sabato, Novembre 7, 2026
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Neonati prematuri, Borgo Trento tra gli otto centri di TINinTOUR: formazione con il simulatore

La Terapia intensiva neonatale di Borgo Trento ha partecipato a TINinTOUR, progetto itinerante di simulazione promosso dalla Società Italiana di Neonatologia. Al Centro Practice i medici si sono esercitati con un manichino ad alta fedeltà. AOUI indica Verona tra gli otto centri selezionati per l’iniziativa.

Un’unità mobile, una culla attrezzata e un simulatore capace di riprodurre le reazioni di un neonato: la Terapia intensiva neonatale di Borgo Trento è stata coinvolta nel progetto itinerante TINinTOUR, dedicato alla formazione sulla rianimazione dei bambini prematuri. La giornata si è svolta al Centro Practice di Verona, con pediatri arrivati anche da altre sedi.

Nel comunicato diffuso il 15 ottobre, AOUI riferisce che l’équipe diretta da Renzo Beghini è fra gli otto centri italiani selezionati per l’iniziativa, promossa dalla Società Italiana di Neonatologia. La selezione viene presentata in relazione al progetto formativo; la nota non illustra criteri o risultati di una graduatoria clinica nazionale.

La simulazione e il ruolo del centro veronese

Durante la formazione TINinTOUR al Centro Practice, i professionisti hanno sperimentato manovre avanzate in un ambiente che riproduce situazioni critiche. Il manichino può piangere e muoversi; un monitor ne visualizza i parametri vitali simulati. L’obiettivo è consentire ai medici di esercitarsi prima di affrontare emergenze reali. Il progetto è organizzato da Accurate, con una sponsorizzazione non vincolante di Chiesi, secondo quanto precisa l’azienda ospedaliera.

Il reparto dispone di dodici posti letto, che AOUI indica in fase di ampliamento. Accoglie neonati prematuri e bambini con altre condizioni che richiedono assistenza ospedaliera. La durata del ricovero dipende dal percorso del singolo paziente: il comunicato descrive degenze che possono protrarsi per mesi nei casi più complessi.

Beghini sottolinea che Verona concentra una quota elevata di situazioni delicate proprio per la sua funzione di riferimento. Il servizio di trasporto neonatale interviene anche negli ospedali territoriali delle province di Verona e Vicenza privi di Terapia intensiva neonatale, con ambulanza attrezzata, medico e infermiere specializzati disponibili nell’arco delle ventiquattro ore.

Il direttore generale Paolo Petralia ha richiamato la responsabilità dei professionisti che assistono i neonati fragili e il valore della preparazione attraverso la simulazione. Maria Angela Cerruto, direttrice della Formazione, riferisce che il Practice ha formato oltre tremila persone ed è anche sede del Centro di simulazione e formazione avanzata della Regione Veneto, SIMFARV. Per l’azienda, consolidare queste competenze significa rafforzare la preparazione delle équipe che operano sui pazienti più piccoli.

Verona Passione Teatro, venti spettacoli al Camploy: dal 17 ottobre si parte con Molière

Dal 17 ottobre al 16 maggio il Teatro Camploy ospita Verona Passione Teatro: venti spettacoli delle compagnie amatoriali, il sabato sera e la domenica pomeriggio. Si comincia con «Il medico per forza» di Molière. Biglietti interi fino a 10 euro, ridotti fino a 7 e ingresso gratuito per le persone con disabilità.

Venti spettacoli e otto mesi di programmazione: Verona Passione Teatro riporta le compagnie amatoriali al Teatro Camploy da sabato 17 ottobre 2026 a domenica 16 maggio 2027. La rassegna è organizzata dal Comune, attraverso la Direzione Cultura, Turismo e Spettacolo, insieme alle compagnie cittadine. Gli appuntamenti si concentrano nel fine settimana, con inizio alle 21 il sabato e alle 16.30 la domenica, nella sala di via Cantarane 32.

Ad aprire il cartellone sarà La Pocostabile con «Il medico per forza» di Molière, diretto da Lucia Ruina e Mario Peretti: le prime due recite sono in programma il 17 e 18 ottobre. Il fine settimana successivo, 24 e 25 ottobre, l’associazione La Bugia porterà in scena «Nonne squillo» di Dory Cei, con la regia di Elena Merlo.

