare della Pietà a Monte Berico (sulla prima campata a destra entrando dalla porta occidentale) e l’altare della famiglia Magrè in San Lorenzo, anche se per tali opere qualche studioso propende per il Lombardo.

Il Morsolin dal canto suo arrivò ad affermare che “le sagome di alcune cornici ed alcuni capitelli a Brendola traggono a pensare che l’autore possa essere lo stesso della chiesa di San Rocco in Vicenza”. La facciata, caratterizzata da un accentuato verticalismo, è a due ordini: il primo con quattro pilastri con basamenti e capitelli in pietra intagliata con una elegante lavorazione a fiorami e arabeschi estesa anche ai lati rivolti alle pareti; al centro l’arco di ingresso è circoscritto da una raffinata lavorazione scultorea fino alla sommità. Il secondo ordine è marcato da una fascia lapidea su cui si alzano quattro colonne in continuità con i pilastri sottostanti; negli spazi laterali trovano posto le due finestre oblunghe  con cornici in pietra, in quello centrale: nella parte superiore è incastonato un oculo che riempie tutto l’arco e nella parte sottostante trova posto un’edicola con modanature che anticamente poteva contenere un affresco.

I tre scomparti a loro volta finiscono con tre graziose arcate sommitali nella facciata, sono del tutto simili per altezza e dimensioni a quelle che abbelliscono le due pareti laterali e che poggiano su lesene. La cornice generale della facciata è infine sormontata da una sopraelevazione decorativa a sua volta divisa in tre zone da due alti piedritti a scanalature: ai lati due frontoni a quarto di cerchio lavorati a conchiglia, al centro un frontone minore a intera conchiglia sotto cui è scolpito lo stemma Revese; al culmine della facciata svettano quattro snelle ed eleganti gugliette sormontate da croci: due alle estremità esteriori laterali e due sui piedritti centrali.

L’edificio è a pianta rettangolare affiancato da una minuscola sacrestia; l’abside è rivolta a oriente. Nella parete interna della facciata è murato un bel monogramma di S.Bernardino, con incise le lettere J.H.S. a significare il nome di Gesù, contornate da un cerchio di fiamme a raggiera. La Cappella è dedicata all’Annunciazione di Maria, per questo motivo l’architetto utilizza, e ripropone sia all’interno che all’esterno, un elemento dell’antica simbologia mariana: la conchiglia, che rappresenta la verginità, in quanto la conchiglia produrrebbe la perla, secondo i naturalisti, senza essere fecondata, così è avvenuto il concepimento di Maria. Il motivo della conchiglia o “pecten”, un mollusco bivalve della famiglia Pectinidae, è ripetuto anche nella decorazione dell’interno, nel catino absidale e su tutte le lunette laterali.

Questo è un espediente decorativo significativo: secondo uno storico dell’arte (G. Lorenzini) riportato da Barbieri “quella conchiglia a spicchi larghi e spaziati che si concludono con un elemento curvilineo, il pecten, è il motivo firma del Lamberti” e in effetti è un elemento che ricorre in maniera ripetitiva nelle sue opere. La facciata originariamente e fino ai primi anni del ‘900 era ancor più caratterizzata nel suo verticalismo dalla scalinata di accesso che immetteva direttamente su strada; ora invece è troncata in due rampe laterali a seguito del successivo allargamento del piano stradale.

Si suppone che la chiesetta fosse destinata a contenere le tombe della famiglia Révese anche se nel corso dei restauri non sembra siano state rinvenute altre lastre sepolcrali eccetto quella attualmente murata sul pavimento. Tale lapide è stata il sigillo tombale dell’ultimo discendente: don Gaetano Bruto-Revese, sacerdote, morto nel 1888, con il quale la nobile e illustre famiglia si estinse (“hic iacet” e “postremus familiae suae”, “qui giace” e “l’ultimo della sua famiglia”, riporta inciso il marmo). Purtroppo gli affreschi delle pareti dell’aula sono andati irrimediabilmente perduti a seguito dell’abbandono e dell’incuria in cui giacque per molti anni il monumento. Mentre sopravvivono in condizioni precarie quelli nell’area presbiteriale, nelle vele e nell’arco trionfale.

