venerdì, Novembre 6, 2026
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Lavoro, Lampitella: “Ai non sia guidata solo dal profitto, persone restino al centro”

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(Adnkronos) – “Il lavoro è un tema centrale per Meritocrazia Italia, soprattutto in una fase in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il rapporto tra tecnologia e forza lavoro. Crediamo che non possa essere soltanto il criterio economico a guidare questa trasformazione”. Lo afferma Manuela Lampitella, vicepresidente nazionale di Meritocrazia Italia, illustrando la proposta dell’associazione sul futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale, in occasione dell’VIII Congresso nazionale di Meritocrazia Italia in corso a Roma.  

“Siamo a favore dell’innovazione e della tecnologia, ma le persone devono restare al centro. Abbiamo elaborato un testo unico che riconosce il valore della persona e prevede incentivi fiscali per gli imprenditori che innovano senza rinunciare al capitale umano”, spiega.  

Tra i principi della proposta anche il “diritto all’imperfezione”, ovvero la necessità di valutare le persone non soltanto sulla base dell’efficienza, criterio tipico delle macchine, ma anche riconoscendone intuizione, creatività e capacità di intervenire nei tempi giusti. “Dobbiamo riconoscere i valori umani e la possibilità, qualche volta, anche di sbagliare”, conclude. 

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economia

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WhatsApp down, problemi oggi 16 ottobre

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(Adnkronos) – Problemi per WhatsApp oggi in Italia. L’app di messaggistica ha fatto i conti con un breve down nel tardo pomeriggio del 16 ottobre, come hanno evidenziato le segnalazioni sul sito downdetector.it, che monitora le anomalie della rete. Per gli utenti che segnalavano i problemi risultava impossibile inviare messaggi, anche con la versione web dell’applicazione. Le segnalazioni non sono state un’esclusiva degli utenti italiani. La curva, attorno alle 19.30, si è impennata anche in Spagna, Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti. La situazione è tornata rapidamente alla normalità nel giro di 15-20 minuti. 

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cronaca

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Verona, cassonetti incendiati davanti al Giorgi: 19 denunciati, altri due studenti al Berti

Cassonetti incendiati a Verona davanti al Giorgi: diciannove studenti denunciati dopo i fatti di venerdì 16 ottobre. Altri due coinvolti in un episodio al Berti, a Chievo. La Digos esamina filmati e immagini della zona; il dirigente scolastico richiama alla sicurezza e al dialogo con ragazzi e famiglie.

Il bilancio complessivo è di 21 denunciati, venti dei quali minorenni. Secondo le precisazioni del questore Mauro La Matina riportate dall’ANSA, diciannove frequentano il Giorgi, mentre due sono iscritti all’alberghiero Berti. Le posizioni riguardano dunque due episodi distinti.

Cassonetti incendiati a Verona: gli accertamenti della Digos

Davanti al Giorgi, prima delle lezioni, hanno preso fuoco cinque contenitori dei rifiuti e un monopattino; è stata danneggiata anche un’auto. Sono intervenuti vigili del fuoco e polizia. Le indagini utilizzano le registrazioni delle telecamere e i video diffusi sui social, anche per identificare ulteriori persone coinvolte.

L’ANSA riferisce contestazioni di danneggiamento e blocco stradale per il gruppo del Giorgi. Ai due minorenni del Berti viene contestato il getto di oggetti pericolosi. Le denunce aprono gli accertamenti sulle singole responsabilità e non equivalgono a condanne.

Il richiamo della scuola alla sicurezza

Il Corriere del Veneto colloca l’intervento intorno alle 7.45, tra via Rismondi e via Toti. La prima ricostruzione collega la protesta a decisioni interne all’istituto. La Matina ha precisato che non erano previste manifestazioni scolastiche in città e che la situazione è rientrata rapidamente.

Il dirigente Michele Bragantini ha richiamato l’importanza di affrontare l’accaduto senza alimentare allarmismi. Ha ribadito l’attenzione agli spazi, alle procedure di sicurezza e alla collaborazione con le autorità, offrendo ascolto a studenti, famiglie e personale.