Da Molière a Goldoni, il calendario fino a maggio

Il programma di Verona Passione Teatro prosegue il 14 e 15 novembre con La Graticcia e «Il sogno dell’Onorevole Largaspugna» di Arnaldo Fraccaroli. Il 21 e 22 novembre La Maschera interpreta «Il ventaglio» di Carlo Goldoni; il 28 e 29 novembre la compagnia Giorgio Totola propone «Classe di ferro» di Aldo Nicolay. A dicembre arrivano «Guerra e pace per Lysistrata», il 5 e 6, e «Non dire gatto», il 12 e 13.

Nel nuovo anno il percorso riparte il 23 e 24 gennaio con «La famiglia Addams» di Zeropuntoit. Tra febbraio e aprile il cartellone alterna commedie, riletture e musical: figurano, fra gli altri, «Le ceneri di mammà», «Una medium di nome Wanda», «Avari», «Giulietta VS Shakespeare, musical pop» e «Mi sposo Mohamed». La chiusura è affidata alla Compagnia dell’Armadillo con «Chiave per due» di Freeman e Chapman, il 15 e 16 maggio.

Alla presentazione l’assessora alla Cultura Marta Ugolini ha sottolineato il valore della partecipazione e del volontariato teatrale: dopo le proposte estive nei cortili, le compagnie tornano a condividere il palcoscenico del Camploy durante la stagione invernale.

Il prezzo massimo del biglietto intero è di 10 euro; il ridotto arriva a 7 euro per gli over 65, gli studenti under 26 e gli accompagnatori delle persone con disabilità. Per queste ultime l’ingresso è gratuito. La prevendita è gestita dalle singole compagnie, da contattare per gli spettacoli scelti.

Ora solare: il debito di sonno resta, indagine: “Un italiano su 3 recupera nel weekend”

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(Adnkronos) – Avremo un’ora in più per dormire, “ma difficilmente ci sentiremo più riposati. Siamo sempre più vittime del sonno ritardato. Dormire meno del necessario, purtroppo, è diventata la norma per molte persone”, spiega Vincenzo Tullo, neurologo esperto di medicina del sonno di Doctolib. È il paradosso del ritorno all’ora solare: nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette torneranno indietro e avremo teoricamente più tempo per stare a letto. Ma – informa una nota di Doctolib – “se arriviamo a quel momento dopo settimane o mesi di riposo insufficiente, un’ora in più non può cancellare la stanchezza accumulata. Il problema, infatti, non è il cambio dell’ora, ma tutto quello che succede nelle notti che lo precedono. Sveglie che suonano quando il corpo non è ancora pronto, giornate piene di impegni, ore trascorse al chiuso, smartphone consultati fino a pochi minuti prima di coricarsi e tentativi di recuperare nel weekend: il sonno finisce spesso per diventare la prima voce sacrificata quando la giornata non basta. E così rischiamo di vivere in una sorta di perenne jet lag, fuori sincrono rispetto al nostro orologio biologico anche senza attraversare alcun fuso orario”. 

Il nostro organismo – si legge – segue ritmi circadiani regolati da un orologio biologico centrale che si sincronizza soprattutto attraverso la luce. Quella del mattino tende ad anticipare l’orologio interno, mentre quella serale tende a ritardarlo. Quando spostiamo le lancette, il sistema biologico non si adegua istantaneamente: per alcuni giorni, sonno, risveglio e impegni quotidiani possono non coincidere perfettamente. Ma il disallineamento può essere già presente nella vita di tutti i giorni. Le persone con un cronotipo serale, per esempio, tendono ad addormentarsi e a svegliarsi più tardi e possono faticare maggiormente quando devono rispettare orari mattutini rigidi, soprattutto se non dormono abbastanza. C’è poi il cosiddetto social jet lag, la differenza tra gli orari di sonno imposti dagli impegni durante la settimana e quelli che seguiamo spontaneamente nei giorni liberi.  