Bernardo Morsolin sosteneva circa gli affreschi: “A giudicare dai pochi avanzi che ne rimangono dovevano uscire da allievi di ottima scuola”. Gli studiosi sono propensi ad attribuirli a Giovanni Buonconsiglio, detto il Marescalco a causa del mestiere di suo padre, probabile apprendista di Bartolomeo Montagna, nato a Montecchio Maggiore e vissuto all’incirca tra il 1465 e il 1537. Gli affreschi di Brendola furono a lui attribuiti dal Puppi, seguito da altri. Sulle tre lunette dell’abside dipinte a fresco sono visibili, seppure in non buone condizioni di conservazione: a sinistra San Sebastiano, al centro Cristo risorto che emerge da un sepolcro sul cui lato frontale era effigiato lo stemma dei Revese (e ciò sembra sottolineare che la chiesetta aveva la funzione di cappella funeraria di famiglia) e a destra San Rocco. Nelle vele della volta a crociera dell’abside sono appena visibili i quattro evangelisti. Ai lati dell’altare è murata una piccola e graziosa Annunciazione in pietra, che risale all’epoca della costruzione della chiesa.

Alla morte dell’ultimo Revese fu nominato legato testamentario Giovanni Scola ma sotto la proprietà degli Scola l’edificio, esempio di nobile e antica arte, fu destinato a soffrire un lungo periodo di incuria e abbandono. Nel 1989 l’Amministrazione comunale acquistò la chiesetta e provvide ai necessari restauri conservativi.

Numerosi studiosi hanno dedicato i loro contributi a questa pregevole architettura: da Bernardo Morsolin a Franco Barbieri, Renato Cevese, Giuseppe Visonà, Vittoria Rossi; di recente anche Vittorio Sgarbi ha voluto visionare il monumento manifestando interesse sia per l’architettura che per gli affreschi.

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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Miss Colà Terme 2023: in finale regionale Claudia Cavaliere di Montebello Vicentino

Si è tenuta nella sera di lunedì 22 maggio 2023 a Verona, la prima selezione valida per la finale regionale Veneta del concorso nazionale Miss Colà Terme.

Le concorrenti in gara, presentate da Laura Zambelli e immortalate dal fotografo ufficiale Riccardo Panizzo sono sfilate davanti a giuria e pubblico in due uscite distinte: la prima in abito elegante e per concludere in costume da bagno.

Le 8 miss selezionate

Prima classificata alla quale è andata la fascia di Miss Colá Terme Amen è Veronica Pozzobon, venticinquenne di Montebelluna (TV), alta 1,63. Veronica è una studentessa in scienze dell educazione primaria, segno del leone e sogna di diventare maestra della scuola dell’infanzia.

Seconda classificata Gabriella Bonizzardi diciannove anni di Prevalle (BS), alta 1,75 studia al liceo artistico e lavora come modella. Il suo sogno è quello di lavorare nel mondo dello spettacolo.

La terza fascia è andata ad Caterina Gaiardelli diciassettenne di Verona, alta 1,80, studentessa del liceo scientifico, il suo sogno nel cassetto è quello di diventare una modella.

La quarta classificata è Aurora Arione ventunenne di Milano. Alta 1,69 Aurora è specializzata in grafic design e web developer e sogna di diventare modella di Victoria Secret.

La quinta fascia è andata a Stefania Carausu, diciott’anni di Padova, studentessa in psicologia con il suo 1,70 sogna di continuare la carriera di modella.

La sesta fascia della serata è andata a Carlotta Callegaro ventenne di Monselice (PD). Alta 1,70 studia estetica e sogna di aprire un centro estetico tutto suo.

miss colà terme 2023
Claudia Cavaliere

La settima fascia è andata a Claudia Cavaliere ventiquattrenne di Montebello Vicentino (VI) alta 1.70. Impiegata amministrativa, il suo sogno è crescere in modo professionale nel campo amministrativo e lavorare come modella.