La giornata coincide con la mobilitazione studentesca in Veneto per scuola e trasporti. Questa coincidenza non dimostra un collegamento organizzativo con i fatti veronesi: le motivazioni e le responsabilità degli episodi restano oggetto dell’indagine.

Basilicata ‘destinazione più amata dai visitatori’, a Rimini il premio Data Appeal

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(Adnkronos) – Sono i viaggiatori a dirlo, e lo fanno nel modo più sincero: raccontando online la propria esperienza. La Basilicata ha ricevuto oggi al Ttg Travel Experience di Rimini il premio “Destinazione più Amata dai Visitatori”, assegnato da Data Appeal nell’ambito degli “Italia Destinazione Digitale 2026” alla destinazione che registra il più alto livello di soddisfazione e apprezzamento da parte di chi la visita. La consegna è avvenuta durante la presentazione degli ultimi risultati del report “Tutti i Dati d’Italia 2026”. Un appuntamento che ha acceso i riflettori sulla fotografia più aggiornata del turismo italiano, nella prima giornata della fiera di Rimini.  

Soddisfazione per il risultato è stata espressa dal presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi: “Il riconoscimento è motivo di grande soddisfazione per tutta la nostra regione. È un premio che arriva dalla voce più autorevole, quella dei viaggiatori, che hanno scelto di raccontare e condividere la qualità dell’esperienza vissuta nelle nostre località. Per questo desidero congratularmi con l’Apt Basilicata e con il direttore generale Margherita Sarli per l’eccellente lavoro svolto nella promozione del territorio. Un risultato che testimonia la forza di una strategia condivisa e l’impegno quotidiano di tutti coloro che operano nel settore turistico, contribuendo a rendere la Basilicata una destinazione sempre più apprezzata, attrattiva e competitiva nel panorama nazionale. È un riconoscimento che ci dice che stiamo lavorando nella giusta direzione, che gli investimenti, le azioni di valorizzazione e la qualità dell’accoglienza vengono percepiti e apprezzati da chi sceglie la nostra terra. Uno stimolo a proseguire in questa direzione con sempre maggiore determinazione”. 

“Ho ricevuto nelle mie mani un riconoscimento che appartiene al territorio e a tutti gli operatori che ogni giorno mantengono viva un’offerta di qualità, apprezzata dai viaggiatori che poi ne lasciano traccia online e diventano i nostri primi promoter”, ha dichiarato il direttore generale di Apt, Margherita Sarli, sottolineando che “è un premio alla filiera che va rafforzata e sostenuta. Non è un premio all’Apt ma rappresenta per noi uno stimolo a proseguire il lavoro di affiancamento sulla reputazione della nostra regione e costruire una motivazione di viaggio per far arrivare quei turisti che poi possono appunto premiare la qualità di chi li accoglie”. L’edizione di quest’anno è la prima realizzata grazie a Data Appeal Mabrian, la nuova piattaforma unificata di travel intelligence che riunisce in un unico ambiente dati su domanda digitale, comportamento dei viaggiatori, connettività aerea, reputazione, sentiment, spesa, sostenibilità e performance delle destinazioni, offrendo così una visione ancora più completa dei territori italiani e dei trend che li stanno trasformando. Il riconoscimento alla Basilicata nasce proprio da questa lettura approfondita dei contenuti raccolti in rete. Il verdetto è netto: chi arriva resta colpito, e lo scrive. Ne emerge l’immagine di una regione autentica e accogliente, capace di trasformare i propri visitatori nei primi promotori di sé stessa. 