Secondo un’indagine realizzata da Doctolib tra il 7 e il 12 ottobre 2026 su 3.000 italiani over 18, circa uno su tre (32%) dorme di più nel weekend sperando di recuperare il sonno perduto: il 22% un’ora in più e il 10% due o più ore. Dormire molto più a lungo il sabato e la domenica può spostare il ritmo del sonno, rendendo più difficile riprendere la routine il lunedì. Il recupero concentrato nei giorni liberi può dare sollievo, ma non equivale necessariamente a compensare tutto il sonno perduto. “Il nodo non è il weekend dello spostamento, ma il disallineamento cronico tra l’ora dell’orologio e quella biologica, che porta molte persone a svegliarsi ogni mattina prima che il corpo sia pronto”, sottolinea Tullo. Quando le energie scarseggiano, cerchiamo di compensare con soluzioni immediate: un altro caffè nel pomeriggio, un sonnellino più lungo del previsto, qualche ora di sonno in più il sabato e la domenica. La caffeina può interferire con il riposo anche diverse ore dopo l’assunzione: per un caffè standard, il margine indicativo è di circa 8-9 ore prima di coricarsi. Un sonnellino breve nel primo pomeriggio può essere ristoratore, mentre uno troppo lungo o tardivo può ridurre la pressione del sonno e rendere più difficile addormentarsi. Un altro ostacolo è rappresentato, poi, dalle abitudini serali. 

 

I dati dell’indagine – dettaglia la nota – confermano il ruolo centrale degli schermi: prima di dormire, il 59% degli intervistati guarda serie o programmi televisivi e il 49% usa il telefono per social network, video o chat. Solo il 19% legge, mentre il 3% lavora o controlla le e-mail di lavoro. Tra chi usa il telefono prima di dormire, il 18% vi trascorre più di un’ora e il 14% continua a utilizzarlo fino ad addormentarsi. Solo il 25% si ferma entro 15 minuti. Trascorriamo, quindi, le giornate in ambienti poco illuminati e poi ci esponiamo alla luce artificiale degli schermi proprio nelle ore nelle quali dovremmo iniziare a rallentare. Notifiche, lavoro fuori orario e contenuti coinvolgenti mantengono attivo il sistema della vigilanza e possono ritardare il passaggio dalla veglia al sonno. L’indagine rileva, inoltre, un’associazione tra l’uso prolungato del telefono e la sensazione di un risveglio poco ristoratore: il 62% di chi continua a utilizzarlo fino ad addormentarsi si sveglia poco o per niente riposato, contro il 45% di chi lo usa per meno di 15 minuti. Il dato non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto, ma segnala una correlazione meritevole di attenzione. 

L’abitudine è particolarmente diffusa tra i più giovani: il 76% dei 18-34enni usa il telefono prima di dormire, contro il 31% degli over 65. Tra gli under 35 che lo utilizzano, il 46% trascorre più di un’ora sul dispositivo o continua a tenerlo in mano fino ad addormentarsi, contro il 28% degli over 65. Il risultato è una sensazione familiare: essere stanchi, ma non riuscire a spegnere la mente. Il corpo chiede riposo, mentre il cervello resta in allerta e il momento di coricarsi diventa quello in cui riaffiorano i pensieri rimasti in sospeso durante la giornata. Non è soltanto lo smartphone, infatti, ad interferire con il sonno: circa 4 intervistati su 10 (41%) indicano pensieri, preoccupazioni, ansia, stress tra i motivi che li tengono svegli la notte. Al secondo posto, molto distaccato, si colloca il bisogno di andare in bagno, citato dal 9%. 

Svegliarsi senza sentirsi riposati, impiegare molto tempo per carburare al mattino, perdere il filo durante una riunione, avvertire sonnolenza davanti allo schermo o diventare più irritabili sono segnali che spesso attribuiamo allo stress e ai ritmi frenetici. Se persistono, tuttavia, meritano attenzione. I dati mostrano differenze significative anche tra le fasce d’età. Il 60% dei 18-34enni e il 61% dei 35-44enni si sveglia poco o per niente riposato, contro il 31% degli over 65. Eppure, il 38% degli under 35 intervistati dichiara di dormire più di 7 ore, rispetto al 26% degli over 65: un dato che suggerisce come la quantità di sonno, da sola, non basti a descrivere la qualità del riposo percepito. Anche il genere sembra incidere sulla percezione del riposo: pur registrando la stessa quota di persone che dormono meno di 6 ore (29%), le donne si svegliano poco o per niente riposate più spesso degli uomini (47% contro il 36%). 