L’ottava ed ultima fascia è andata ad Annalisa Menozzi sedicenne di Correggio (RE) alta 1.71 studia al liceo classico sogna di diventare un’ attrice professionista. Le prime 8 classificate accederanno alla finale regionale Veneto 2023.

La finale nazionale invece si terrà il 22 ottobre alla Dogana Veneta di Lazise. La vincitrice di Miss Colà Terme 2023 si aggiudicherà un contratto di lavoro del valore di 10.000 euro, ed è per questo il concorso con la ”bellezza più premiata d’Italia”.

La manifestazione è stata organizzata dall’Associazione Oltre il Rock. Coloro che volessero iscriversi per partecipare alle prossime selezioni potranno farlo in tutte le pagine Facebook del concorso.

Mario Brunello e la giusta distanza tra Bach e Weinberg per le Settimane musicali al teatro Olimpico di Vicenza

Mario Brunello, eclettico violoncellista e interprete straordinario, si esibirà venerdì 26 maggio 2023 al Teatro Olimpico di Vicenza: le perfette architetture metafisiche delle Suites di Johann Sebastian Bach incorniciano le due Sonate per violoncello del compositore ebreo polacco Mieczyslaw Weinberg.

Si tratta del prossimo appuntamento delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, la rassegna concertistica in programma fino all’11 giugno con la direzione artistica di Sonig Tchakerian.

Eclettico, capace di spaziare fra musica Barocca, Jazz e Contemporanea, Mario Brunello, sempre attento e aperto a esperienze che travalicano i confini codificati della musica, con il suo violoncello, guiderà gli spettatori in un viaggio affascinante, esplorando le complesse armonie di Johann Sebastian Bach e la profondità delle composizioni di Mieczyslaw Weinberg.

Intitolato Bach-Weinberg, la giusta distanza. Suites e Sonate, il concerto che rientra nel ciclo Adagiosissimo Bach è suddiviso fra Johann Sebastian Bach, con due Soli per violoncello straordinariamente ricchi di invenzioni e di profondità emotiva (la Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009 e la Suite n. 1 in sol maggiore BWV 1007) e due Sonate per lo stesso strumento del compositore ebreo polacco del Novecento Mieczyslaw Weinberg, che nel 1939 fuggì ventenne dalla ferocia nazista rifugiandosi in Unione Sovietica, dove svolse la maggior parte della sua carriera e dove fu particolarmente stimato da Šostakovič. La rivalutazione della sua arte, per lungo tempo poco conosciuta, è una tendenza recente. Una sorta di risarcimento postumo per un autore morto nel 1996, che qualche storico, nella seconda metà del secolo scorso, considerava – probabilmente non a torto – all’altezza di Prokof ’ev e dello stesso suo mentore Šostakovič.

Il concerto si offre come un racconto musicale di raffinata intimità che, con un programma insolito, viaggia nel tempo tra classico e moderno; un invito alla ricerca di spunti sempre nuovi con la musica che crea legami e corrispondenze tra i paesi e le culture.

Il secondo appuntamento con il ciclo Adagiosissimo Bach sarà domenica 28 maggio nella raccolta sala dell’Odeo del Teatro Olimpico alle ore 11.00 con altri due grandi nomi della prassi esecutiva: il cembalista Roberto Loreggian e il gambista e violoncellista Francesco Galligioni, impegnati in un programma di squisita eleganza cameristica, insieme brillante (così dev’essere definito il “Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo”) e pensoso. 

Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico si avvalgono della collaborazione di enti istituzionali quali l’Assessorato alla Cultura del Comune di Vicenza, la Regione del Veneto e il MIC-Ministero della Cultura.

Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la plurale vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza per il Premio Brunelli e il Mu.Vi e con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con un concerto nell’ambito del Progetto Giovani, dedicato a rotazione al miglior allievo dei corsi di perfezionamento di canto barocco, violino, violoncello e pianoforte e con il brano commissionato dal Festival nell’ambito della classe di composizione e in prima esecuzione al Premio Brunelli.