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cronaca

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Milano, studentessa Erasmus denuncia stupro: due sagome riprese dalle telecamere, è caccia agli aggressori

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(Adnkronos) – Due sagome maschili sono state riprese dalle telecamere nella zona di via Giacosa a Milano, vicino al parco Trotter, dove una studentessa tedesca di 21 anni, in Italia per il progetto Erasmus, all’alba di ieri, giovedì 15 ottobre, ha denunciato di essere stata aggredita e violentata. La giovane avrebbe trascorso la serata in giro per locali del centro, poi mentre stava rientrando nella camera di uno studentato poco distante è stata sorpresa alle spalle da due sconosciuti. La studentessa, ancora sotto choc, ha denunciato l’accaduto ai carabinieri e stamane si è sottoposta agli esami di routine alla clinica Mangiagalli. Non si esclude che nei prossimi giorni possa essere sentita dai titolari del fascicolo, i pubblici ministeri Letizia Mannella e Alfonso Serritiello. Dalla Germania, intanto, sono in arrivo i suoi genitori. 

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cronaca

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Niente armi a Kiev, gas da Mosca: il piano di Alice Weidel, leader AfD

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La leader di Alternative fur Deutschland, Alice Weidel, vuole interrompere gli aiuti all’Ucraina e riprendere i rapporti energetici con la Russia. E in Sassonia-Anhalt la sua linea trova una sponda nella sinistra populista di Sarah Wagenknecht.

Ascolta “Eurofocus” ogni giorno su podcast.adnkronos.com (https://podcast.adnkronos.com/show/eurofocus/) e su tutte le piattaforme di streaming.

Estratti audio: archivio audiovisivi Adnkronos. 
Musiche su licenza Machiavelli Music. 

Melanoma, Imi ‘Ai e tecnologia per prevenzione e cure personalizzate’

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In Italia ogni anno si registrano oltre 12.900 nuovi casi di melanoma.  Più di 221mila persone convivono con la malattia. La sopravvivenza a cinque anni supera il 90%, ma si contano ancora circa 2.500 decessi annui. Gli specialisti dell’Intergruppo melanoma italiano, riuniti a Bologna per il Congresso nazionale Imi, sottolineano l’importanza di una prevenzione basata sul rischio individuale e di controlli mirati. La tecnologia e l’intelligenza artificiale può contribuire alla lotta contro il tumore, purché affianchi il medico senza sostituirlo.

Tumori, Rosati (Gsk): “Nuova terapia mieloma multiplo migliorerà qualità vita pazienti”

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(Adnkronos) – “Siamo estremamente onorati di poter festeggiare l’approvazione di belantamab mafodotin, un anticorpo farmaco coniugato anti-Bcma che nasce in seno alla ricerca Gsk”, azienda “che si è impegnata per portare innovazione ai pazienti con mieloma multiplo”. Così Maria Sofia Rosati, direttore medico di Gsk, commenta la notizia del via libera di Aifa – Agenzia italiana del farmaco, alla nuova terapia d’elezione del mieloma multiplo alla prima recidiva. 

“Il momento più critico nella vita del paziente affetto da mieloma multiplo – continua Rosati – è proprio, purtroppo, al momento della prima recidiva, ovvero al fallimento della terapia che ha seguito fino a quel momento. Grazie agli studi Dreamm-7 e Dreamm-8 siamo stati in grado di dimostrare che belantamab mafodotin non solo prolunga la sopravvivenza di questi pazienti, in questo momento della loro malattia, ma garantisce anche una migliore qualità di vita per permettere di vivere il loro tempo con soddisfazione e insieme ai propri cari”. 

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salute

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Verona, Dibiasi e Giorgio Cagnotto all’Arsenale il 19 ottobre: i campioni dei tuffi si raccontano

Lunedì 19 ottobre alle 18.30 Casa Verona ospita Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto, insieme ad atleti veronesi e giovani promesse dei tuffi. All’Arsenale sarà presentato anche “Tra cielo e acqua”, il libro sul rapporto tra sport, psicologia e relazioni con la prefazione di Cagnotto. Modera Luca Fioravanti.

Due protagonisti della storia olimpica dei tuffi incontrano Verona. Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto saranno ospiti di Casa Verona lunedì 19 ottobre alle 18.30, nello spazio dell’Arsenale dedicato ai valori e alla cultura dello sport.

L’appuntamento, annunciato dal Comune, riunirà anche atleti veronesi che hanno praticato la specialità ad alto livello e giovani promesse. Tra le presenze indicate figurano Massimo Castellani, Luisella Bisello e Riccardo Giacometti. A moderare il dialogo sarà il giornalista Luca Fioravanti.