 

“È importante, però, distinguere un episodio occasionale da un problema continuativo – precisa Tullo -. Nell’insonnia cronica, le difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno o i risvegli precoci si accompagnano a conseguenze durante il giorno e si presentano almeno tre notti alla settimana per almeno tre mesi. Anche un russamento marcato accompagnato da pause respiratorie, risvegli con sensazione di soffocamento o una sonnolenza diurna importante richiedono un approfondimento medico: possono essere segnali di un sonno frammentato da un disturbo che non sempre viene riconosciuto”. Eppure, del sonno si parla ancora poco con il medico: soltanto il 24% degli intervistati dichiara di aver affrontato l’argomento con un professionista sanitario. Più di uno su quattro vorrebbe farlo (16%) oppure non saprebbe a chi rivolgersi (10%). Anche tra chi si sveglia stanco, soltanto il 32% ne ha parlato con un medico. La difficoltà a chiedere aiuto emerge soprattutto tra i più giovani: solo il 15% degli under 35 ha parlato del proprio sonno con un medico, contro il 26% degli over 65. Tra i 35-44enni, quasi uno su cinque (18%) non saprebbe a chi rivolgersi, rispetto al 6% degli over 65. 

La privazione di sonno, inoltre, non si manifesta soltanto con la sensazione di essere stanchi. L’attenzione sostenuta può risentirne, così come i tempi di reazione e la capacità di mantenere la concentrazione. Il rischio è abituarsi a funzionare in condizioni di riposo insufficiente e sottovalutare quanto questo possa incidere sulla giornata, dal lavoro alla guida. Dopo il cambio dell’ora, più che cercare di recuperare tutto in una sola notte, è utile puntare sulla regolarità. Esporsi alla luce naturale al mattino, fare una passeggiata all’aperto e mantenere orari di sonno e risveglio sufficientemente stabili aiuta a dare riferimenti al nostro orologio biologico, senza sacrificare le ore necessarie per riposare. La sera vale la regola opposta: meglio ridurre progressivamente l’illuminazione, attenuare gli schermi e lasciare spazio ad attività meno stimolanti nelle ore che precedono il sonno. Anche l’attività fisica e un’organizzazione più regolare della giornata possono contribuire al benessere, ma non sostituiscono un riposo adeguato. 

L’indagine evidenzia anche il ricorso a rimedi per dormire meglio: il 42% degli intervistati afferma di utilizzare almeno uno dei prodotti o delle soluzioni proposti. Il 18% ricorre a melatonina o integratori simili, il 17% a tisane o camomilla, il 13% a farmaci e il 2% all’alcol. Le donne dichiarano più frequentemente di ricorrere a questi rimedi rispetto agli uomini (46% contro il 33%). Con l’età aumenta soprattutto il ricorso ai farmaci: ne fa uso il 19% degli over 65, contro il 7% degli under 35. La melatonina, invece, mette d’accordo tutte le generazioni, con il picco di utilizzo tra gli under 35 (20%). Questi dati richiamano l’importanza di non affidarsi soltanto a soluzioni estemporanee: in caso di difficoltà persistenti, è opportuno confrontarsi con il medico, evitando di ricorrere autonomamente a farmaci o alcol per favorire il sonno. Il ritorno all’ora solare, quindi, può diventare un promemoria per rivedere le proprie abitudini, più che un’occasione per dormire un’ora in più e considerare risolto il problema. Perché il benessere non dipende soltanto da come affrontiamo la giornata, ma anche da quanto spazio lasciamo al recupero. “Il messaggio è che il sonno non è tempo tolto alla giornata, ma la fase in cui il cervello riordina ed elabora quello che abbiamo fatto. Trattarlo come la voce comprimibile dell’agenda è la ragione per cui il conto si presenta altrove, sull’attenzione e sull’umore”, conclude il neurologo.  

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cronaca

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Harry e Meghan nel Regno Unito, la prima uscita a Nottingham

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(Adnkronos) –
Prima uscita pubblica, dopo il loro ritorno nel Regno Unito, per il principe Harry e sua moglie Meghan, in visita a un ente benefico sostenuto dal figlio di Carlo III a Nottingham, nell’Inghilterra centrale (VIDEO). 