Arte in Arzignano, tutto pronto per la quarta edizione dell’evento di Miti & Mete

Miti & Mete Associazione culturale presenta la quarta edizione di Arte in Arzignano, in programma sabato 27 e domenica 28 maggio 2023, in piazza Marconi.

“Durante il fine settimana – spiegano gli organizzatori – 36 artisti saranno presenti nei gazebo sui due lati della piazza. Diverse le forme d’arte rappresentate: pittura, grafica, scultura, restauro, lavorazione del vetro, fotografia e in alcuni casi sarà possibile vedere non solo opere, ma anche il processo di creazione delle stesse.

Come lo scorso anno lo stand fotografico Io ci metto la faccia, curato da Vincenzo Raimondi, offrirà la possibilità di farsi fare delle foto con Arzignano sullo sfondo.

Al centro della piazza sarà allestita una postazione di flash art lunga circa 10 metri con carta da disegno e altro materiale per intrattenere i più piccoli. L’attività sarà in parte supervisionata dai volontari junior di Miti & Mete.

Fra le due piazze prevediamo negli orari pomeridiani e serali un accompagnamento musicale. Suonerà il pianoforte il maestro Antonio Camponogara accompagnato da cantanti lirici.

Prosegue l’iniziativa di recupero delle panchine di Arzignano che, prima di essere collocate, saranno esposte nelle piazze in occasione dell’evento. Per la realizzazione si ringraziano gli artisti e per la collaborazione la Bottega d’Arte di Stefano Fongaro”.

Infine l’associazione propone l’iniziativa Ad Arzignano l’arte aiuta gli alluvionati. Durante i due giorni al gazebo di Miti & Mete sarà possibile fare un’offerta in cambio di un omaggio artistico.

L’evento serale è in programma: sabato 27 maggio 2023 alle 20 con lo spettacolo Balli e mestieri di un tempo a cura dell’associazione Balli in contrà di Thiene.

Fedele Lampertico, un grande vicentino da rivalutare

Strano davvero il destino di Fedele Lampertico. Nato a Vicenza nel 1833, profuse il suo impegno nelle più importanti istituzioni culturali, economiche e sociali del tempo e, quale uomo politico, ricoprì, fin da giovanissimo e per moltissimi anni, le cariche di consigliere comunale e di consigliere e presidente della provincia di Vicenza, nonché di deputato e senatore del Regno dal 1873 al 1906, anno della morte.

Divenne presto un «personaggio di carattere europeo, interno al dibattito scientifico e politico della seconda metà del XIX secolo fino agli albori dell’età giolittiana» (R. Martucci, 2011), circondato da fama e stima universalmente riconosciutegli.

Ciononostante, egli è stato sostanzialmente «marginalizzato dalla storiografia italiana» (ibidem), e dimenticato anche nella sua stessa patria. Spesso, infatti, la manzoniana domanda Fedele Lampertico: chi era costui? echeggia davanti al monumento in suo onore, eretto in piazza Matteotti e inaugurato il 23 settembre del 1924.

Eppure Vicenza gli deve molto: fondamentale il suo contributo nella fondazione della Società Generale di Mutuo Soccorso e della Banca Popolare di Vicenza, così come si adoperò fattivamente a favore della Scuola industriale, dell’Istituto tecnico, dell’Accademia Olimpica e di numerosissime altre istituzioni, anche benefiche, che sarebbe noioso elencare. Nutrita la sua bibliografia, ricca di 251 pubblicazioni, che abbracciano i più disparati argomenti, tra i quali saggi di storia e cultura locale.

Senza contare i ben 145 interventi e relazioni parlamentari. Una pubblicazione, promossa dagli Amici dei Monumenti in occasione del restauro del monumento, affidato all’Engim Veneto Professioni del Restauro di Vicenza e finanziato dalla generosità dei Lions del Club Vicenza Host e della Fondazione Di Club Lions Distretto 108 TA–1 ONLUS, tenterà di rivalutare – anche sulla scorta di documenti tratti dall’archivio privato della famiglia e di testimonianze dell’epoca – il profilo di statista, economista e oratore di questo personaggio, spesso ristretto entro giudizi stereotipati, che non fanno giustizia della sua lungimiranza politica, anticipatrice di fatti verificatisi decenni più tardi, e nemmeno della sua visione economica, fondata su principi e valori che proprio in questi anni si stanno riscoprendo.