Dibiasi e Cagnotto hanno segnato la stagione dei tuffi italiani tra gli anni Sessanta e Settanta, portando la disciplina ai vertici internazionali. Il loro arrivo all’Arsenale mette a confronto quella storia con i percorsi degli sportivi del territorio e con chi si sta preparando alle prime sfide agonistiche.

Nel palmarès richiamato dal Comune, Dibiasi conta tre ori olimpici consecutivi, conquistati nel 1968, nel 1972 e nel 1976, oltre a due argenti ai Giochi. A questi risultati si aggiungono due titoli mondiali e tre europei, insieme ad altri piazzamenti sul podio nelle competizioni internazionali.

Giorgio Cagnotto, padre di Tania, ha invece conquistato due medaglie d’argento e due di bronzo alle Olimpiadi. La sua carriera comprende anche un titolo europeo, due argenti e due bronzi continentali. I due campioni porteranno così a Casa Verona esperienze maturate in anni in cui il movimento italiano dei tuffi ha costruito una parte importante dei propri risultati.

“Tra cielo e acqua”, sport e relazioni

Nel corso dell’incontro sarà presentato anche “Tra cielo e acqua”, il volume che affronta un percorso di crescita attraverso sport, psicologia e relazioni. Alla realizzazione del libro ha partecipato Riccardo Giacometti; la prefazione è firmata da Giorgio Cagnotto.

Il programma affianca quindi al racconto delle carriere dei due ospiti una riflessione sull’esperienza sportiva e sui suoi aspetti relazionali. Il confronto coinvolgerà più generazioni, dai campioni che hanno già scritto la storia della specialità ai giovani che oggi si allenano nei tuffi.

Foto di repertorio del 2017: Syrio / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0; immagine ridimensionata.

L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

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(Adnkronos) – L’Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. L’obiettivo del nuovo Rome program è costruire un luogo di confronto e di elaborazione strategica in una fase in cui l’influenza occidentale nella regione è sempre più contestata, mentre le politiche di Washington e delle capitali europee faticano a trovare una direzione comune. 

A spiegare il significato dell’iniziativa, in un’intervista ad Adnkronos, è Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e resident senior fellow dell’Atlantic Council, convinto che Roma possa diventare un punto di raccordo indispensabile tra le due sponde dell’Atlantico e quella meridionale del Mediterraneo. 

“Vogliamo cercare di invertire una rotta”, spiega Mezran. “La simpatia e il soft power di cui gli americani hanno sempre goduto presso gli europei stanno diminuendo. Noi vogliamo mostrare che l’America rimane un Paese capace di contribuire allo sviluppo e alla soluzione dei problemi internazionali, anche se con questa amministrazione le difficoltà sono enormi”. 

Ma il rapporto, insiste, deve funzionare in entrambe le direzioni. “Vogliamo rafforzare queste relazioni in modo che sia anche l’Italia a dare qualcosa all’America, aiutandola ad affrontare i problemi del Medio Oriente e del Nord Africa. L’Italia è in prima linea, ma senza gli americani non può fare tutto quello che dovrebbe. E gli americani, dal canto loro, non fanno quello che dovrebbero. È un cortocircuito che sta facendo perdere la Libia a entrambi”. 

Fondato a Washington nel 1961, l’Atlantic Council è uno dei principali think tank americani impegnati nell’analisi delle relazioni internazionali, della sicurezza e della cooperazione transatlantica. Attraverso centri di ricerca, programmi regionali, pubblicazioni e incontri tra esponenti politici, diplomatici, accademici e imprese, l’organizzazione produce analisi e proposte destinate a orientare il dibattito e le decisioni di politica estera. 

Il lavoro sul Medio Oriente e sul Nord Africa fa capo principalmente al Rafik Hariri Center e ai Middle East Programs. Mezran dirige la North Africa Initiative, che si occupa delle trasformazioni politiche, economiche e strategiche della sponda sud del Mediterraneo. Lo studioso conosce bene anche il contesto italiano: tra il 2002 e il 2012 è stato direttore del Centro Studi Americani di Roma. 