Nella loro agenda in programma anche tre visite ad altrettante organizzazioni che supportano i giovani attraverso la musica, il cinema e lo sport per combattere la povertà. Harry e Meghan lasciarono il Regno Unito, nel 2020, non senza qualche tensione in seno alla royal family. Ora il ritorno con i due figli Archie e Lilibet, ma – come ha tenuto a precisare Buckingham Palace – ogni impegno, ogni progetto intrapreso ‘sarebbe stato a titolo privato’. Il ritorno inaspettato del duca e della duchessa di Sussex nel Regno Unito ha riacceso il dibattito sulla sicurezza del principe e della sua famiglia.  

I Sussex credono di avere diritto a una protezione finanziata dai contribuenti. Il Comitato per la Sicurezza delle Figure Pubbliche (Ravec), che aveva inizialmente stabilito che la sicurezza di Harry sul suolo britannico dovesse essere valutata caso per caso, si è riunita all’inizio di settembre per esaminare in dettaglio le minacce al principe e alla sua famiglia.  

Secondo i media, attualmente utilizzano guardie di sicurezza private. Anche la ministra degli Interni britannica Shabana Mahmood ha annunciato lunedì una revisione urgente delle misure per proteggere le figure pubbliche, inclusi politici e membri della famiglia reale, dopo l’omicidio di un ex deputato conservatore nelle settimane scorse. 

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internazionale/royalfamilynews

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Dalla F1 alla corsia d’ospedale: così i pit stop hanno contribuito a salvare vite umane

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(Adnkronos) – Dal Gp di F1 alle corsie di un ospedale. Quando lo sport, la precisione maniacale, la velocità aiutano la vita delle persone. Un pit stop di F1 non serve soltanto a vincere gare, grazie alla perfezione e alla velocità di esecuzione, ma in alcuni casi contribuisce a migliorare le cure ospedaliere e a ridurre gli errori nelle situazioni mediche più delicate. È quanto ha raccontato la Bbc parlando dell’impatto che le metodologie sviluppate nel motorsport hanno avuto sulla sanità. Tutto nasce nel 2001. Durante il Gran Premio di Spagna, il team McLaren completò un pit stop in meno di sette secondi, effettuando rifornimento, cambio gomme e comunicazioni al pilota con una precisione quasi perfetta. A osservare quella scena, nella sala relax del Great Ormond Street Hospital di Londra, c’era anche il cardiochirurgo pediatrico Martin Elliott, appena uscito da un delicato intervento chirurgico. 

Colpiti dall’organizzazione delle squadre di Formula 1, Elliott e i suoi collaboratori decisero di studiare più da vicino i processi adottati nei box. Il personale del Great Ormond Street Hospital visitò la sede della Ferrari a Maranello per osservare come i meccanici gestissero ruoli, comunicazione e passaggi di consegne in condizioni di forte pressione. Da quell’esperienza nacque una rivoluzione organizzativa. Furono introdotte checklist operative, ruoli chiaramente definiti per ogni membro dell’équipe e procedure standardizzate per il trasferimento dei pazienti dalla sala operatoria alla terapia intensiva. Inoltre, tutte le informazioni cliniche iniziarono a essere condivise in modo strutturato durante il passaggio di consegne. I risultati non tardarono ad arrivare. Uno studio pubblicato nel 2007 dal Great Ormond Street Hospital e dall’Università di Oxford evidenziò una riduzione degli errori tecnici, delle omissioni informative e dei tempi necessari per il trasferimento dei pazienti verso la terapia intensiva. 

“La Formula 1 ha creato un ambiente di precisione assoluta perché non può permettersi errori”, ha spiegato Elliott alla Bbc, sottolineando come la stessa filosofia possa essere applicata al mondo sanitario, dove ogni dettaglio può fare la differenza tra la vita e la morte. L’influenza della Formula 1 non si è fermata a Londra. Negli anni successivi anche la scuderia Williams ha collaborato con l’University Hospital of Wales per migliorare le procedure di rianimazione neonatale. Attraverso l’analisi video delle emergenze, gli specialisti individuarono problemi di comunicazione, sovrapposizioni operative e difficoltà nel reperire rapidamente le attrezzature necessarie. Le soluzioni adottate ricordavano da vicino quelle utilizzate nei box: posizionamento standardizzato delle apparecchiature, compiti assegnati in anticipo e maggiore coordinamento tra i professionisti coinvolti. A distanza di oltre vent’anni, l’eredità dei pit stop continua a vivere ben oltre i circuiti, contribuendo a rendere più sicure le cure ospedaliere, gli interventi d’emergenza e perfino le operazioni delle ambulanze aeree. Alla gara di quest’anno a Silverstone, infatti, la collaborazione con Air Ambulance Cornwall ha dimostrato come sia possibile migliorare i tempi di risposta, riducendo il tempo di decollo da cinque minuti a tre minuti e mezzo. 