Un’occasione per indagare pure l’uomo privato, che confessa nei diari la fragilità del suo essere, ma dai quali traspaiono tutta la sua integrità morale e il suo retto operare in ogni manifestazione della vita.

Di Giorgio Ceraso da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
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Abbonamento 5 numeri euro 20
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Storie di vita a Villa Valmarana Morosini in Altavilla

Probabilmente con il consenso della madre Annina, che ha quarantasei anni ed è nel pieno del suo fulgore, nel 1910, la giovanissima Morosina Morosini, che ha ereditato Villa Valmarana dal padre Michele, vende le proprietà in Altavilla a Giacomo Roan, Carlo Pellegrini Malfatti e Agostino Muttoni proprietari dei mulini a Ponte Pusterla a Vicenza.

Annina Morosini

Questo avviene in giugno e già in agosto la villa è acquistata da Aristide Emiliani, piemontese, direttore della Banca Popolare di Vicenza. In quegli anni, che adesso paiono beati, Piave e Brenta non erano fiumi, almeno all’interno della villa. Nei racconti del nonno, al tempo della mia prima infanzia, Piave e Brenta erano due pastori tedeschi. Nel 1910 nonno Ettore viveva, come custode- maggiordomo, in villa Valmarana-Morosini nelle stanze al pianterreno e al piano primo sotto l’emiciclo del portico a ovest. Allora aveva ventinove anni, nonna Teresa d’anni ne contava ventisette. Di lì a poco avrebbe cominciato ad attendere la nascita del primo figlio Arrigo. Negli stessi giorni di quell’anno 1911 nasceva nelle stanze nobili della villa, la figlia di Aristide Emiliani, Rina.

Due anni dopo nasceva la sorella di Arrigo, Elvia. Ettore aveva capelli neri, lisci, lunghi, scriminatura a destra. Di solito portava un vestito di grisaglia e camicia bianca a righe col colletto tenuto chiuso da uno spillone, cravatta larga, nera. Teresa teneva corti i capelli castani ricci, orecchini verdi, una corta collanina d’oro con medaglietta, il vestito nero lungo appena aperto sul collo. I primi due figli nascono nelle camere al piano primo che hanno finestre aperte a sud sotto le ariose arcate del portico e verso la collina della Rocca a nord. Aristide Emiliani, nuovo proprietario, aveva riattata la villa e lussuosamente ripristinata per un periodo di felicità che coincide, appunto, con la sua breve presenza.

Questa breve felicità inizia con i primi giorni di agosto del 1910 e durerà solo qualche anno. Voglio pensare che le stanze di servizio fossero ancora arredate con i mobili che sono elencati nell’antico inventario del 1776. In particolare la cucina, con i suoi attrezzi e utensili che adesso paiono romanticherie: stagnola piccola, caldiera grande, secchi di rame, padelle di rame, spiedo di ferro per arrosti, cavedoni e catene da fuoco, gradelle, lumi, mastello dell’acqua, tre careghe de salgaro, cogoma grande, mortaro de bronzo con sua mazza, candelieri de otton e altro ancora.

Teresa, nel poco tempo libero, siede sotto il portico col riflesso del sole sul viso incorniciato dai capelli castani: cuce e ricorda di quando, ragazza, era infermiera all’ospedale di Padova. Di sera,Ettore andava a trovarla, nella casa di contrà Ponticello, in bicicletta, aprendo al massimo il rubinetto del fanale a carburo ch’era la novità del tempo. A lei sembrava arrivasse un sole notturno. Teresa lavora a maglia e attende alla cucina, mentre i figli giocano lungo i vialetti del grande giardino che si apre davanti alla villa, con i cani Piave e Brenta più grandi di loro. Corrono beati attorno ai due pozzi ornamentali tra i rododendri e il rosso spino. La padroncina Rina, chiamata Rinetta, è loro campagna di giochi.