La scelta della Capitale risponde dunque a una precisa logica geopolitica. L’Italia dispone di relazioni consolidate con attori chiave come Algeria, Libia, Egitto e Turchia, ma non sempre riesce a trasformare questi rapporti in una strategia regionale, anche per la difficoltà di coordinare le iniziative europee e per il limitato coinvolgimento americano. 

“Il nostro compito è proporre idee, anche quando significa dire ai governi che stanno sbagliando”, osserva Mezran. “Non possiamo limitarci a chiudere loro la porta in faccia oppure a dire che va tutto bene. Bisogna lavorare con chi prende le decisioni, spiegare che esistono strade diverse”. 

Il programma romano avrà il suo primo appuntamento pubblico lunedì 19 ottobre, dalle 17, al Centro Studi Americani di via Michelangelo Caetani 32, con una conferenza dal titolo From the Red Sea to the Atlantic: Transatlantic Policy and the Greater North African Security Complex. 

Al centro dell’incontro una tesi precisa: Maghreb, Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso non possono più essere considerati teatri separati. La competizione tra Algeria e Marocco, l’espansione delle reti jihadiste, le crisi migratorie, la guerra in Sudan, gli interessi dell’Egitto sul Nilo e la sicurezza delle rotte marittime compongono ormai un unico sistema strategico, mentre le istituzioni occidentali continuano spesso a ragionare secondo divisioni geografiche superate. 

Ad aprire i lavori saranno Jörn Fleck, senior director dell’Europe Center dell’Atlantic Council, Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani, e Will Wechsler, senior director dei programmi mediorientali del think tank. Seguirà l’intervento di Maurizio Greganti, vice direttore generale per gli Affari politici e la sicurezza internazionale della Farnesina. 

La discussione, moderata da Mezran, vedrà la partecipazione di esperti di sicurezza e politica regionale, tra cui Hannah Armstrong, Can Kasapoğlu e Caterina Roggero. Le conclusioni saranno affidate a Giampiero Massolo, membro del consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani. 

L’iniziativa si propone di affrontare una questione di fondo: come può cambiare la strategia transatlantica in una regione nella quale gli attori locali e regionali esercitano un’influenza crescente, mentre Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere capacità di iniziativa? 

È proprio da questa domanda che prende avvio la conversazione con Mezran. 

L’Europa sembra procedere ancora in ordine sparso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Esiste davvero la possibilità di costruire una politica comune?
 

“Il problema è che non esiste una vera politica europea in quest’area. Ogni Stato agisce secondo i propri interessi e le proprie relazioni storiche. Spesso guardiamo ai Paesi della regione, e perfino alle comunità che da quei Paesi arrivano in Europa, soprattutto attraverso la lente dell’immigrazione e dell’ordine pubblico. È una prospettiva sbagliata, perché impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali. 

Pensiamo alla Libia. Dopo aver contribuito all’intervento contro Gheddafi, gli europei non sono stati capaci di costruire una strategia comune per la stabilizzazione del Paese. Non ci sono stati né la volontà politica né gli strumenti necessari. 

Certo, sarebbe molto meglio agire tutti insieme. Ma se questo non è possibile, almeno bisognerebbe coordinarsi. Se non possiamo unirci, almeno coordiniamoci. Oggi, invece, troppo spesso i Paesi europei finiscono per muoversi gli uni contro gli altri”. 

Proprio la Libia sembra rappresentare il caso più evidente di questo fallimento. L’Italia ha ancora la possibilità di assumere un ruolo decisivo?
 

“Assolutamente sì. L’Italia dispone di rapporti che altri Paesi non hanno. Penso all’Algeria, all’Egitto e alla Turchia. Il problema è mettere queste relazioni al servizio di una strategia. 

Prendiamo l’Algeria: è un Paese fondamentale, una grande potenza regionale che non può essere marginalizzata. La questione del Sahara occidentale e il riconoscimento della sovranità marocchina da parte di diversi Paesi hanno creato tensioni molto forti. L’Italia ha saputo mantenere un rapporto importante con Algeri e questa è una risorsa politica. 