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sport

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Fucilazione del killer di Fort Hood, Trump: “Non sarà in diretta streaming”

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(Adnkronos) – Nidal Malik Hasan “morirà, come previsto, per mano di un plotone di esecuzione, ma l’evento non sarà trasmesso in streaming”. Ad annunciarlo è il presidente Usa Donald Trump. Ex maggiore dell’esercito diventato un traditore, “un uomo molto cattivo e malvagio”, Hasan è il responsabile della strage di Fort Hood nel 2009. 

“Penso che l’esecuzione in streaming che tutti possono vedere sarebbe un forte deterrente in modo che il mondo veda come l’America tratta i terroristi e la feccia come Hasan, ma molte brave e ben intenzionate persone preferirebbero non vederlo morire attraverso lo streaming”, ha sottolineato Trump, aggiungendo che “all’esecuzione potranno assistere i familiari immediati delle vittime, se vorranno. Si meritano di assistere”.  

A far sapere che la fucilazione di Hasan, prevista per il 3 dicembre, sarebbe stata pubblica e trasmessa in diretta era stato il segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Poco meno di un secolo fa gli Stati Uniti decisero di preservare la dignità della morte e di interrompere quello che era diventato una sorta di spettacolo macabro. L’ultima esecuzione pubblica risale al 1936. 

Dopo l’annuncio da parte di Heghset, Trump aveva dichiarato che la decisione di trasmettere in diretta l’esecuzione “non è ancora stata presa”. “Stanno prendendo una decisione, ma verrà giustiziato, tramite fucilazione”, aveva detto il presidente degli Stati Uniti. “Non mi interessa come verrà giustiziato, purché venga giustiziato”, aveva aggiunto. 

Il vicepresidente statunitense Jd Vance aveva dichiarato che non avrebbe assistito all’eventuale trasmissione in diretta”Non so se questo accadrà davvero. Quest’uomo ha commesso il peggior attacco terroristico sul suolo americano, al di fuori dell’11 settembre”. “Se alla fine verrà trasmessa in diretta, io non la guarderò”, aveva aggiunto il vicepresidente Usa. 

L’annuncio della fucilazione in diretta è “una barbarie”, aveva denunciato senza mezzi termini mons. Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per il settore meridionale. “La condanna di Nidal Hasan – aveva osservato Savino – porta la data del 2013 e la firma di una corte marziale. Quello che il segretario alla Difesa ha aggiunto in questi giorni è il pubblico: il 3 dicembre, a Fort Hood, un plotone di soldati, gli americani ammessi ad assistere e una diretta streaming. L’aggiunta cambia la natura dell’atto e lo porta da sentenza eseguita a lezione impartita con un corpo”. 

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internazionale/esteri

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Sostenibilità, le sfide della transizione green e la strategia del governo

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Per il format Adnkronos Q&A, la quarta edizione dell’evento dedicato allo sviluppo sostenibile dal titolo “Sostenibilità, le nuove parole chiave”. Ad aprire il confronto istituzionale le parole di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che ha parlato delle strategie del governo e le sfide della transizione green. A seguire il panel dedicato al tema dello Sviluppo Sostenibile e dell’Agenda 2030, che tra le voci principali ha visto quelle di Carlo Corazza, Direttore Ufficio del Parlamento europeo in Italia, e di Enrico Giovannini, Direttore scientifico ASviS.

Rivalutazione pensioni nel 2027, come funziona l’aumento degli assegni

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(Adnkronos) –
Dalla rivalutazione degli assegni all’aumento dei requisiti di età, il 2027 si preannuncia un anno di cambiamenti sul fronte delle pensioni. Ma il dossier è caldo, sta a cuore alle forze di maggioranza e con la manovra in arrivo – l’ultima del governo Meloni prima del prossimo appuntamento elettorale – non è escluso che possano spuntare fuori ulteriori novità. 