Ettore si divide tra le cure della villa e quelle dell’oratorio Morosini a Tavernelle. A volte aiuta i suoi fratelli a coltivare le poche pertiche di terra alle Boj appena fuori del paese dover inizia la Perara. In fondo al giardino del palazzo l’alto muro di sasso e mattoni si apre con un cancello che dà sul barco immenso che finisce laggiù verso il Cul del Mastelo e il torrente Riello.

Si avverte il riposo inesauribile e apparente della campagna che chiude sull’impennata della collina. L’ oratorio, luogo di preghiera della villa, è situato sul lato ovest dell’emiciclo sotto il portico, estremo spazio per il raccoglimento e la preghiera davanti a dispensatori di consolazione. L’altare è ricco di movimenti di pietra di Vicenza con castoni marmorei e poggia su una lavorata predella di marmo rosso di Verona.

Al sommo della pala figurano due visi d’angelo. In alto, sulle parti curve che si guardano, si adagiano due angeli con le ali aperte. Due teste d’angelo anche ai lati, tutti dal sorriso triste. Su massicci piedistalli poggiano le statue di San Francesco e di Sant’Agnese. Nella pala al centro dell’altare, Gesù è raffigurato seduto su un sedile di pietra, alle sue spalle un albero frondoso esce da un cespuglio fiorito. Più in basso s’intravede il lago di Tiberiade coperto da un cielo di nuvole con poco azzurro. Gesù ha i capelli castani lunghi, divisi nel mezzo, la barba fluente.

E’ vestito con un mantello celeste su una premonitrice tunica rossa.  “Lasciate che i parvoli vengano a Me”, è la scritta esatta riportata in lettere di bronzo sul paliotto di marmo. Arrigo e Rinetta, spiano dalla porta dell’oratorio. Teresa è assorta in preghiera, fra poco, in cucina, accenderà il camino. Giocano ancora nel crepuscolo dorato mentre il sole cala dietro i castelli di Giulietta e Romeo. Rinetta sale di corsa le scale che dall’emiciclo salgono al piano nobile. Arrigo non dovrebbe farlo, è solo il figlio del custode, ma la segue.

villa Valmarana Morosini Altavilla
villa Valmarana Morosini negli Anni ’20

Passano le quattro stanze principali arredate con mobili antichi. Tappeti orientali coprono la veneziana dei pavimenti, quadri alle pareti, statue, argenterie. Nell’ultima stanza si trovano in un salotto studio con una grande scrivania e poltrone di cuoio consunto. Attraversano di corsa il gran salone centrale indifferenti alle figure allegoriche dipinte in giallo sulle alte pareti. Via, via di corsa. Non c’è tempo per ammirare la Pittura, la Giustizia, l’Architettura, la Musica, la Poesia, L’Astronomia.

Corrono davanti alle vetrate che danno sul giardino sfiorando appena nella corsa lo stemma gentilizio disegnato in mosaico sul pavimento. Corrono e s’immergono nel mondo fatato dell’ala a mattina della villa arredata all’orientale con mobili di bambù. Non si sono accorti nemmeno dei putti sorridenti, delle aquile gigantesche, dei trionfi di fiori in gesso al sommo delle porte. Qui passa sola le sue giornate la giovanissima moglie di Aristide. Attraversare il salone delle feste e passare dall’ala a tramontana all’ala a mattina è come attraversare l’oceano o avere percorso per intero la via della seta assieme a Marco Polo.

Qui ogni cosa ricorda l’oriente: gli arredi di bambù e giunco, i mobili laccati, le cineserie, i tappeti colorati, i tendaggi, il profumo d’incenso che satura l’aria. Come un fantasma, la Signora trascorre le stanze vestita con lunghi abiti di seta stampata, isolata nel suo mondo che si ferma lì, contro le pareti, contro i vetri, contro i suoi pensieri mai del tutto liberati in parole che giustifichino il suo modello di vita.