Se Roma elaborasse una proposta seria sulla Libia, potrebbe trovare interlocutori disponibili. L’Algeria avrebbe interesse a sostenerla e la Turchia difficilmente si muoverebbe apertamente contro Algeri. Anche l’Egitto deve essere coinvolto. 

Meloni ha rapporti con Tebboune, Al Sisi ed Erdogan. Perché non utilizzare queste relazioni per cercare un’intesa? I costi del proseguimento dell’attuale situazione libica sono troppo alti per tutti. Bisogna avere il coraggio di mettere questi attori intorno a un tavolo”. 

Tra tutti gli attori regionali, la Turchia sembra quello che ha saputo muoversi con maggiore abilità, dalla Libia alla Siria, fino ai rapporti con Russia e Ucraina. Come giudica la strategia di Erdogan?
 

“Erdogan è un politico estremamente abile. È riuscito a inserirsi in teatri molto diversi e a parlare con interlocutori che sembravano incompatibili. Guardiamo alla Libia: la Turchia è entrata nel Paese sostenendo una parte del confronto politico e militare, ma oggi dialoga anche con Haftar. 

Sta costruendo una rete di relazioni che le permette di aumentare costantemente la propria influenza. È una dimostrazione di capacità strategica. La Turchia non si limita a difendere una posizione acquisita, cerca continuamente nuovi spazi di manovra. 

È un Paese con cui dobbiamo confrontarci, perché il suo ruolo è destinato a crescere, anche nei rapporti con l’Egitto e nel Corno d’Africa”. 

Lei però indica nell’Egitto il possibile grande protagonista dei prossimi anni. Una previsione sorprendente, considerando la crisi economica e le difficoltà del Paese. Perché?
 

“Lo so, è una previsione che va contro molte analisi correnti. Ma secondo me l’Egitto sarà il Paese di cui parleremo tra quattro o cinque anni. 

Naturalmente ha problemi economici enormi, ma sta accadendo qualcosa anche all’interno della società. Vedo un fermento diverso, una ripresa delle idee, dei circoli intellettuali, delle attività culturali. La classe media, che per molto tempo è stata schiacciata dal peso del sistema militare, comincia a manifestare nuove aspirazioni. 

E poi ci sono le ragioni geopolitiche. L’Egitto è un grande Paese, con una popolazione di oltre cento milioni di persone, una storia e un peso regionale che non possono restare ai margini. 

La Turchia e l’Egitto sono, per molti aspetti, alleati naturali. Il Cairo può diventare un attore centrale in un sistema di relazioni che comprende Ankara, il Pakistan, l’Arabia Saudita e il Corno d’Africa. Non penso soltanto alla dimensione militare, ma anche agli scambi culturali, alla formazione, alle relazioni economiche”. 

Questo rafforzamento di Turchia ed Egitto potrebbe però entrare in collisione con Israele. L’ostilità tra Ankara e il governo israeliano è reale oppure esistono spazi di mediazione che non vediamo?
 

“L’ostilità è reale, soprattutto tra Turchia e Israele. Non bisogna confondere questo rapporto con quello che Israele ha avuto per lungo tempo con l’Arabia Saudita, dove il dialogo tra le leadership poteva proseguire anche in presenza di una retorica pubblica molto dura. 

Con la Turchia il confronto è più profondo e riguarda gli equilibri strategici della regione, in particolare la Siria. Israele teme che una Siria stabilizzata e fortemente legata ad Ankara possa accrescere ulteriormente il peso turco ai suoi confini. 

Anche il rapporto con l’Egitto è destinato a cambiare. Israele ha esercitato per molto tempo una forte capacità di condizionamento sulle scelte strategiche del Cairo, ma non credo che questo equilibrio possa durare per sempre. Se l’Egitto recupererà maggiore autonomia e capacità di iniziativa, ci saranno inevitabilmente conseguenze per l’intera regione”. 