 

 

A gennaio del prossimo anno è atteso il nuovo aumento delle pensioni per effetto della rivalutazione annuale legata all’inflazione, un meccanismo pensato per compensare l’aumento dei prezzi e proteggere il potere d’acquisto dei pensionati. La disciplina, dal 2011 ad oggi, è stata modificata molte volte e ad oggi il metodo ‘Prodi-Draghi’ prevede la divisione della pensione in tre scaglioni basate sul ‘trattamento minimo’ e ogni percentuale della rivalutazione si applica soltanto alla parte che rientra in quel determinato scaglione. Il ‘trattamento minimo’ del 2026 è pari a 611,85 euro al mese (7.954,05 euro annui).  

Dunque, i tre scaglioni sono:  

1) La quota di pensione che arriva fino a quattro volte il trattamento minimo Inps (cioè fino a 2.447,40 euro), per cui è prevista una rivalutazione del 100%;  

2) La quota di pensione compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo (da 2.447,41 a 3.059,25 euro), per cui è prevista una rivalutazione al 90%;  

3) La quota di pensione che supera cinque volte il trattamento minimo (oltre 3.059, 25 euro), per cui è prevista una rivalutazione al 75%  

Quindi, nell’ipotesi in cui il proprio assegno pensionistico ammonti a 2.300 euro, la rivalutazione automatica sarà al 100% per l’intero importo. Nel caso in cui invece l’assegno sia superiore al primo scaglione, sarà ‘sezionato’ in parti. Ad esempio, un assegno da 4 mila euro sarà diviso in questo modo: fino a 2.447 euro sarà rivalutato al 100%, dai 2.447 a 3.059 sarà rivalutato al 90%, la restante parte (circa 1000 euro) sarà rivalutata al 75%.  

 

 

Per un calcolo esatto però serve appunto il dato sull’inflazione. Ancora non ci sono percentuali precise su cui stimare effettivamente la rivalutazione in concreto: questa, infatti, viene fissata con decreto interministeriale emanato dal Mef a novembre sulla base del dato sull’inflazione acquisita. Al momento quindi l’unica previsione, assolutamente provvisoria, è quella di agosto dell’Istat che dava l’inflazione acquisita per il 2026 – quella cioè che si avrebbe se l’indice restasse a questo livello anche nei prossimi mesi – al +2,9%. 

Se immaginiamo un assegno pensionistico di 2.500 euro e un’inflazione del 2,9%, l’aumento complessivo ammonterebbe a circa 50 euro: la rivalutazione piena si applicherebbe fino a 2.447,40 euro, mentre sulla quota restante verrebbe riconosciuta la percentuale ridotta al 90% per un aumento complessivo di circa 72 euro. Sui primi 2.447 euro si applica il 2,9% (cioè il 100% della rivalutazione), che si traduce in circa 70 euro di aumento. Sui restanti 52 euro, che ‘sforano’ nel secondo scaglione, si applica il 2,6% (ossia il 90% del 2,9%), che si traduce in 1,37 euro di aumento, per un totale di, appunto, 72,35 euro lordi. 

 

 

Tuttavia, per chi beneficia della pensione minima c’è un dato da tenere presente: la rivalutazione straordinaria introdotta dal 2023, che fino al 2026 ha valso un +1,3% aggiuntivo, il prossimo anno – salvo modifiche in legge di bilancio – non è prevista. Significa dunque che l’aumento dell’assegno minimo sarà minore: se sulla carta passa da 611,85 euro a circa 629,59 euro al mese, in pratica il balzo è minore perché attualmente, grazie proprio alla rivalutazione straordinaria, ammonta a 619,8 euro. 

 

 

Intanto, sempre il 2027 è l’anno del primo scatto dei requisiti per l’età della pensione, legati alla speranza di vita nel nuovo triennio. Dal 1° gennaio l’età minima per la pensione di vecchiaia passa da 67 anni a 67 anni e 1 mese, mentre dal 2028 aumenterà ancora a 67 anni e 3 mesi. Stesso dicasi per la pensione di vecchiaia contributiva: con almeno 5 anni di contributi effettivi serviranno 71 anni e 1 mese nel 2027 e 71 anni e 3 mesi nel 2028. Per la pensione anticipata ordinaria serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne; per l’uscita anticipata nel regime contributivo, che vale per chi ha iniziato a versare solo dopo il 1996, serviranno 64 anni e 1 mese di età nel 2027, con almeno 20 anni di contributi. 