La Signora ritornerà ad Altavilla quarant’anni dopo per rivivere ricordi lasciati sbadatamente qui. Ritorna avvolta in un gran scialle viola, misteriosa ancora. Ettore la accompagna, gli sembra per un poco di avere ancora trent’anni, gli occhi velati appena di lacrime. La carrozza del padrone, che parte per Venezia, è già pronta sotto la barchessa.

Ettore attacca al timone i quattro cavalli migliori, apre il massiccio portone. I cavalli per il cambio sono già a Mestrino, sulla strada per Padova. Li ha avviati che annottava ancora. Piave e Brenta rincorrono abbaiando la carrozza fin dove finisce la mura che cinge il brolo della Rocca, poi tornano lentamente indietro.

Ettore li aspetta tenendo aperta la piccola porta al centro del portone. Davanti alla villa, fino alla strada Postumia per Vicenza, non c’è che campagna coltivata. Le campane della chiesa di Sant’Urbano suonano l’Angelus del mattino. Teresa, sulla soglia della cucina, si fa il segno della croce.

Di Giorgio Rigotto da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
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Luminous Terrain, mostra collettiva alla galleria di Arzignano a cura di Atipografia

Atipografia giunge alla sua sesta esposizione e presenta Luminous Terrain, mostra collettiva delle giovani artiste Yulia Iosilzon (Israele, 1992), Grace Mattingly (Chicago, USA, 1991) e Guendalina Cerruti (Milano, 1992). Da sabato 27 maggio a giovedì 27 luglio 2023, negli spazi della galleria ad Arzignano , la mostra affianca le opere delle tre artiste, trovando un minimo comune denominatore, sia estetico che concettuale, nel mondo fiabesco e fantastico, presente nelle poetiche di Iosilzon, Mattingly e Cerruti.

Le opere presentate dialogano tra loro nello spazio della galleria, attraverso alcune tematiche trattate che le artiste condividono e che affrontano ciascuna con il proprio linguaggio: immagini legate al mondo delle fiabe, il fantastico, l’incanto, l’infanzia, l’invenzione di storie e quindi la finzione.

Puntello in polietilene traslucido, bottoni a pressione in plastica
Allo stesso momento, la mostra vuole allargare lo sguardo dell’osservatore portando la narrazione oltre l’aspetto puramente fiabesco rappresentato nelle opere, conferendo alle singole ricerche individuali delle artiste un respiro interpretativo e visionario più ampio. Il grado immaginativo presente nelle opere riesce a ricondurre il visitatore a esperienze vissute nella “realtà”?

Le installazioni di Guendalina Cerruti rappresentano monologhi interiori, microuniversi carichi di sentimento e sarcasmo, situati tra realtà, rappresentazione e immaginazione. La soggettività dell’artista e la cultura popolare si fondono, restituendo una narrazione profondamente personale, espressa attraverso un’estetica enigmatica, in cui i soggetti esprimono un malessere esistenziale e sociale, prodotto della società contemporanea legata al consumismo e a stili di vita glamour.

I dipinti di Grace Mattingly sono luminosi e giocosi, popolati da figure femminili e di genere neutro che si mescolano ad animali e creature in un universo fantastico. Le opere emanano calore e intimità attraverso una palette luminosa, che attira l’attenzione, in scala naturale. L’artista riflette sui temi del genere e della sessualità, del gioco e dell’improvvisazione, della fantasia e dell’inconscio.

Yulia Iosilzon si ispira alle illustrazioni per bambini, alla moda e al teatro per proporre narrazioni frammentarie in opere di grandi dimensioni. La leggibilità iniziale del suo lavoro è messa in discussione dall’uso persistente di tecniche che interrompono l’immagine, rompendo le precedenti impressioni che si hanno dell’opera nella sua pienezza visiva. L’artista, per la creazione dei suoi scenari, utilizza scene di vita quotidiana per poi ricorrere al burlesco, al grottesco, all’ironia e all’umorismo.

La mostra è accompagnata da un catalogo e da un testo curatoriale di Irene Sofia Comi.