Veniamo all’Iran. Dopo le proteste interne e gli attacchi americani e israeliani, il regime è davvero più fragile? Oppure il nazionalismo iraniano può rivelarsi più forte del malcontento verso la Repubblica islamica?
 

“Questo è un punto che in Occidente si comprende molto poco. In Iran esiste un’opposizione al regime, esiste un malcontento profondo e ci sono persone che vorrebbero liberarsi della Repubblica islamica. Ma il nazionalismo iraniano è una forza potentissima. Bisogna conoscere la storia di quel Paese. Anche durante la guerra contro l’Iraq, persone che erano ostili alla rivoluzione islamica si mobilitarono per difendere la patria. L’identità nazionale, in certi momenti, conta più dell’opposizione politica. 

Oggi accade qualcosa di simile. Anche chi odia il regime non necessariamente accetta che Israele o gli Stati Uniti bombardino il proprio Paese. E questo crea una contraddizione enorme. Se gli iraniani percepiscono che una rivolta interna può portare a un governo imposto dall’esterno, magari considerato dipendente da Israele, molti preferiranno non ribellarsi. Per questo penso che gli attacchi americani e israeliani abbiano perfino indebolito, almeno in questa fase, le possibilità di una sollevazione popolare contro il regime”. 

Quindi la tenacia iraniana può avere la meglio sull’impazienza americana?
 

“Assolutamente sì. Per ora non vedo una situazione in cui l’Iran sia davvero sul punto di cedere. Gli attacchi possono provocare danni enormi, ma non bastano necessariamente a piegare un Paese. Gli Stati Uniti possono avere una superiorità militare schiacciante, ma questo non significa che possano ottenere il risultato politico desiderato. Un conto è bombardare, un altro è trasformare un’intera società o cambiare stabilmente il suo sistema di potere. 

L’Iran può resistere molto più a lungo di quanto molti a Washington immaginino. E più il conflitto viene vissuto come un’aggressione dall’esterno, più rischia di rafforzarsi quel sentimento nazionale che tiene insieme anche persone profondamente ostili al regime”. 

Un eventuale cambiamento politico in Israele, con la fine della stagione di Netanyahu, potrebbe modificare questi equilibri?
 

“Un cambiamento della leadership israeliana sarebbe un primo tassello importante. Ma non bisogna pensare che basti sostituire un primo ministro per cambiare automaticamente tutto. Negli ultimi anni si sono consolidate tendenze molto profonde nella società e nella politica israeliana, soprattutto sul terreno del nazionalismo e dell’espansione degli insediamenti. Anche un nuovo governo dovrebbe fare i conti con queste realtà. 

Credo che, per arrivare a un cambiamento sostanziale della politica regionale, servirebbe anche una diversa impostazione americana. Finché non cambieranno alcune delle idee che hanno guidato Washington e Israele, sarà difficile immaginare un ritorno a una situazione più stabile”. 

In definitiva, qual è la prima cosa che Stati Uniti ed Europa dovrebbero cambiare nel loro modo di guardare al Medio Oriente?
 

“La convinzione che esistano amici e nemici permanenti. In Medio Oriente non esiste il bianco e nero. Non ci sono alleati per sempre e non ci sono nemici per sempre. Per questo considero sbagliato anche trattare l’Iran come un nemico eterno, senza lasciare alcuno spazio a una possibile evoluzione dei rapporti. Bisogna conoscere le società, capire le loro contraddizioni, ascoltare chi cerca di cambiarle. E bisogna smettere di pensare che tutto si risolva soltanto con i soldi o con la forza. 

Sono le idee che muovono il mondo, non i soldi. I soldi possono schiacciare il mondo, ma non bastano a svilupparlo. Bisogna offrire alle persone la speranza di poter vivere meglio, di costruire qualcosa di diverso, di utilizzare anche la propria religione per il bene e non per il male. È un compito enorme, rispetto al quale noi siamo piccolissimi. Ma bisogna cominciare da qualche parte. E bisogna avere il coraggio di dire anche ai più potenti quando stanno sbagliando”. 

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