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economia

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“Piera Meloni è parente di un autore del Gf Vip”, l’indiscrezione di Valeria Marini. Lucarelli interviene e spiega

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(Adnkronos) – “Piera Meloni è parente di un autore del Grande Fratello Vip”. È questa l’indiscrezione che circola sui social nelle ultime ore, in particolare tra gli spettatori del reality show che cercano di conoscere la verità.  

A diffondere la notizia è stata Valeria Marini, concorrente del Gf Vip, che in un momento di conversazione con Alex Belli ha detto sottovoce: “Ma lo sai che mi sembra che Piera Meloni sia parente di uno degli autori del Grande Fratello Vip? Ennio”, si sente dire dal video diventato virale sui social e che ha scatenato la polemica. Gli utenti hanno insinuato che la concorrente sia entrata nella Casa solo grazie alla parentela. I più informati hanno ritrovato, tra i titoli di coda del programma, la voce ‘Ennio Meloni’ tra gli autori del programma, alimentando così l’ipotesi di un legame di parentela.  

 

 

A intervenire sulla polemica è stata Selvaggia Lucarelli, che su X ha fatto chiarezza: “Piera Meloni non ha neanche una lontana parentela con autori del gf. Prima di rilanciare queste maldicenze, basterebbe chiedere”. 

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spettacoli

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Deficit lipasi acida lisosomiale, Aismme: “Sebelipase alfa cambia vita dei pazienti”

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(Adnkronos) – “L’arrivo di questa nuova opzione terapeutica rappresenta un valore enorme per i pazienti: avere a disposizione una terapia innovativa cambia radicalmente la storia naturale della patologia. Il paziente si rende conto che la sua vita sta cambiando, sta migliorando, e questo gli permette di avere molta più fiducia nel futuro. Si tratta di un’innovazione che deve però coinvolgere l’intero sistema di cura, il quale ha il compito di accompagnare la persona e organizzarle un percorso assistenziale strutturato dall’infanzia fino all’età adulta e all’anzianità”. Lo ha detto Manuela Vaccarotto, vicepresidente Associazione italiana sostegno malattie metaboliche ereditarie Aps (Aismme), oggi a Milano all’incontro con la stampa organizzato da Alexion, biofarmaceutica del gruppo AstraZeneca, per il lancio in Italia di sebelipase alfa, terapia enzimatica sostitutiva per il trattamento di pazienti di tutte le età affetti da deficit di lipasi acida lisosomiale (Lal-D). 

Vaccarotto ha posto l’accento sui ritardi diagnostici che colpiscono questa patologia ultra-rara: “La nostra campagna ‘Se non la conosci non la riconosci’ nasce proprio per stimolare la conoscenza e la consapevolezza su questa malattia. Purtroppo – ha spiegato – essendo classificata tra le malattie rare o ultra-rare, spesso i professionisti sanitari non se ne occupano e non ne hanno la minima idea. Fare informazione e formazione su questo tema è cruciale per far sì che i camici bianchi, a partire dai pediatri di base, acquisiscano le competenze minime per intercettare i primi segnali e i sintomi. Una diagnosi precoce o precocissima permette al paziente di iniziare tempestivamente i trattamenti e di accedere a una presa in carico adeguata” 

Vaccarotto ha espresso profonda soddisfazione anche per il recente traguardo della rimborsabilità del trattamento in Italia: “Come associazione ci occupiamo di malattie metaboliche ereditarie con l’obiettivo di farle conoscere ai medici e migliorare i percorsi assistenziali. L’innovazione non deve essere solo terapeutica, ma deve tradursi in un’innovazione del sistema di cura complessivo. Noi ci batteremo affinché le famiglie non vengano mai lasciate sole. Da anni offriamo un centro di aiuto-ascolto e un servizio di supporto psicologico a distanza, oltre a strumenti specifici per sostenere genitori e bambini nel percorso diagnostico e terapeutico fino all’età adulta. Non dimentichiamo, infatti, che questi pazienti devono seguire terapie nutrizionali speciali: per questo abbiamo realizzato anche un volume di ricette dedicate, a basso contenuto lipidico, pensato appositamente per le loro necessità biologiche”, ha poi concluso. 

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